Dalla finestra della mia camera da letto vedo ancora luccicare le stelle, ma sento che sta arrivando l’alba. La mia mano si muove a tentoni sul comodino proprio mentre la sveglia del telefono comincia a vibrare. Ho aspettato tutta la notte, con il sonno spezzato dalla consapevolezza di non poter usare il bagno. Ho la bocca impastata per la sete. Non bevo perché sulle istruzioni del test c’è scritto che non bisogna bere.

Per non disturbare mio marito che dorme, entro in bagno in punta di piedi e accendo l’interruttore, che svela immediatamente la scatola blu del laboratorio Great Plains con l’etichetta Profilo gpl-tox. Accanto all’acronimo, la scritta “173 sostanze chimiche non metalliche tossiche”.

Chiara Dattola

Non è la prima volta che faccio questo test. La mia è una lunga storia, una storia che avevo archiviato ma che ho ritirato fuori dopo che mi è stata ricordata dal più improbabile dei promemoria: un altro corpo di mammifero femmina, proprio come il mio, che nuota nelle acque agitate del ventunesimo secolo. È un’orca, si chiama Tahlequah, ma è conosciuta anche con il nome in codice J35. Nel 2018, milioni di persone in tutto il mondo l’hanno vista nuotare per 17 giorni nel mare dei Salish, mentre trascinava per centinaia di chilometri il corpo in decomposizione della sua piccola.

Adesso Tahlequah è tornata a far parlare di sé. I cetologi che la osservano con i loro potenti binocoli sono in festa perché il piccolo maschio a cui ha dato la luce lo scorso autunno è ancora vivo. Il suo identificativo ufficiale è J57 e la sua nascita ha acceso una scintilla di speranza per la popolazione stanziale delle orche del sud, che vivono in un’area dell’oceano Pacifico tra Canada e Stati Uniti e nel 2005 sono state catalogate come specie a rischio di estinzione. Nelle foto scattate dai droni si vede il piccolo che gioca e sguazza accanto alla madre. I festeggiamenti, tuttavia, nascondono il peso della storia di Tahlequah. E riportano a galla la mia, ancora irrisolta.

Era l’estate del “giro del lutto” di Tahlequah quando ho prenotato il mio primo appuntamento con un’osteopata rinomata nella mia zona. Avevo finito con le gravidanze, i miei figli avevano smesso di poppare e avevano imparato a camminare, ma mi sentivo come se il mio corpo non mi appartenesse più. Avevo sintomi incontrollati: nebbia mentale, sfoghi sulle mani, aumento di peso e incubi ricorrenti su disastri climatici che mi facevano svegliare tra i sudori freddi. Avevo risparmiato per un anno per pagare una serie di visite che non erano coperte dalla mia assicurazione. Dai primi esami non risultava nulla: nessuna alterazione dei livelli ormonali, nessun valore del sangue allarmante, nessun parassita né esposizione eccessiva alla muffa. Poi ho fatto il test per l’intossicazione da metalli pesanti. Ho ingoiato delle pillole grigie che il dottore chiamava “agenti chelanti” prima di fare l’esame dell’urina. Due ore dopo sono scesa barcollando in salotto e, tenendomi la testa con una mano, ho preso il telefono per chiamare l’osteopata. “Che mi sta succedendo? Mi sento il corpo pesante, come se stessi nuotando o affondando in una nuvola nera”.

Mi ricordo la pausa dall’altra parte della linea. La dottoressa mi ha prescritto il test per 217 sostanze chimiche. Un mese dopo ho richiamato.

“Sono arrivati i risultati?”.

“Ah, è a casa?”.

“Appena arrivata. Mi aveva detto che avrebbe caricato il risultato dell’esame nella mia area riservata”.

La dottoressa sapeva che avevo il vizio di analizzare eccessivamente i risultati dei miei esami: a ogni visita mi presentavo con un faldone pieno di domande scritte a penna e divise per codice colore.

“Sì, i risultati sono arrivati”, ha detto. “Ma sapevamo che era fuori città e abbiamo pensato che era meglio farla venire qui da noi in ufficio per parlarne. Potrebbe venire oggi?”.

Tahlequah è una delle ultime 73 orche stanziali del sud, i cui antenati abitano da più di settecentomila anni nel mare dei Salish, tra gli Stati Uniti e il Canada. È stata identificata grazie all’inconfondibile disegno e alla tonalità del colore della sua chiazza sul dorso, che per i cetologi è una specie d’impronta digitale. È stata questa “chiazza sulla sella” a permettere d’identificarla nel 2018, quando ha partorito una femmina. Tahlequah l’ha portata in grembo per circa diciotto mesi; era la prima nascita degli ultimi tre anni nel suo branco, identificato come J-Pod.

M’immagino la piccola orca durante la sua mezz’ora di vita. La pelle immacolata, nera come l’inchiostro, le chiazze bianche sulla pancia e il mento come quelle della madre. La minuscola coda bilobata – una replica perfetta delle pinne di Tahlequah – che spinge il suo corpicino accanto a quello della madre. Se avessi accettato la realtà delle statistiche, forse sarei stata più preparata. Nel 2018, il 75 per cento dei piccoli di orca stanziale del sud moriva. Lo hanno chiamato il “boom dei nati morti”.

Faccio pipì nel contenitore per il test di conferma delle sostanze chimiche. È una procedura che ho imparato a padroneggiare durante i 28 mesi delle mie quattro gravidanze (due riuscite, due no) in cui ogni visita cominciava con un contenitore di plastica e un pennarello indelebile.

Questa volta però non sono incinta, e le istruzioni del test per le sostanze chimiche sono concise: il campione dev’essere di colore giallo, perché il test serve a rilevare le microtossine che si concentrano nell’urina di un corpo disidratato.

È un’orca, si chiama Tahlequah. Nel 2018, ha nuotato per 17 giorni mentre trascinava per centinaia di chilometri il corpo in decomposizione della sua piccola morta

Avrei dovuto fare il test due anni fa ma non l’ho fatto perché dopo otto mesi di disintossicazione avevo sospeso il regime che mi aveva prescritto il medico. Ero stanca dell’odore di uova marce del glutatione disintossicante in gola, stanca di non avere più i soldi per le pillole d’integratori divise tra mattina, pranzo e sera, stanca della paura della niacina che mi chiazzava la faccia di rosso e mi dava il capogiro. O degli impacchi gocciolanti di olio di fegato di merluzzo avvolti intorno alla pancia con il cellofan, dei clisteri di caffè bollente, di stare richiusa in bagno, della dieta paleolitica che faceva a cazzotti con il mio palato vegetariano. Mi ero anche indebitata per sostituire il mercurio nelle mie otturazioni dentali. Ma in realtà, forse, avevo smesso perché non volevo sapere i risultati. Avevo paura che tutti quei soldi, quel tempo e quegli sforzi non avrebbero portato a nulla. Avevo paura di trovare altre prove.

Quello che molta gente non sa di Tahlequah è che nel 2010 ha avuto un aborto spontaneo. Forse ha perso anche altri piccoli. Se gli aborti spontanei, i difetti congeniti e le gravidanze incomplete sono cose di cui si parla sottovoce perfino tra gli esseri umani, le perdite perinatali delle orche passano quasi completamente inosservate. Un’altra cosa che molti di quelli che si sono appassionati alla storia di Tahlequah non sanno è che sua sorella è morta per complicazioni legate al parto. È stata Tahlequah a prendersi cura di J54, il piccolo della sorella, che è morto di fame poco dopo.

Anche se ci hanno provato, i ricercatori non sono riusciti a trovare il corpo della piccola di Tahlequah per studiarlo e, auspicabilmente, trovare delle risposte utili per i loro studi. Io, però, continuo a pensare a quello che sappiamo già. E cioè che Tahlequah non ha voluto lasciare che la sua piccola sprofondasse. Ha infilato la testa sotto il suo corpo inerte e l’ha spinta in superficie. Penso alla fatica di trascinare un corpo morto di 180 chili per 17 giorni. A differenza degli umani, per le orche respirare non è un riflesso, ma un gesto cosciente. Tahlequah è dovuta risalire in superficie almeno una volta ogni 12 minuti. Ma non è solo questo. Andare a cercare l’aria è stata una decisione consapevole. Ogni volta Tahlequah è salita su, portando con sé il corpo della sua piccola, e ha respirato. È questo che mi colpisce. Ogni volta ha pensato: “Il mio compito non è finito”.

Nell’ufficio dell’osteopata, nell’appuntamento per “parlare dei risultati di persona”, il rapporto tossicologico mi ha fatto tremare le mani.

Secondo gli esami, la mia carne era impregnata di metalli pesanti e sostanze chimiche industriali. Mercurio, piombo e uranio riuscivo almeno a pronunciarli. Per gli altri ho solo guardato gli acronimi scritti accanto a quelli che presentavano livelli pericolosi: Mtbe, un additivo della benzina; Pgo, uno stirene usato per produrre la plastica; Perc, una sostanza usata negli esplosivi e nei fertilizzanti; Ddp, un ritardante di fiamma; Napr, un solvente usato per la pulitura dei metalli, per il lavaggio a secco e per incollare la gommapiuma; 2,4-D, un erbicida che era anche nell’agente Arancio usato dagli Stati Uniti nella guerra del Vietnam.

Tutti insieme, questi piccoli acronimi stavano aggredendo il mio corpo sotto forma di neurotossine, interferenti endocrini, carcinogeni umani e tossine del sistema nervoso centrale e riproduttivo. Era quella probabilmente la causa della nebbia mentale, degli sfoghi e dei disturbi d’ansia, mi ha detto la dottoressa. E anche degli aborti spontanei e dei difetti fetali congeniti, che erano tutti scritti sulla mia cartella clinica.

La dottoressa mi ha spiegato che non potevo assumere più agenti chelanti o “semplicemente bruciare grassi” perché le tossine e i metalli pesanti, non trovando una via d’uscita dal mio organismo, si riciclavano attraverso il flusso sanguigno e andavano ad annidarsi in punti più pericolosi, come il mio cervello. L’altro modo in cui il grasso viene rilasciato dal corpo femminile è attraverso il latte materno. Questo passaggio delle tossine dalla mamma al piccolo attraverso l’allattamento si chiama “trasferimento biologico dei contaminanti”.

Senza riuscire a togliere lo sguardo dai fogli che avevo in mano, ho detto: “Ho allattato tutti e due i miei figli per un anno. Questi metalli e tossine erano già nel mio organismo?”.

Anche se non avevamo un contatto visivo, la risposta della dottoressa mi ha raggiunta lo stesso: “È probabile”.

Quando ho raccontato delle miniere di metallo abbandonate a pochi chilometri di distanza dalla mia casa in Colorado, del pozzo da cui bevevo da bambina in Oregon, dello smog che ho respirato per due anni in India, delle acque inquinate in cui ho fatto il bagno, la dottoressa ha scosso la testa. “Lo so che è difficile, ma le consiglio di concentrarsi sull’espellere le tossine. Le indagini raramente danno delle risposte. Il fatto è che oggi sguazziamo nelle tossine ambientali”.

Mi sono guardata le mani. Lo sfogo è partito da sotto la fede nuziale con una serie di minuscole vesciche che hanno cominciato a crescere, a bruciare, a prudere, a seccarsi e a squamarsi per poi allargarsi verso l’interno del dito. Poi sono spuntate anche sull’altra mano: stesso dito, diversa migrazione. Stavolta le vesciche sotterranee hanno viaggiato a sud, fino al palmo, bloccate solo da una crema agli steroidi prescritta da un dermatologo che ha accompagnato la ricetta con un’alzata di spalle.

Le orche conoscono le tossine, o forse no. Però i patologi che eseguono le necropsie sui loro corpi hanno registrato spesso un numero di policlorobifenili (pcb) 25 volte superiore a quello statisticamente considerato pericoloso per la salute, la mortalità e la fertilità. Di solito i pcb sono chiari o gialli, possono esistere in forma liquida e non hanno odore né sapore. Sono stati prodotti negli Stati Uniti dalla Monsanto fino al 1977 circa, l’anno in cui sono nata. Il problema è che i pcb non vanno via. Si accumulano nel corpo di qualunque cosa o di chiunque li consumi, dal plancton ai salmoni chinook fino alle foche. I pcb si accumulano soprattutto nei corpi dei superpredatori. Questa è una cosa che io e Tahlequah abbiamo in comune: siamo due superpredatrici.

Non è un mistero da dove l’orca stanziale del sud prende le tossine: dai salmoni chinook che risalgono le correnti dei fiumi fino al mare dei Salish. E non è un mistero neanche da dove il salmone chinook prenda i pcb: dall’esposizione ai sedimenti e ai cibi contaminati nelle acque inquinate dai cantieri navali, dai mattatoi e dalle fabbriche. L’esposizione ai pcb è collegata ai difetti fetali congeniti nelle femmine di orca e in quelle umane. Negli umani, il sintomo più osservato sono gli sfoghi cutanei.

Le orche condividono lo status originario di “stanziali” con i popoli indigeni che fin da cinquemila anni fa coabitavano con tutto ciò che viveva a monte dei fiumi. Questo equilibrio paritario si spezzò con l’arrivo dei coloni bianchi. Anche se ancora poco studiate, oggi le comunità native sono più a rischio di esposizione alle sostanze tossiche di qualsiasi altro gruppo etnico nel Nordamerica. Uno studio canadese del 1997 ha rivelato che alcune donne inuit mostrano livelli di pcb cinque volte superiori alla soglia di sicurezza.

Chiara Dattola

Conosco bene l’odore del mare dei Salish. Io e i salmoni chinook abbiamo battuto lo stesso territorio. Dal golfo dell’Alaska che spuntava dalla finestra della mia cameretta alle trappole per i granchi e le lenze da salmone che piazzavo da bambina, lungo le coste dell’Oregon e dello stato di Washington, fino alle scogliere del nord della California su cui mi arroccavo quando studiavo al college, conosco quell’alito costiero, salino, di alghe fredde, nuvole basse e frammenti di conchiglie bagnate. Dopo la migrazione tra l’Artico e la California del nord, una femmina di salmone chinook nuota per centinaia di chilometri per tornare al fiume da cui viene, dove depone fino a 14mila uova in un nido. Terminata la deposizione, rimane nei paraggi insieme al maschio per proteggere le uova fecondate. Il salmone chinook muore in questo supremo atto di difesa delle future generazioni, prima ancora che si schiudano le uova.

Mio padre era fissato con i salmoni chinook. Ogni aprile mi faceva saltare la scuola perché lo accompagnassi alla diga di Bonneville, tra l’Oregon e lo stato di Washington, a guardare i salmoni che facevano la scala di risalita lungo il fiume Columbia. Mi ricordo il ruggito del fiume sopra di noi e l’odore di umido del calcestruzzo in basso, nella sala di osservazione, con la sua finestra scura dove le bocche ansimanti dei pesci sbucavano dall’ombra mentre le code spingevano freneticamente i corpi su per le scale di cemento.

Mio padre puntava il dito sui bestioni di 30 chili oltre il vetro, poi lo spostava sullo schermo nero alla parete con i numeri bianchi che aggiornavano il conteggio di ogni specie. Nella primavera del 1986, quando avevo otto anni, i salmoni chinook erano 118.614 in totale. Oggi, due popolazioni di salmoni chinook del nordovest del Pacifico sono in pericolo e sette sono minacciate. Le orche stanziali del sud si nutrono solo di pesci. Un tempo banchettavano con i salmoni del fiume Fraser, nella British Columbia, in Canada. Una peschiera della zona che monitora e traccia le migrazioni di ritorno dei salmoni chinook fin dal 1981 riporta che nel maggio e giugno del 2020 solo sette esemplari sono finiti nelle sue reti.

Dato che io e Tahlequah abbiamo nuotato negli stessi oceani e negli stessi fiumi, mi è venuta la curiosità di controllare il mio livello di esposizione ai pcb. Il test per i pcb si può fare solo su ricetta del medico. Ho spiegato alla mia dottoressa che “sono cresciuta a trenta chilometri da un sito bonificato dall’agenzia statunitense per la protezione dell’ambiente in Oregon, dove i pcb sono stati identificati come il principale agente contaminante. Ho imparato a nuotare nel fiume Willamette. Un sacco di volte siamo saltati dalle banchine mentre papà rimorchiava la barca con l’auto. Una volta mio padre ha pescato da quelle acque un salmone chinook che abbiamo mangiato a cena. Tutto questo rientra nella probabilità di esposizione?”.

La dottoressa mi ha spiegato che i pcb s’immagazzinano nel grasso e che l’esposizione è difficile da rilevare. A me stava bene: un esame costoso in meno. Davvero mi serviva sapere quanti pcb c’erano nel mio organismo quando era già confermato che evidenziavo livelli pericolosi di 2Hib, Pgo, Perc, Dpp, Napr e 2,4D?

Anche per le orche, il problema non sono solo i pcb. Una necropsia su un piccolo di orca spiaggiato in Norvegia nel 2017 ha rilevato nella sua carne contaminata “altre sostanze chimiche, tra cui ritardanti di fiamma bromurati (Bfr), pentabromotoluene (Pbt) ed esabromobenzene (Hbb)”.

Potete semplicemente aggiungere l’esposizione ai pcb alla mia lista di sostanze sconosciute. Le prove di come e quando il mio corpo è diventato tossico si perdono, come la piccola di Tahlequah, nelle azzurre profondità.

Le orche sono animali socialmente sofisticati. Non per nulla, nuotano negli oceani della terra da undici milioni di anni prima che arrivassero gli umani. Le orche vivono in branchi matrilineari caratterizzati da una femmina dominante e dai suoi parenti più stretti, che possono arrivare fino a quattro generazioni. Le femmine di orca hanno la menopausa e possono superare gli ottant’anni di vita, e solo da poco si è scoperto che sono proprio le orche in menopausa a guidare il branco. È statisticamente dimostrato che la leadership, l’esperienza e la sapienza di queste “nonne” favorisce la sopravvivenza dei piccoli.

In una presentazione online, Lori Marino, neuroscienziata e presidente del Whale Sanctuary Project, in Canada, proietta sul muro una foto del cervello umano accanto a quella del cervello dell’orca. Il cervello umano è rosa con soffici pieghe di tessuto molle. Il cervello dell’orca non solo è molto più grande (cinquemila grammi contro i 1.350 del cervello umano), ma ha pieghe più strette e compatte. Mio figlio di otto anni si sporge dalla mia spalla e indica il cervello dell’orca: “Wow, quello lì sembra molto più intel­li­gente!”.

Anche considerando le dimensioni del corpo, il telencefalo dell’orca occupa una percentuale del volume cerebrale maggiore rispetto a quello umano. Con un puntatore laser, la dottoressa Marino cerchia una parte del cervello dell’orca nel lobo paralimbico. Questa zona, spiega, è associata all’emozione, alla memoria, alla compassione, all’empatia, all’apprendimento, all’autoconsapevolezza e al pensiero astratto. “Vedete questa sezione qui? Tutte queste pieghe intricate?”, chiede al pubblico tracciando un cerchio con il laser rosso. “È una caratteristica unica dei cetacei. Gli umani non ce l’hanno”.

Durante il giro del lutto di Tahlequah, qualcuno ha osservato che “al tramonto, un gruppo di cinque o sei femmine si è radunato in circolo alla bocca della cala, restando in superficie in un armonioso movimento circolare per quasi due ore. Al calare della luce, hanno continuato in questa specie di rituale. Sono sempre rimaste al centro del raggio lunare, anche quando la luna si spostava”.

Tahlequah non è stata l’unica orca del branco a trascinare il cadavere di suo figlio. Dopo sette giorni, altri componenti del J-Pod le hanno dato il cambio per farla riposare. Jenny Atkinson, direttrice del Whale museum sull’isola di San Juan, nell’oceano tra Stati Uniti e Canada, ha osservato: “Non è l’unica che trascina il corpo: sembra che facciano i turni”.

La sera prima d’interrompere la gravidanza (ero incinta di un feto con difetti cromosomici) ho scritto una lettera al branco delle donne nella mia vita. Ho scelto le uniche parole che mi sono venute in mente: “Sto perdendo il bambino”. Pochi mesi prima avevo già avuto un aborto spontaneo, e per me perdere un altro bambino – l’ancora nel mio mare di sofferenza – era troppo. Mi sono fermata un attimo prima d’inviare l’email. Condividere il mio dolore mi avrebbe costretta a fare i conti con lo shock e la negazione; ma stavo sprofondando. E così ho cliccato su invia.

Chiara Dattola

Non mi aspettavo di essere travolta dall’eco del dolore e della tristezza collettiva. Mi è tornato indietro un fiume di lettere. Foto di candele accese. Testi di canzoni di cordoglio. Immagini di altari che non avevo mai visto. Poesie. Storie di lacrime nei boschi, nei campi e sui fiumi. Sono stata sopraffatta da un senso di leggerezza, come se mi avessero dato il permesso di liberarmi del dovere di un lutto che non potevo più sopportare da sola.

Tahlequah ha portato il suo fardello per 17 giorni e non lo ha fatto per mostrarlo al mondo. Il suo nome è una parola cherokee, significa “due bastano”. Non sono indifferente alle accuse di antropomorfizzazione, ma non sto interpretando il comportamento di Tahlequah alla luce della mia limitata esperienza di essere umano. È vero, sento vibrare le corde del nostro dna comune, però riconosco soprattutto i limiti della mia esperienza di essere umano. Non mi sento grande. Non mi sento importante. Questa sintonia con Tahlequah mi fa sentire come un granello di sabbia in un pianeta che esiste da quattro miliardi e mezzo di anni.

Ellie Sawyer, una naturalista che lavora e vive nel mare dei Salish, ha centrato la questione in modo talmente sottile che non sono sicura abbia notato la tortuosa contraddizione delle sue stesse parole. “Queste non sono esperienze umane”, ha detto, “sono esperienze animali”. Vedermi negli occhi di Tahlequah è più una condanna che una forma di antropomorfizzazione. Le orche hanno occhi grandi che riescono a mettere a fuoco sia sott’acqua sia in superficie. Tahlequah vede più di me, meglio di me.

Ho infilato la scatola con il campione per il test nella busta per la consegna in un giorno. I risultati non arriveranno prima di due settimane. Forse mi manderanno un protocollo per la disintossicazione aggiornato, ma senza le risposte. Niente che aiuti a spiegare che cosa abbiamo fatto a noi stessi. Nessuna risposta per milioni di persone nel mondo che soffrono di nebbia mentale o hanno avuto un aborto spontaneo ma non hanno accesso al laboratorio Great Plains. Penso spesso alle famiglie che mi hanno ospitato quando lavoravo in India, a Varanasi. Allo smog nei vicoli quando andavo a comprare lo spazzolino da denti nel negozio all’angolo o a fare le fotocopie in cartoleria. Livelli di smog che ogni autunno e inverno erano classificati come “pericolosi” e indicavano “condizioni di emergenza per l’intera popolazione”. È da quello smog che ho preso le tossine? Sospetto di sì, ma non lo so. Me ne sono andata da Varanasi. Le famiglie che mi hanno ospitato vivono ancora lì, insieme ad altri 1,2 milioni di persone.

Il diciassettesimo giorno, Tahlequah ha lasciato andare il corpo della sua piccola. È salita in superficie a prendere aria e poi ha lasciato che lei fosse portata via dalla corrente, reclamata dal ventre azzurro dell’oceano.

Le tossine sono un nemico invisibile: è quasi impossibile rilevarle nell’arco della vita di un mammifero, ma hanno un raggio d’azione ed effetti a lungo termine letali. Ora però la scienza sta recuperando terreno. Secondo gli ultimi modelli di ricerca, le popolazioni delle orche che vivono in prossimità di luoghi inquinati da pcb subiranno un crollo in meno di cinquant’anni. Tahlequah e la sua famiglia probabilmente scompariranno nell’arco di una vita umana.

La mia vita umana.

Uno studio del 2021 ha esaminato dei campioni di latte materno raccolti dalle donne di tutti gli Stati Uniti. Tutti i cinquanta campioni contenevano Pfas, sostanze chimiche a livelli di tossicità quasi duemila volte superiori a quelli considerati sicuri per l’acqua potabile. Ci si chiede se anche gli Stati Uniti, come l’India, stanno raggiungendo nell’indifferenza generale livelli d’inquinamento tali da creare condizioni d’emergenza per l’intera popolazione.

“Chi vorrebbe vivere in un mondo al limite della dannosità?”. È la domanda che Rachel Carson poneva in Primavera silenziosa, scritto nel 1962. Le domande di Carson hanno sensibilizzato l’opinione pubblica sul tema dell’interdipendenza della salute sul pianeta e ne hanno fatta una sorta di matriarca del movimento ambientalista globale. Il suo mandato, però, è durato troppo poco. È morta di cancro al seno nel 1964. Aveva 56 anni.

Siamo già arrivati a un mondo così? Un mondo in cui giriamo in circolo e ci diamo il cambio per portare il fardello di un lutto collettivo? Un mondo in cui risaliamo in superficie per prendere aria? In un mondo in cui ci giochiamo il tutto per tutto, può emergere una via matrilineare? Una via capace di esercitare il suo istinto materno per proteggere la vita al di là della nostra impronta individuale? Disposta a morire come i salmoni chinook che fanno la guardia alle uova? Possiamo radunarci come il J-Pod e aggrapparci a ciò che ci è più prezioso, restando centrati anche quando la luna si sposta?

Per la gioia degli osservatori e degli studiosi, il piccolo a cui Tahlequah ha dato la luce lo scorso autunno sembra vivace ed esuberante. Ma c’è ancora tanto da nuotare. Ancora oggi, dal 37 al 50 per cento dei piccoli di orca muore nel primo anno di vita. Un anno durante il quale Tahlequah alleverà il nuovo arrivato grazie ai depositi di grasso immagazzinati nel suo corpo.

Quando è arrivato il momento di dare un nome a J57, il nuovo piccolo di Tahlequah, il Whale museum ha sottoposto la questione al pubblico. Dopo il conteggio dei voti è stato annunciato il nome: Phoenix, “fenice”, il mitico uccello che risorge dalle sue ceneri.

I risultati del mio test sono arrivati. Stavolta la dottoressa li ha salvati nella mia area riservata. Il carico tossico è sceso. Alcune sostanze chimiche si sono fortunatamente ridotte a livelli “non rilevabili”. Altre tossine sono scese del 50 o del 25 per cento, alcune sono rimaste stabili, altre sono raddoppiate. Intanto, lo sfogo sulla mano continua a migrare. Oggi la chiazza di vesciche si è spostata verso il palmo della mano destra. Quando mi prude, ho lo strano impulso di mordermi la mano. “La strada è lunga”, mi ricorda la dottoressa durante la visita di controllo. Il nuovo regime di disintossicazione che mi ha prescritto supera le mie capacità economiche, quindi la strada sarà ancora più lunga.

Stavolta la guardo negli occhi quando le chiedo di nuovo se c’è la possibilità che io abbia passato le tossine ai miei figli durante l’allattamento. Annuendo solennemente dalla schermata di Zoom, dice: “La brutta notizia è che il più grande scarico di tossine nell’arco della vita di una donna spesso avviene quando allatta al seno il primo figlio. La buona notizia è che i loro piccoli giovani corpi probabilmente riescono a disintossicarsi meglio dei nostri”.

Probabilmente.

Phoenix potrebbe avere una maggiore probabilità di sopravvivenza perché una mamma orca scarica gran parte delle tossine dopo il primo parto, quindi i piccoli successivi ne trovano una quantità minore nell’utero e nel latte. È come il metaforico “canarino nella miniera di carbone”? In questo caso la miniera è il corpo della madre, il canarino il primogenito.

Il 16 luglio 2021 sono stata sul mare dei Salish per la prima volta. Sono salita sulla barca prima ancora di fare il check-in in albergo. Non ho visto orche. Mi sono resa conto – con un certo stupore – che non mi aspettavo di vederle. Ero semplicemente contenta di cavalcare le onde tra i venti freddi del Pacifico.

“In quei 17 giorni sapevo dov’era Tahlequah”, dice il capitano indicando sopra la mia spalla. “Era proprio lì. Ma non potevo portarci nessuno. Ho portato i passeggeri ovunque tranne che da lei”. Mi avvicino per cogliere quest’ultimo dettaglio sopra il ruggito dei motori. Dopo aver sentito le sue parole mi allontano. Il capitano tiene lo sguardo fisso sul mare, quindi non sono sicura che mi veda mentre mi asciugo gli occhi dietro gli occhiali da sole. Ma è quello che mi serve in tutta questa storia: la prova che possiamo interrompere le nostre abitudini e cambiare rotta di fronte alla sofferenza. È un atto di dignità.

Ellie, la naturalista sulla barca, mi dice: “Lo sapevi che c’è stato un super raduno con tanto di cerimonia di saluto il giorno dopo che Tahlequah ha partorito Phoenix?”.

Rimango a bocca aperta, incredula. “È stato il primo super raduno al largo di San Juan in quattro anni”. Ellie descrive le orche dei tre branchi che vorticavano intorno, si tuffavano e uscivano in superficie sbattendo le pinne e saltando “come pop corn. Di solito non piango quando lavoro”, dice. “Ma quel giorno non smettevo più di singhiozzare”.

Poche ore dopo alla radio hanno detto che nel mezzo del super raduno era stato fotografato un neonato al fianco di Tahlequah.

Quel neonato era Phoenix.

Questo super raduno – famiglie di orche che hanno linguaggi, diete e culture differenti e comunicano attraverso un codice condiviso, con l’obiettivo collettivo di riunirsi, incontrarsi e onorare la futura generazione – mi fa pensare. Vorrei sapere cosa c’è in quelle pieghe intricate del lobo paralimbico che la dottoressa Marino ha cerchiato con il puntatore laser. Mi chiedo quanto tempo ci hanno messo quelle pieghe a evolversi. Se è stata una cosa lenta o rapida. Se per noi umani c’è speranza di trovare nuove tortuose strade che sfocino in un’improvvisa comprensione reciproca.

Quest’estate, dopo 108 giorni consecutivi di assenza, Tahlequah, Phoenix e la loro famiglia sono finalmente apparsi nel mare dei Salish. La loro prima visita è stata breve, e poco dopo sono stati avvistati mentre tornavano verso la costa. Erano in cerca dei salmoni chinook scomparsi di cui si cibavano i loro antenati? È cambiato il loro modello migratorio? Dovranno rinunciare al loro status di residenti stanziali, che dura da settecentomila anni? In latino, il nome Orcinus orca fa riferimento al “mondo sommerso” e possiamo trarre degli insegnamenti da questa storia. Sono i messaggi provenienti da un mondo azzurro, da un mondo futuro, da una serie di mondi sommersi e possibili, sempre che c’interessi ascoltarli. Sempre che c’interessi agire. “La volontà pubblica è volontà politica”, mi ha detto Ellie. “Questa non è solo una battaglia per i salmoni o per le orche. È una battaglia per un ecosistema condiviso”.

Pochi giorni fa mi sono sintonizzata per ascoltare i suoni ambientali captati da un idrofono calato nell’oceano. Il microfono è nello stretto di Haro, davanti alle isole San Juan, sotto un letto di alghe kelp a circa trenta metri dalla costa e a otto metri di profondità. Sono rimasta per ore ad ascoltare il rumore bianco dell’oceano quando a un tratto la mia cucina vuota si è riempita di schiocchi squillanti e fischi acuti. Ho alzato il volume al massimo e mi sono seduta in poltrona, piena di una stupida gioia. Qualche ora dopo, l’Orca behavioral institute ha postato la foto di una mamma con il suo piccolo con il titolo “Stamattina tutto il J-Pod è tornato nello stretto di Haro”.

Una volta Rachel Carson ha scritto: “C’è qualcosa d’infinitamente terapeutico nei motivi ricorrenti della natura: la sicurezza che dopo la notte arriva l’alba e dopo l’inverno c’è la primavera”. La perseveranza della natura, la perseveranza di Carson, la perseveranza di Ellie e la perseveranza di ogni persona che cerca la verità mi riportano alla mente la determinazione di Tahlequah: ha respirato. Ogni volta ha preso una decisione consapevole: “Il mio compito non è finito”. ◆ fas

Christina Rivera Cogswell

è un’attivista femminista statunitense. Sta terminando una raccolta di riflessioni ecofemministe sulla maternità in un’epoca di crisi climatica. Questo articolo è uscito sulla rivista online statunitense Terrain.org con il titolo Two mammals swimming in a toxic world

Questo articolo è uscito sul numero 1462 di Internazionale, a pagina 100. Compra questo numero | Abbonati