Angunnguaq Larsen è occupato ad allestire l’impianto audio in vista dell’Aasapalaaq festival, uno degli eventi culturali più importanti dell’estate di Nuuk, capitale della Groenlandia. Larsen è una celebrità locale. È un tecnico del suono e insegnante di musica, ma ha anche recitato in alcuni dei film più famosi della Groenlandia. Nel 2009 è apparso in Nuummioq – storia di un muratore che trova l’amore proprio quando gli viene diagnosticato un cancro –, considerato il primo film prodotto interamente in Groenlandia. Larsen è anche l’attore inuit di riferimento nelle produzioni internazionali. Di recente ha partecipato alla quarta stagione di True detective e alla serie Thin ice di Netflix. E aveva già interpretato il ruolo del misterioso primo ministro groenlandese nella serie danese Borgen. Ma essere una star internazionale non basta a Larsen per guadagnarsi da vivere. “Ci vorrà del tempo, ma spero che tra dieci anni qui ci sarà un’industria cinematografica a tutti gli effetti”, dice.

Verso il professionismo

La Groenlandia è un territorio autonomo del regno di Danimarca e la stragrande maggioranza della popolazione sostiene la sua indipendenza e si oppone a ogni possibilità di annessione agli Stati Uniti. In questo contesto il cinema è considerato uno strumento per rappresentare l’identità e le aspirazioni dell’isola, all’estero e in patria. Per troppo tempo le storie sulla Groenlandia sono state raccontate soltanto da registi stranieri che si sono concentrati sui problemi del paese, come alcolismo, depressione e suicidi. Oggi una comunità di artisti sta cercando di prendere in mano la situazione e contribuire a tracciare il futuro politico della nazione. Per il momento preferiscono parlare di “comunità” cinematografica anziché di “industria”, anche per sottolineare l’importanza che hanno avuto i progetti amatoriali. Ma il professionismo non è più un sogno.

A gennaio è nato un nuovo istituto cinematografico e, per la terza volta nella storia, la Groenlandia ha presentato un lungometraggio agli Oscar. “I film danesi realizzati in Groenlandia sono tanti, ma i registi non sono mai groenlandesi”, sottolinea uno dei produttori Emile Hertling Péronard. Il documentario Walls. Akinni Inuk parla della vita solitaria di una donna incarcerata a Nuuk. Diretto dalla groenlandese Nina Paninnguaq Skydsbjerg e dalla danese Sofie Rørdam, questo dramma ha finalmente soddisfatto i criteri. Secondo il Greenland Oscar committee, un film può essere considerato groenlandese solo se una persona o un ente responsabile di oltre metà della produzione vive oppure ha sede in Groenlandia o ha un forte legame familiare con l’isola.

“Abbiamo un comitato per gli Oscar già da tre anni”, sottolinea Klaus Georg Hansen, capo della Film.Gl, organizzazione che riunisce i registi. “Tuttavia nei primi due non abbiamo avuto un film da proporre”. Anche se Walls non ha avuto la nomination, solo il fatto che sia stato presentato è una vittoria.

Ma in questo momento c’è un’attenzione diversa nei confronti dell’isola. A febbraio del 2025 l’uscita di un altro documentario ha fatto scalpore. The white gold of Greenland afferma che le miniere di criolite, un minerale raro estratto nella punta meridionale dell’isola tra il 1854 e il 1987, abbiano portato nelle casse danesi 400 miliardi di corone (53 miliardi di euro) al valore attuale. In un’epoca in cui molti danesi ritengono che la Groenlandia sia un peso per le finanze pubbliche, il film offre una versione alternativa.

The white gold of Greenland (Wintertales)

Molti politici ed economisti danesi hanno detto che le cifre erano inaccurate, ma gli autori hanno difeso i loro calcoli. Dr, l’emittente pubblica danese, prima ha sostenuto il documentario, ma poi l’ha rimosso dal suo sito. In Groenlandia la polemica è stata vista come l’ennesimo tentativo di negare l’eredità coloniale della Danimarca, in un periodo in cui gli Stati Uniti cominciavano a manifestare l’intenzione di acquisire l’isola.

The white gold of Greenland e la storia della sua diffusione dimostrano quale sia la posta in gioco nel settore cinematografico groenlandese. Anders Grønlund, professore dell’università di Lund, in Svezia, che ha scritto la sua tesi di dottorato sul cinema della Groenlandia, usa l’espressione “sovranità narrativa” per indicare il processo di rivendicazione. In questo modo, il cinema risulta indissolubilmente legato alle aspirazioni dell’isola ad autodeterminarsi.

L’esempio sami

Il movimento è in parte ispirato dai risultati ottenuti dal popolo sami nel raccontare le proprie storie. Nel 2009 la comunità indigena che vive nel nord di Svezia, Norvegia, Finlandia e Russia ha creato un istituto cinematografico con il sostegno del governo norvegese. Con il tempo questo ente è riuscito a guadagnarsi un posto nel settore cinematografico tradizionale, presentando i suoi film nei festival europei. Ogni anno finanzia decine di produzioni e ha perfino un servizio di streaming, Sapmifilm.

Otto Rosing, regista di Nuummioq, voleva mostrare la vita reale in Groenlandia, evitando stereotipi. La sua commedia agrodolce, su un gruppo di amici costretti ad affrontare una grave malattia che ha colpito uno di loro, segna uno scarto netto dal cinema del passato. Rosing racconta le storie di groenlandesi che abbracciano la modernità. “Nei documentari e nei film del passato l’idea di una Groenlandia moderna e vibrante era del tutto assente”, sottolinea Grønlund, convinto che questo aspetto distingua il cinema groenlandese da altre industrie cinematografiche indigene che si sono concentrate maggiormente sull’elemento post-coloniale.

Il neonato Istituto cinematografico groenlandese ha il compito di creare un fondo per finanziare le produzioni locali e l’obiettivo di promuovere il territorio come location. Negli ultimi anni diverse produzioni internazionali ambientate in Groenlandia hanno trovato un paesaggio ghiacciato altrove. Nel film di Ben Stiller I sogni segreti di Walter Mitty, le scene riferite a Nuuk sono state girate in Islanda. La troupe del film catastrofico Greenland non ha mai messo piede sull’isola da cui prende il titolo. I groenlandesi vorrebbero che i film che parlano di loro fossero girati sul posto, cosa che oltretutto creerebbe grandi opportunità.

Mentre il nuovo istituto si prepara a cominciare la sua attività e il mondo continua a discutere del futuro dell’isola, molti esponenti del cinema groenlandese sentono che oggi la posta in gioco è più alta che mai. “Stiamo costruendo una nazione”, spiega Péronard. “Le storie che avremo la possibilità di raccontare avranno un impatto determinante in questo processo”. ◆ as

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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 74. Compra questo numero | Abbonati