Maria Pacifico
L’odore del lupo
Ponte alle grazie, 192 pagine, 18 euro

Siamo solo a gennaio, ma non mi sembra imprudente dire che ho letto uno dei migliori esordi di quest’anno. L’odore del lupo, se non lo facesse già il titolo, comincia con un capitolo che allude alla trama minima, facendomi vacillare all’idea di una storia raccontata in altre versioni (ho pensato subito a Perché tornavi ogni estate di Belén López Peiró e a La gioia avvenire di Stella Poli). Mi tranquillizza invece la capacità di Maria Pacifico di cogliere la natura mutevole dell’infanzia, soprattutto se è tallonata dal dolore: “Quando il talento incontra la paura, costruiamo con grazia e dannazione i nostri piccoli inferni personali”. A cercare un recesso interiore è Silvia, undici anni nemmeno, il soggetto di quel dolore, nella centrifuga degli anni settanta, circondata da un padre, una madre, una sorella minore più simpatica, meno adulta. Pacifico si arma di una lingua senza orpelli, e per questo vitale. Qui e là alzano la testa metafore azzeccate, come quando descrive le relazioni della protagonista a scuola paragonandole a chi cerca il tepore di un termosifone in inverno. La lettura è avvincente per come la storia è raccontata e per la destrezza con cui edifica, alternando normalità e pericolo, la fortezza di una bambina alle soglie dell’adolescenza. Un luogo che è rifugio e punto di avvistamento. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati