Ci vorrà tempo per metabolizzare Karakoz _(che significa teatro delle ombre) di Mai Mai Mai, uscito da poco per la Maple Death Records. E non solo perché è un disco lirico, magnetico e dotato di una non scontata empatia, ma perché la sua dimensione storica è di un’altra portata, e come Neil Young parlava dell’entrare nel blu per uscire dal nero, qui forse si esce dalla metafora per entrare nell’epica. Quando in Italia la parola “genocidio” faceva ancora fatica a essere pronunciata e si era lontani dalle manifestazioni epocali dello scorso ottobre, Toni Cutrone è partito per una residenza artistica a Ramallah legata a Radio Alhara e al laboratorio Wonder Cabinet per incontrare musicisti e ricercatori sonori che hanno determinato il timbro del nuovo album, suonandoci dentro (Karakoz_ è stato registrato in Palestina). In linea con la sensibilità del volume di Federico Campagna Altrimondi (Einaudi) o Il gelso di Gerusalemme di Paola Caridi (Feltrinelli), dove la storia di un popolo e di una terra viene cantata dagli alberi, Mai Mai Mai sta componendo il suo arazzo del Mediterraneo, dove morte e pianto rituale si avvicendano a canti di liberazione spirituale e a favole del reincanto. Decifrare i segni della materia vibrante che esiste quando tutto viene sterminato è qualcosa che nessuno fa bene come lui, al momento. Ma ci vuole anche ispirazione e il talento di dar voce, la capacità di scassare gli archivi per rovesciare fuori queste antiche e memorabili voci. Attento, elegiaco, filologico: è una postura giusta e artisticamente meritevole, di questi tempi. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati