Al prossimo Eurovision, a tirare le somme della musica europea, l’Italia arriverà con il vincitore di Sanremo, Sal Da Vinci, il cui brano cantano ormai tutti – credenti, atei, fedeli e poliamorosi – da mane a sera. Dopo i suoni dei Måneskin e di Mahmood, il paese tornerà a mostrare la sua faccia più folcloristica, a un passo dalla sceneggiata, a pochi metri dal trittico sole-pizza-mandolino. E sono abbastanza sicuro che sarà un successo, meritato. Seduto in platea all’Ariston durante le prove generali, ho potuto testimoniare l’entusiasmo per la performance dello scugnizzo napoletano: quei minuti di teatro gioioso spezzano la lunga catena di brani dolenti. Da Vinci ci crede, con la mimica abbraccia piazze estive, battesimi e matrimoni, trasmette una postura pubblica che ha la forma della festa. Agli antipodi, Fedez e Masini. Anche per loro applausi, ma dal tono intimo, consolatorio. “Da questa notte resto solo insieme a me, toccando il fondo in una stanza di un hotel”. La cupezza di un nord che si percepiva cerniera col mondo e che ha perduto ogni sorriso spalanca le porte alla libertà creativa del siciliano TonyPitony, alla via lattea imboccata dal napoletano Stefano De Martino: il meridione dell’immaginario (musicale, teatrale e cinematografico) riscatta una scena dominata da crisi e immagini funeree. La tv segue la scia, e fornisce prove e argomenti a una “questione settentrionale” che prima o poi andrà affrontata. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1655 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati





