La Corea del Sud è all’avanguardia nell’era digitale ed è considerata un modello di efficienza e innovazione tecnologica. Con l’infrastruttura internet più estesa e avanzata al mondo, nel paese asiatico le tecnologie digitali sono ormai il fondamento della vita quotidiana, in cui anche l’accesso ai servizi pubblici e lo svolgimento di pratiche amministrative richiedono la capacità di orientarsi tra app e piattaforme online.
Questa capillare digitalizzazione – parte della strategia che Seoul segue da tempo – svela un paradosso eclatante: non tutti i cittadini sono ugualmente attrezzati a usare il digitale e questo non dipende tanto dal reddito, dal livello d’istruzione o dalla zona dove si vive, ma sempre più spesso dall’età. Chi è cresciuto nell’epoca dell’analogico fatica a interagire con sistemi familiari per le nuove generazioni e questo divario sta ridefinendo il modo in cui le persone lavorano, socializzano e interagiscono con le istituzioni pubbliche in una società tecnologicamente molto avanzata.
Non un problema di accesso
In Corea del Sud il divario tra gli adulti di 55-65 anni e quelli di 25-35 anni nelle competenze di base necessarie a orientarsi in ambienti digitali, tra cui la capacità di risolvere problemi e l’alfabetizzazione funzionale, supera la media Ocse sotto vari aspetti e pone il paese asiatico tra quelli con le maggiori disparità digitali tra le generazioni.
Mentre i coreani più giovani possiedono elevate capacità di risolvere problemi usando strumenti digitali, i più anziani con competenze paragonabili sono molti di meno, nonostante tra loro aumentino quelli in possesso di un dispositivo elettronico. Il problema quindi non è l’accesso agli strumenti, ma il loro uso effettivo. La disuguaglianza tecnologica ha ripercussioni sul tessuto sociale. Le ricerche dimostrano che l’alfabetizzazione digitale tra gli anziani è strettamente associata a una vita soddisfacente e al coinvolgimento sociale: competenze digitali più scarse sono legate a un maggiore isolamento e a relazioni sociali più deboli. Il divario digitale, in questo senso, non separa solo gli utenti dai non utenti, ma determina anche modi diversi di vivere la quotidianità.
In una società progettata intorno a interfacce digitali che strutturano la comunicazione, il lavoro e l’accesso ai servizi, le generazioni più anziane si ritrovano ai margini, non perché ostili alle innovazioni ma per la rapidità e la pervasività con cui la società intorno a loro si è digitalizzata.
Risposte sbagliate
Un simile divario in Corea del Sud è quindi una sfida politica più che un problema tecnico. Concentrate soprattutto su programmi di formazione e inclusione digitale, le risposte offerte dalla politica riflettono il presupposto che sia sufficiente acquisire nuove competenze. I dati dimostrano però un problema strutturale più profondo.
Mentre i servizi pubblici, l’accesso alla sanità, la vita culturale e anche le interazioni sociali informali si spostano online, chi non possiede le competenze necessarie rimane per forza di cose escluso da progetti istituzionali per i quali la competenza digitale è la precondizione della cittadinanza. Ne consegue una forma più sottile e al tempo stesso più significativa di disuguaglianza, in cui le differenze generazionali rischiano di cristallizzarsi, erodendo la comprensione reciproca e indebolendo la coesione sociale. Nel corso del tempo, oltre all’inclusione questa dinamica minaccia le fondamenta stesse della partecipazione democratica.
Il divario digitale in Corea del Sud, quindi, non riguarda solo la tecnologia. È un banco di prova per capire se una società iperdigitalizzata può modernizzarsi senza frammentarsi lungo linee generazionali. ◆ gim
Soeun Jeon è una ricercatrice sudcoreana che si occupa di agricoltura e cambiamenti sociali.
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati