Come spesso accade nei film di Kleber Mendonça Filho, l’azione si svolge a Recife, in Brasile. Nel 1977 Marcelo, un ex professore braccato per motivi che saranno chiariti poco a poco, arriva in città per stare vicino al figlio. Si stabilisce lì, in pieno carnevale, in una piccola pensione dove un gruppo clandestino riunisce gli oppositori ricercati dal regime. Possiamo metterci alla ricerca dell’agente segreto promesso dal titolo, con il rischio di aspettarlo ancora all’uscita dalla sala. Possiamo anche lasciarci trasportare dallo tsunami narrativo, informativo e sensoriale di questo thriller carnevalesco. Non si può però non menzionare l’attore Wagner Moura, star brasiliana che si distacca dal ruolo di Pablo Escobar (nella serie Narcos) per incarnare Marcelo, con un fascino inquieto e un’intelligenza allo stremo, intorno al cui mistero il film ruota come la Terra intorno al Sole. Sole nero della malinconia, naturalmente, che illumina una trama che dispensa una serie di false piste che prenderemo tutte a cuore. Più che “raccontare”, L’agente segreto ci invita a perderci al suo interno per trovare, grazie a noi, il posto che gli spetta.
Jacques Mandelbaum, Le Monde
Brasile / Francia / Paesi Bassi / Germania 2025, 158’. In sala
Germania / Francia 2025, 135’. In sala
Serebrennikov c’invita ad affrontare una prova fisicamente sgradevole, eticamente discutibile e artisticamente terrificante. Il regista e dissidente russo ha deciso di applicare lo stile febbrile che ha impiegato nelle biografie della moglie di Čajkovskij e di Limonov a quella di un criminale di guerra nazista: Josef Mengele, “medico” di Auschwitz soprannominato “angelo della morte”. Adattato dal romanzo investigativo di Olivier Guez, il film si concentra sugli anni di esilio dell’impenitente ufficiale delle Ss in vari paesi del Sudamerica. Serebrennikov non esita a prendere in prestito convenzioni del film di spionaggio (come il bianco e nero o la suspense) ma ritrae il suo protagonista come un uomo vile, accecato dall’odio e da una patologica lealtà al nazismo. In un flashback a colori particolarmente angosciante, Mengele (nell’agghiacciante interpretazione di August Diehl) compie operazioni mostruose come si trovasse in un idillio. Costringendoci a vedere (e a tremare), Serebrennikov fornisce un terribile quanto necessario contrappunto alla scelta di Jonathan Glazer che in The zone of interest aveva lasciato le atrocità del genocidio fuori dallo schermo.
Jérémie Couston, Télérama
Stati Uniti 2026, 113’. In sala
Il primo horror di Sam Raimi dai tempi di Drag me to hell (2009) c’infligge un’abbondante dose di fluidi disgustosi e, anche se l’indubbia efficacia del regista è smorzata dalla scadente qualità degli effetti digitali, risulta nettamente superiore ad altre recenti variazioni della parabola “mangia il ricco”. McAdams è fin troppo glamour per interpretare Linda, la “stramba dell’ufficio”, maltrattata dal giovane boss, Bradley (O’Brien). Quando i due, dopo un incidente aereo, si ritrovano sperduti su un’isola deserta, Linda, fan del reality Survivor, è nel suo territorio, dove glamour e condiscendenza patriarcale non hanno valore. Lì emerge la McAdams star di Hollywood. Send help è uno splatter indulgente alimentato da un soddisfacente tocco di giusta rabbia
sociale.
Clarisse Loughrey, The Independent
Francia / Israele / Belgio / Ungheria 2025, 131’. In sala
Ucraina, 1942. Per sottrarre Hugo alla deportazione, la madre lo affida a un’amica prostituta che lo nasconde nella sua stanza. Chiuso in un armadio, aggrappato ai suoi ricordi, il ragazzo vive la guerra dall’interno di un bordello. Adattando il romanzo di Aharon Appelfeld, Finkiel prosegue il suo lavoro di ricostruzione della memoria dell’Olocausto, adottando una forma sempre più romanzesca. Più Spielberg, meno Lanzmann. Un film di grande spessore.
Nicolas Schaller, Le Nouvel Obs
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