Stava diventando notte, una sera del settembre 1937, quando la famiglia di Fatma si rese conto che era scomparsa. Era partita la mattina presto dalla loro fattoria per andare al mercato di Bir Jdid, una cittadina a cinquanta chilometri da Casablanca, in Marocco, e non era più tornata. Suo padre, Mohamed, abbandonò i campi per andare cercarla e arrivò fino a Casablanca, dove per giorni girò per le strade a caccia di qualche indizio. Ma della ragazza non c’era traccia. In un ultimo, disperato tentativo, si diresse verso l’arco d’ingresso di Bousbir, l’enorme quartiere-bordello cinto da mura che ogni anno attirava nei suoi vicoli tortuosi e nei cortili coperti migliaia di curiosi e centinaia di ragazze e donne ignare.

Proprio lì, in un bordello al 26 di rue de Marrakchia, Mohamed ritrovò sua figlia. Fatma gli si gettò ai piedi in lacrime implorando il suo perdono. Raccontò di aver incontrato al mercato una donna che diceva di conoscerlo. Si faceva chiamare Zena e l’aveva accolta con grande calore, invitandola a passare qualche giorno da lei a Casablanca. Fatma, senza sospettare nulla, aveva accettato. Ma Zena, in realtà, gestiva un bordello e, una volta in città, la ragazza era stata portata a Bousbir e rinchiusa dove l’aveva trovata il padre.

Prima che Fatma riuscisse a raccontare il resto, Zena irruppe nella stanza: aveva capito che quell’uomo non era un cliente e cominciò a minacciarlo, dicendo che avrebbe chiamato la polizia e lo avrebbe fatto arrestare per essere entrato. Terrorizzato dalla polizia coloniale e da ciò che sarebbe potuto succedere al resto della sua famiglia se fosse finito in cella, Mohamed fu costretto ad abbandonare la figlia nel bordello, dove era tenuta prigioniera come centinaia di altre donne e ragazze. Fu lì che Fatma diventò la prostituta numero 4921.

Analfabeta, lontano da casa e completamente spaesato, Mohamed andò da uno scrivano e gli fece preparare una lettera in cui implorava la liberazione di Fatma. “Sono solo un povero contadino indifeso”, dettò, supplicando che sua figlia fosse sottratta al controllo delle autorità coloniali francesi, che regolavano ogni aspetto della vita nel labirinto di Bousbir.

Sotto il dominio francese, migliaia di donne e ragazze come Fatma erano tenute prigioniere a Bous­bir, il più grande quartiere a luci rosse dell’Africa, costruito dalle autorità coloniali nel 1914 con il pretesto di assicurare l’igiene e la salute delle prostitute e dei loro clienti attraverso esami genitali quotidiani per le malattie veneree. In realtà Bousbir si era trasformato in uno strumento di controllo sociale: un luogo dove la polizia, quasi indisturbata, poteva trattenere donne e ragazze e costringerle a prostituirsi anche solo sulla base del sospetto che avessero adescato qualcuno.

Molte famiglie avevano una tale paura della polizia coloniale (o della vergogna e dello stigma di avere una prostituta in casa) da non tentare nemmeno di liberare mogli e figlie una volta che finivano a Bousbir. Altri, come Mohamed, continuarono a provarci per anni scrivendo lettere su lettere per chiedere alle autorità di restituire le persone amate. Quelle lettere, oggi conservate negli archivi francesi, offrono uno spaccato del sistema che fece di Bousbir una gigantesca attrazione per gli stranieri e, allo stesso tempo, un inferno per le donne e le ragazze marocchine.

Il nome Bousbir risale a Prosper Ferrieu, un console francese che, prima della colonizzazione, possedeva un terreno ai margini di Casablanca su cui sorgevano alcuni bordelli. Nel 1914 le autorità costrui­rono su quel terreno un quartiere cinto da mura, ampliando enormemente l’area destinata alla prostituzione regolamentata (il nome di Prosper, traslitterato prima in Brosbir e poi in Bousbir, finì per imporsi). Il nuovo quartiere rientrava nel progetto di riqualificazione urbana firmato da architetti francesi come Henri Prost, che puntavano a modernizzare Casablanca con grandi viali e fognature moderne per i residenti europei, isolando la medina marocchina. La creazione di Bousbir rispondeva a quella logica: salute e ordine per gli europei, contenimento e sorveglianza per i marocchini. Si entrava nel quartiere da un unico arco, sorvegliato giorno e notte da soldati francesi.

Bousbir diventò un’enorme attrazione, non solo per gli abitanti di Casablanca e per i soldati francesi di stanza in città, ma anche per i turisti che arrivavano da tutta Europa in cerca di fantasie orientaliste. Negli anni trenta lo visitavano ogni giorno più di mille persone: uomini e donne europei, curiosi e clienti. L’amministrazione francese incoraggiava apertamente questo flusso, con il dépliant dell’ufficio turistico del Marocco che dava istruzioni dettagliate. C’era perfino un servizio di autobus. Cartoline raffiguranti donne a seno nudo distese su tappeti e cuscini sotto i padiglioni arcuati di Bousbir circolavano in tutto il mondo. Erano così diffuse che ancora oggi, quasi un secolo dopo, le si trova facilmente nei mercatini delle pulci di Parigi e Roma. Ma la maggior parte di quelle bellezze erano state attirate lì con l’inganno o ci erano state condotte a forza dalle autorità coloniali.

Dal 1912 in Marocco (e già da prima in Algeria e Tunisia) lo stato coloniale francese aveva imposto un rigido sistema di controlli e regole sulla prostituzione. Qualsiasi donna che vendesse prestazioni sessuali doveva essere iscritta in un registro statale ed era ufficialmente classificata come fille soumise, “ragazza sottomessa”. Solo in Marocco nel 1952 le donne registrate arrivavano a circa cinquemila. Una volta finite in quel registro, uscire dalla prostituzione diventava quasi impossibile.

Le lettere che Mohamed inviò alle autorità francesi fanno capire quanto fosse facile per una giovane donna finire invischiata nel sistema. Le gestrici – spesso anche loro ex prostitute, rimaste ingabbiate nel meccanismo ma ormai troppo avanti con gli anni per continuare a lavorare – andavano a caccia di reclute nei paesi e nei piccoli villaggi. Cercavano ragazze e giovani donne magre o trasandate, e si avvicinavano a loro tra la folla radunata intorno a musicisti o incantatori di serpenti promettendo una vita migliore, cibo in abbondanza e un posto caldo dove dormire. In una delle sue lettere Mohamed racconta come Zena si era avvicinata a sua figlia, sfruttandone l’ingenuità e l’analfabetismo: “Mia figlia si è fidata dell’invito di questa donna e ha accettato di partire con lei per Casablanca; poi, sconvolta, ha scoperto di essere entrata nel quartiere a luci rosse a sua insaputa poiché non conosceva la città. A quel punto la donna, Zena, ha avviato le pratiche necessarie per farle ottenere la tessera”.

Avere “la tessera” era un modo gentile per dire che una persona era stata registrata come prostituta: la polizia consegnava una carta d’identità che indicava dove viveva, elencava le regole da seguire (tra cui il divieto di lasciare il bordello senza permesso) e segnava i controlli sanitari settimanali. Questi controlli prevedevano ispezioni genitali dolorose e invasive, ufficialmente per evitare la diffusione delle malattie tra i clienti. In realtà, oltre a favorire esse stesse il contagio, privavano le donne di dignità e libertà.

Come osservava Mohamed, non ci voleva molto a far registrare una ragazza: “Sembra che questa formalità sia stata incredibilmente semplice, tanto che, contro la mia volontà, mia figlia ha cominciato a condurre una vita di dissolutezza per il profitto di questa donna”. Alla tenutaria bastava portare la sfortunata in un bordello, compilare i moduli con la polizia, firmare un falsa dichiarazione in cui si attestava che entrava volontariamente nel bordello e da quel momento, secondo la legge francese, la ragazza ricadeva sotto il suo controllo. Anche se l’età minima per entrare a Bousbir era teoricamente diciassette anni, nelle campagne quasi nessuno aveva documenti d’identità, così si potevano reclutare anche bambine di appena dodici anni.

Nei bordelli erano le tenutarie a controllare tutto il denaro che circolava. Trattenevano una parte delle somme pagate dai clienti, ma allo stesso tempo imponevano alle ragazze che vivevano sotto il loro tetto prezzi gonfiati per l’alloggio, il vitto e i vestiti. Se non raggiungevano il numero previsto di clienti o di vassoi di tè venduti erano multate. Dopo quasi due anni passati nelle mani di Zena, lavorando a tempo pieno come prostituta, Fatma fu informata che doveva saldare un debito di 500 franchi per essere liberata. Questa pratica estorsiva rendeva estremamente redditizio per le tenutarie cercare reclute, e il sistema di raggiri ai danni delle più vulnerabili continuava indisturbato. Ma non era l’unico modo in cui le ragazze finivano a Bousbir. Potevano anche essere arrestate dalla polizia francese e portate lì.

Secondo il sistema opprimente in base al quale la Francia regolamentava la prostituzione, il compito di stabilire chi vendeva prestazioni sessuali – e di assicurarsi che fosse rigidamente sorvegliata – ricadeva in gran parte sulla polizia. Gli agenti francesi pattugliavano di continuo le zone dove si presumeva che le donne esercitassero illegalmente. Monitoravano costantemente la sessualità femminile: per strada, nei cinema, nei ristoranti, nei bar, negli alberghi; potevano perfino arrestare una donna in casa sua se circolavano voci che ricevesse molti ospiti maschi.

Non serviva nessuna prova: bastava il sospetto che si prostituisse senza autorizzazione per arrestarla. Dopo tre arresti, era obbligata a registrarsi come prostituta e veniva portata in un bordello. Uno studio del 1951 sul quartiere a luci rosse rilevò che circa un quarto delle lavoratrici di Bousbir era stato inviato lì dalla polizia francese.

Sotto il dominio francese, migliaia di donne erano tenute prigioniere a Bous­bir, il più grande quartiere a luci rosse dell’Africa, costruito dalle autorità coloniali nel 1914

Ragazze e donne potevano essere arrestate anche se erano vergini. A Casablanca, nel 1935, due sorelle, Fatima e Izza, furono fermate all’Hôtel du Palais perché sospettate di prostituzione. Entrambe furono portate alla stazione di polizia, e da lì sottoposte a esami pelvici forzati. Secondo il capo della polizia, Izza fu “riconosciuta come vergine, immediatamente rilasciata e non iscritta nel registro”. Tutto questo, però, solo dopo che lo speculum fu introdotto nel suo corpo, lacerandole l’imene e compromettendo le sue future possibilità di matrimonio. Almeno, Izza poté tornare a casa. Sua sorella Fatima, invece, fu “riconosciuta come affetta da malattie sessualmente trasmissibili” e “trattenuta per essere curata” nell’ambulatorio di Bousbir, dove diventò la prostituta numero 4694. Lavorò lì contro la sua volontà per oltre due anni. Suo padre, come Mohamed, scrisse varie lettere alle autorità francesi di Casablanca per liberarla.

L’uomo implorava di riconsiderare la reclusione di Fatima. Dopo che il suo primo tentativo fu respinto, il poveretto ci riprovò, spiegando che la figlia era stata “arrestata per errore”. Nella seconda lettera scrisse che Fatima aveva un buon lavoro come domestica e allegò perfino una lettera del suo datore di lavoro, un europeo che prometteva di riassumerla se fosse stata liberata. Per dimostrare che sua figlia era una giovane rispettabile, aggiunse che un vicino aveva chiesto di sposarla e che lui aveva “accettato con gioia questa proposta”. Raccontò poi che preso dall’entusiasmo era andato dall’adoul, un pubblico ufficiale simile a un notaio, con il futuro marito. Ma di nuovo si scontrò con la burocrazia francese, perché “per redigere gli atti di matrimonio, i notai devono vedere la sposa per poterne descrivere il volto”, come si usava prima che le fotografie sui documenti d’identità diventassero di uso comune. E questo era impossibile: Fatima era prigioniera a Bousbir.

In tutte le sue suppliche, il padre di Fatima rimase fermo nella convinzione che si trattasse di un errore e che sua figlia sarebbe presto tornata sulla retta via. La lettera era battuta a macchina, in un francese formale e cortese. Incapace di leggere e scrivere, aveva probabilmente pagato qualcuno perché la traducesse e la dattilografasse per lui, ma la firmò di suo pugno; o meglio, con l’impronta del dito intinto nell’inchiostro. Per oltre due anni continuò a battersi, mentre le autorità coloniali francesi si ostinavano a non permettere che Fatima lasciasse Bousbir.

Comprensibilmente, in quei due anni la ragazza tentò due volte la fuga, riponendo più fiducia nei propri mezzi per riconquistare la libertà che nelle autorità francesi. Gli archivi conservano i verbali dei suoi due arresti, in cui risulta che in entrambe le occasioni fu riportata a Bousbir.

Nel corso degli anni, i documenti mostrano che decine di donne tentarono di scappare da Bousbir. Poiché le prostitute registrate non potevano lasciare il bordello senza permesso (non solo quello della tenutaria, ma anche quello del sadico medico che effettuava i controlli sanitari e conduceva esperimenti sulle pazienti), quelle che erano trovate diventavano un bersaglio della polizia e venivano immediatamente riportate indietro.

A volte le donne fuggivano da sole, altre volte in gruppo. Nel 1950, venti furono fermate dagli agenti francesi mentre tentavano di scappare da Bousbir e costrette a rientrare. In un’altra occasione, le pattuglie di Casablanca arrestarono dodici donne sospettate di prostituzione: si scoprì che sette di loro erano in fuga da Bousbir. Furono arrestate perché, pur essendo riuscite a uscire dal quartiere dove erano tenute prigioniere, avevano dovuto comunque prostituirsi: era l’unico modo per procurarsi il denaro necessario a spostarsi altrove.

Nel novembre 1935, una donna di 23 anni di nome Aïcha provò a evadere da Bousbir. Era stata arrestata con l’accusa di prostituzione all’Hôtel du Brésil di Casablanca e condotta nel quartiere dei bordelli, ma non era disposta ad accettare in silenzio il destino che le era stato imposto. Quello e un altro tentativo, tra novembre e dicembre del 1935, fallirono. Decisa ad andarsene, cambiò cognome per non essere riconosciuta e arrivò perfino a sposare un infermiere dell’ospedale per dimostrare che poteva ricominciare una nuova vita. Niente da fare. Dopo tre anni passati a prostituirsi contro la sua volontà, nell’ottobre 1938 tentò la fuga per la terza volta.

Un giorno di ottobre, Aïcha chiese qualche ora di permesso per far visita alla madre, ma una volta uscita da Bousbir si diresse direttamente al Dâr al Makhzen, la corte reale del paese. Era uno dei pochi luoghi in cui i marocchini avevano ancora un minimo d’influenza, anche se i funzionari reali erano comunque subordinati allo stato coloniale. La donna li supplicò di fare tutto ciò che era in loro potere per aiutarla a liberarsi dal sistema della prostituzione, denunciando che “anche se io sono sposata e malgrado le obiezioni di mio marito e le prove da lui fornite, il commissario di polizia mi ha condotta con la forza a Bousbir”. Sfortunatamente, consultando gli archivi non c’è modo di capire se la denuncia ebbe un seguito. Non esiste un documento che attesti un suo quarto tentativo di fuga; la speranza è che sia stata finalmente liberata e che non abbia semplicemente rinunciato per rassegnazione.

Chiedere di essere cancellate dal registro era un processo che poteva durare anni e che raramente andava a buon fine. Una donna, Messouda, risultò iscritta per quindici anni come prostituta numero 118 mentre si guadagnava da vivere dirigendo un albergo, l’Hôtel Lusitania (probabilmente un bordello). “Mi sono iscritta volontariamente al registro della prostituzione di Casablanca più di quindici anni fa, ma dopo non ho mai dovuto sottopormi a visite sanitarie né ho mai esercitato personalmente”, spiegava nella sua lettera alle autorità locali. “Da quella data ho gestito diversi alberghi ammobiliati e attualmente sono proprietaria di un edificio al 24 di rue de Mogador, dove ho aperto l’Hôtel Lusitania. Avevo completamente dimenticato di essere ancora iscritta al registro, finché di recente la polizia non me l’ha ricordato. Vi chiedo cortesemente di voler procedere alla mia cancellazione”.

Messouda fu informata che la cancellazione sarebbe stata possibile solo se avesse venduto l’attività che aveva costruito in anni di lavoro, anche se era la sua unica fonte di sostentamento. Una settimana dopo mise l’albergo in vendita. Nonostante questo, riuscì a ottenere l’attenzione delle autorità coloniali solo dopo aver assunto un avvocato francese che scrisse una veemente lettera a suo nome. Finalmente, alle nove del mattino del 28 settembre 1936, una commissione composta da tre funzionari francesi votò per la rimozione dal registro. Dopo quindici anni, Messouda non era più la prostituta numero 118. Ma casi come questo erano eccezioni. Pochissime donne riuscirono a lasciare la prigione coloniale di Bousbir, che fu chiusa solo nel 1955, sotto pressione del movimento nazionalista marocchino. Solo allora le 675 donne ancora residenti poterono finalmente uscire. Da quel momento le loro tracce si perdono: gli archivi tacciono su ciò che successe dopo lo smantellamento del quartiere a luci rosse. Possiamo solo intuire, visto che con l’indipendenza la prostituzione fu proibita, che per quelle donne deve essere stato molto difficile reinserirsi nella società o continuare a vendere prestazioni sessuali.

Cosa resta di Bousbir? Chi visita oggi il quartiere di Casablanca scoprirà che è sinistramente uguale. C’è ancora un’unica porta d’accesso, proprio come quando fu progettato negli anni dieci del novecento. Camminando per le sue strade insolitamente silenziose si notano due cose. La prima è che l’architettura è quasi identica a quella di un secolo fa: lo stesso mercato centrale, gli stessi archi neo‑orientalisti disegnati dagli architetti francesi, gli stessi sfondi delle celebri cartoline illustrate. La seconda è che, alzando lo sguardo verso le targhe stradali, si vede che i nomi delle vie sono stati maldestramente coperti nel tentativo di cancellare quelli originali. Rue Tazia, rue Marrakchia, rue Meknessia: tutte strade che portavano i nomi di donne provenienti da diverse città marocchine – Taza, Marrakech, Meknès – e che in quei luoghi avevano vissuto e lavorato. Sono indizi della storia di questa parte “infestata” di Casablanca e rivelano lo sforzo di farla passare per un ricordo lontano. Le tracce delle donne sono ancora lì, nascoste ma facili da scovare se si sa dove guardare, proprio come la raccolta di lettere conservata negli archivi coloniali francesi. Le loro voci, invece, restano irraggiungibili: per lo più, queste vite – o almeno gli anni trascorsi a Bousbir – possono essere ricostruite solo attraverso ciò che ne dissero i padri, i mariti o i funzionari coloniali. Di come siano state dopo la liberazione, invece, non sappiamo assolutamente nulla.

Sono indizi della storia di questa parte “infestata” di Casablanca e rivelano lo sforzo di farla passare per un ricordo lontano. Le tracce delle donne sono ancora lì, nascoste ma facili da scovare se si sa dove guardare, proprio come la raccolta di lettere conservata negli archivi coloniali francesi. Le loro voci, invece, restano irraggiungibili: per lo più, queste vite – o almeno gli anni trascorsi a Bousbir – possono essere ricostruite solo attraverso ciò che ne dissero i padri, i mariti o i funzionari coloniali. Di come siano state dopo la liberazione, invece, non sappiamo assolutamente nulla. ◆ fas

Catherine Phipps è una storica britannica. Si occupa di storia del genere, della sessualità e del colonialismo. Questo articolo è uscito su New Lines, sito statunitense specializzato in Medio Oriente, con il titolo “The lost daughters of Bousbir”.

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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati