Presentato a Cannes, il film di Laxe si è guadagnato il premio della giuria e la reputazione di “rivelazione scioccante” del festival, cosa che ha generato notevoli aspettative. Durante l’allestimento di un rave nel deserto marocchino, un padre, in viaggio con il figlio adolescente, distribuisce in giro le foto della figlia scomparsa. Seguendo vaghe indicazioni i due partono verso sud sulle tracce di un gruppo di raver. Comincia così un viaggio ricco di deviazioni. Oltre a essere un’esperienza cinematografica unica, Sirât, grazie alla musica e a una potente sceneggiatura, si segnala come un’opera teorica altamente stimolante.
Boris Bastide, Le Monde
Spagna / Francia 2025, 120’. In sala
Corea del Sud 2025, 139’.
Di solito nei film di Park Chan-wook i protagonisti sono criminali brillanti e machiavellici. Lontani dall’adorabile e goffo Man-su che, dirigente in una cartiera licenziato di punto in bianco, ricorre a misure sempre più disperate e letali per assicurarsi un nuovo lavoro. Si capisce molto presto che non è adatto a scatenare una furia violenta. La regia di Park è elegante e il film bilancia la tensione psicologica con spunti comici vertiginosi ed esilaranti.
Wendy Ide, Screen International
Francia 2025, 104’. In sala
Nel film ispirato al libro La grande arche di Laurence Cossé, Demoustier si concentra sullo sconosciuto architetto danese Johan Otto von Spreckelsen (Bang), autore di un monumento poco amato, praticamente inaccessibile e tanto voluto da François Mitterrand, il “presidente costruttore”. L’affascinante ritratto di un creatore idealista o irresponsabile (Demoustier non prende posizione) diventa una deliziosa satira del “regno” di Mitterrand (interpretato da Michel Fau), con i suoi intrighi politici e le convivenze forzate. E anche grazie agli effetti digitali incapsula i vanitosi e dispendiosi anni ottanta.
Etienne Sorin, Le Figaro
Stati Uniti 2025, 131’. In sala
Millie (Sweeney) è in libertà condizionale, e quando viene assunta come governante dalla ricchissima Nina (Seyfried), pensa di aver risolto tutti i suoi problemi. Ma nel giro di poche ore si rende conto che non è così. Chiunque abbia visto un thriller domestico avrà già sistemato tutti i pezzi del puzzle, ma purtroppo il film di Feig non è così abile. Né lo è la sua protagonista, che si farà un’idea di quello che succede molto dopo lo spettatore medio. Nell’ultima mezz’ora il divertimento aumenta, ma la sensazione è che sia tardi per sistemare un pasticcio enorme.
Olly Richards, Empire
Francia 2024, 88’. In sala
Desplechin ammise scherzosamente di aver realizzato La vita dei morti per sparlare della sua famiglia, La sentinelle per sparlare del suo paese e Comment je me suis disputé… per sparlare delle sue ex. Con questo brillante saggio/racconto di formazione, il virtuoso della confessione mascherata getta la maschera, compie un atto di fede nel cinema e racconta la metamorfosi da spettatore che era in regista. Il testo è bellissimo, il montaggio è agile, mentre il cappio si stringe attorno a Shoah di Claude Lanzmann.
Sophie Grassin, Le NouvelObs
Stati Uniti / Irlanda / Francia 2025, 119’.
Con un lungometraggio in tre parti che mostra tre famiglie in altrettanti paesi mentre affrontano momenti completamente diversi, l’eroe del cinema indipendente si rivolge ai legami familiari trovandoli fragili e incerti nonostante la loro pretesa di solidità. Un esperimento testuale che suggerisce, in modo quasi scientifico, l’universalità di tutte le famiglie nonostante le loro differenze, anche estetiche. In una visione malinconica di sconnessione e incomprensione, c’è comunque una punta di ironico ottimismo.
Richard Brody, The New Yorker
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