L’amore per i libri di William Sloane (1906-1974) andava oltre l’editoria e la pubblicazione. Negli anni trenta scrisse anche un romanzo straordinario, La porta dell’alba (1939), lavorandoci soprattutto nei fine settimana e la sera. Sebbene Sloane fosse un grande appassionato di fantascienza questo non è, in senso stretto, un romanzo di fantascienza. È una buona storia, che si può leggere anche solo per piacere, ma ciò che la rende davvero affascinante e la porta a un livello più alto è la sua completa (e piuttosto disinvolta) indifferenza per i confini di genere. Il romanzo contiene certamente elementi fantascientifici: Julian Blair tenta di mettersi in contatto con la moglie morta attraverso una macchina alimentata dall’elettricità, costruita appositamente (anche se, per sicurezza, tiene a portata di mano una medium). C’è anche una forte componente di giallo: gran parte del libro ruota intorno alla sfortunata domestica, la signora Marcy, e alle circostanze della sua morte. Sappiamo fin dall’inizio che il mistero non avrà una spiegazione razionale, e questo aggiunge alla storia una risonanza che nessun romanzo di Agatha Christie potrebbe eguagliare. E poi c’è l’orrore. Eccome se c’è. Nessuno può leggere La porta dell’alba senza provare un brivido quando nel laboratorio di Blair si manifesta quella terribile vacuità: un vuoto nero, lugubre, che minaccia di risucchiare non solo carte e mobili, ma forse il mondo intero.
Stephen King, New York Review of Books
Il fotografo Eadweard Muybridge, nato in Inghilterra nel 1830, emigrò negli Stati Uniti poco più che ventenne, arrivò a San Francisco e lì diventò un tipico avventuriero dell’ovest: prima di approdare al mestiere per cui lo conosciamo, aveva già sperimentato due o tre professioni e altrettante variazioni del proprio nome. Dietro l’obiettivo era un talento naturale ma per il resto condusse una vita priva di grandi eventi. Se avesse avuto una vita davvero avventurosa, Rebecca Solnit avrebbe forse dovuto scriverne una biografia convenzionale. Invece abbiamo questo libro infinitamente più prezioso, Un fiume di ombre, un’opera brillante su Muybridge e su tutto ciò che ha generato. È, insieme e senza un ordine preciso, la breve sintesi di una vita, una meditazione su tempo, immagine e movimento, una storia dell’ovest degli Stati Uniti come fonte d’innovazione tecnologica e di mutamenti percettivi, e un magnifico pezzo di prosa. Nelle mani di Solnit gli studi sul movimento di Muybridge diventano non semplici curiosità ingegnose, ma un’improvvisa irruzione in una dimensione nuova, come quel momento nella scultura antica in cui i fregi si liberarono dello sfondo e nacque la scultura vera e propria. Eadweard Muybridge è, scrive Solnit, “l’uomo che ha spaccato il secondo, un gesto tanto drammatico e di vasta portata quanto la scissione dell’atomo”. Un’osservazione forse un po’ enfatica ma sicuramente molto efficace.
Jim Lewis, The New York Times
Siamo nel 1954, in un villaggio a metà strada tra la Francia e l’Italia. In seguito alla scoperta di un osso di apatosauro o di brontosauro, Stan si lancia alla ricerca di una creatura imprigionata nei ghiacci dalla notte dei tempi. La montagna gli concederà solo poche settimane per trovare il tesoro. Dopo, bisognerà partire. Per questa avventura ad alto rischio, Stan si è circondato di una squadra curiosa, Umberto, Peter e Gio: “Un gigante ateo innamorato di una dea; un ex seminarista ventriloquo; una guida che parla la lingua dimenticata delle montagne”. Stan vuole arrivare fino in fondo al suo sogno. Per chi? Per se stesso, quel ragazzo solitario e “afono dall’infanzia”? Per la madre tanto rimpianta? Per convincere suo padre che non è una “femminuccia”? Jean-Baptiste Andrea supera lo scoglio del secondo romanzo, il più pericoloso, con una facilità sconcertante. Uomo d’immagini e poeta, ci trasporta sulla sua montagna e ci fa vivere un’avventura tanto magica quanto crudele. Attendiamo il seguito con impazienza.
Bruno Corty, Le Figaro
In un suo saggio online del 2018 la scrittrice Samantha Harvey paragona la mancanza di sonno alla fine di una relazione: “Che cosa ho fatto per farlo andare via? Che cosa posso fare per riaverlo?”. L’esame di Harvey sulla propria insonnia durata un anno è uno scavo nelle emozioni che potrebbero esserne la causa. È una sorta di racconto poliziesco filosofico disseminato di indizi sommersi. Distesa sveglia alle tre del mattino, gira attorno al perimetro sempre più ristretto della sua mente in cerca di risposte, come “un orso polare nella sua sudicia gabbia di plastica blu-biancastra con finte calotte di ghiaccio e acqua che si rivela priva di profondità”. Come si passa da quarant’anni di sonno beato a una condizione comune ma fraintesa che non le concede nemmeno la “triste dignità di essere malata”? Gli indizi compaiono fin dalle prime pagine, quando piange la morte improvvisa di un cugino che soffriva di crisi epilettiche: la morte è venuta a prendere lui e il sonno ha abbandonato lei. L’incapacità di dormire getta Harvey in una vertigine. Lasciata sola con se stessa, s’interroga su una serie di cose e la scrittura scivola dentro e fuori in prima e in terza persona; talvolta a parlare è l’insonnia stessa, una protagonista malevola, decisa a ridurla a uno stato di impotenza.
Colin Grant, The Guardian
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