Dopo le ultime tre settimane di brutalità a Minneapolis non si può più affermare che l’amministrazione Trump voglia semplicemente governare gli Stati Uniti. Il suo obiettivo è ridurci tutti a uno stato di costante paura. Paura di una violenza che in un certo momento potrebbe risparmiare alcuni, ma che non terrà mai nessuno veramente al sicuro. Questa è la nuova realtà del nostro paese. Il terrore di stato è arrivato.
Per favore, esaminate con me questa lista. Dall’inizio di gennaio, quando l’Immigration and customs enforcement (Ice, l’agenzia federale per il controllo dell’immigrazione e delle dogane) ha ampliato le sue operazioni a Minneapolis e a Saint Paul in Minnesota, gli agenti federali hanno: ucciso Renee Good, madre bianca di classe media; minacciato un’avvocata esperta di immigrazione incinta nel parcheggio del suo studio legale; arrestato numerosi cittadini statunitensi, tra cui uno trascinato fuori di casa in mutande; distrutto i finestrini di diverse auto e arrestato i loro passeggeri, compresa una cittadina statunitense che stava andando a una visita medica in un centro per lesioni cerebrali; fatto esplodere granate stordenti e lacrimogeni accanto a un’auto con sei bambini a bordo, tra cui uno di sei mesi; rastrellato un aeroporto, chiedendo i documenti e arrestando più di una decina di persone che lavoravano lì; arrestato un bambino di cinque anni. E nei giorni successivi hanno ucciso un altro cittadino statunitense, Alex Jeffrey Pretti, un infermiere di terapia intensiva bianco senza precedenti penali. Gli agenti lo avevano buttato a terra, immobilizzato e a quanto sembra gli hanno sparato almeno dieci colpi a bruciapelo.
Non si può più affermare che Trump voglia semplicemente governare gli Stati Uniti. Il suo obiettivo è ridurci tutti a uno stato di costante paura. Questa è la nuova realtà del paese
Di fronte a una lista come questa, un diluvio come questo, cerchiamo dettagli che possano spiegarci perché queste persone siano state trattate così, dettagli che possano rassicurarci del fatto che noi invece non siamo in pericolo.
Good aveva una relazione con una donna, e la sua partner, che è una lesbica un po’ mascolina, stava parlando in modo impertinente con un agente dell’Ice quindi, a pensarci bene, Good non era la tipica madre bianca. ChongLy Thao, l’uomo che è stato trascinato fuori di casa in mutande, è un immigrato dal Laos, non è bianco e presumibilmente parla con un accento straniero. La donna che stava andando alla visita medica e la famiglia con sei bambini stavano attraversando delle zone dov’erano in corso proteste contro l’Ice. La famiglia del bambino di cinque anni arrestato non ha un permesso di soggiorno permanente. Nel momento in cui scrivo si sa ancora poco di Pretti, ma suo padre ha dichiarato che partecipava regolarmente alle proteste a Minneapolis.
Concentrarsi su questi dettagli non significa giustificare le azioni degli agenti federali, palesemente brutali e ingiustificabili; serve per dare un senso al mondo e calmare i nostri nervi. Se non controbatto, se cambio strada per evitare le proteste, se sono abbastanza fortunato da essere bianco, etero, statunitense di nascita – oppure se non lo sono, ma evito di dare nell’occhio, resto in silenzio – sarò al sicuro.
Al contrario, posso decidere di far sentire la mia voce, andare alle manifestazioni, rischiare. In entrambi i casi, ci diciamo che se possiamo prevedere le conseguenze, abbiamo il controllo della situazione. Ma non è così che funziona il terrore di stato. Negli anni novanta, quando nell’ex Unione Sovietica parlavo con le persone delle loro esperienze familiari con il terrore staliniano, mi colpiva ogni volta quanto sapessero delle proprie situazioni. Ogni volta mi dicevano esattamente cosa aveva causato l’arresto o l’esecuzione dei loro familiari. Vicini gelosi che li avevano denunciati alle autorità, oppure colleghi arrestati che avevano fatto i loro nomi sotto minaccia.
Queste storie erano state tramandate di generazione in generazione. Mi chiedevo come facevano a sapere tutte queste cose. Era impossibile. Le persone si costruivano delle narrazioni basate su sospetti, voci e allusioni, per colmare il bisogno disperato di una spiegazione.
Nel 1934 Hitler fece arrestare i dirigenti delle camicie brune e fece uccidere i generali più importanti per dimostrare che nessuno era immune dalla violenza
Il mio libro preferito sul terrore di stato è Sof’ja Petrovna di Lidija Čukovskaja, un breve romanzo russo. La protagonista, una donna di mezza età fedele al Partito comunista di Stalin, perde la ragione cercando di dare un senso all’arresto di suo figlio. La vicenda della mia famiglia contiene un corollario di questa storia.
Dopo che la polizia segreta aveva arrestato gran parte dei dirigenti del quotidiano di cui mio nonno era vicedirettore, lui aspettava che venissero a bussare alla sua porta. Quando, notte dopo notte, settimana dopo settimana, vide che la polizia segreta non si presentava, raggiunse un livello di stress tale che andò a ricoverarsi in un istituto psichiatrico. Forse grazie a questo evitò l’arresto. O forse la polizia segreta aveva raggiunto la quota di arresti richiesti per quel mese.
Quando negli anni novanta gli archivi del Kgb furono aperti (per breve tempo), si scoprì proprio questo: il sistema della repressione era basato sulle quote. Gli squadroni del posto dovevano arrestare un certo numero di cittadini da designare poi come nemici del popolo. Il fatto che gli agenti spesso arrestassero gruppi di colleghi, amici e familiari era probabilmente più che altro una questione di comodità. Fondamentalmente il terrore era casuale. È così, in realtà, che funziona il terrore di stato.
La casualità fa la differenza tra un regime basato sul terrore e uno semplicemente repressivo. Anche in regimi brutalmente repressivi, come quelli delle ex colonie sovietiche in Europa orientale, si sapeva quali erano i confini del comportamento accettabile. Una protesta in pubblico portava all’arresto, una conversazione in cucina no. Scrivere saggi o romanzi sovversivi o pubblicare giornali clandestini causava l’arresto; leggere quelle opere vietate e passarle sottobanco agli amici probabilmente no. Un regime basato sul terrore, invece, usa la violenza proprio per rafforzare il messaggio che chiunque può esserne vittima.
Quando pensiamo ai passati regimi del terrore, siamo tentati di attribuirgli una logicità, come se i leader totalitari avessero una lista dello sterminio e la facessero eseguire in modo metodico. È così, credo, che molte persone intendono il noto sermone di Martin Niemöller Prima vennero…. In realtà, però, le persone che vivevano sotto quei regimi non sapevano mai quale gruppo sarebbe stato designato come nemico dello stato.
All’epoca di Niemöller il terrore lo esercitavano la polizia segreta e le forze paramilitari – soprattutto le Sturmabteilung (Sa), meglio note come camicie brune– il cui compito era instillare la paura nella popolazione.
Nel 1934 Adolf Hitler fece arrestare tra i 150 e i 200 dirigenti delle Sa e fece uccidere i generali più importanti, come estrema dimostrazione che nessuno era immune dalla violenza mortale dello stato. Stalin ordinava regolarmente simili epurazioni. Il terrore in sé non era il fine ultimo di questi regimi, ma senza di esso nulla di ciò che seguì sarebbe stato possibile.
Gli strumenti a disposizione non sono particolarmente vari. Il presidente Trump sta usando tutti quelli che ha: le quote per gli arresti dell’Ice; la forza paramilitare composta da picchiatori ubriachi della propria brutalità; lo spettacolo della violenza casuale, in particolare nelle strade delle città; la diffamazione post mortem delle vittime.
È del tutto naturale che la nostra mente si sforzi di trovare una logica in quello che vediamo. C’è una logica, e ha un nome. Si chiama terrore di stato. ◆ fdl
Questo articolo è uscito sul New York Times.
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 35. Compra questo numero | Abbonati




