Il romanzo d’esordio della statunitense Alexis M. Smith si dipana in delicati collegamenti di pensiero lineare, espressi (per lo più) con frasi ingannevolmente semplici. A parlare è la protagonista, Isabel, nata come l’autrice nel Pacific Northwest e cresciuta in Alaska con la sorella maggiore. Isabel sogna Amsterdam, “anche se non c’è mai stata e probabilmente non ci andrà mai”. Isabel crede che lì tutto sia perfetto. La storia copre apparentemente un solo giorno, ma i ricordi di Isabel risalgono all’infanzia, con episodi intermedi come un viaggio in campeggio, un incontro con un’astrologa e un’esperienza decisiva davanti a un immenso ghiacciaio. L’amore di Isabel per i libri la porta a trovare lavoro in biblioteca, dove s’innamora del collega Spoke, un veterano della guerra in Iraq il cui improvviso nuovo arruolamento getta un’ombra lunga sulla storia, spingendola all’introspezione durante la festa a cui aveva programmato di andare con lui: “Spoke è già a metà del paese, dove la gente sta preparando la colazione, porta fuori i cani sui prati ancora umidi di rugiada, sale su autobus e treni diretti verso il centro delle città, si mette in fila nei bar per il caffè”, pensa, mentre “ad Amsterdam è già un delizioso pomeriggio, le foglie stanno cambiando colore”. La bella impaginazione di questo libro sottile rispetta ed esalta la voce di Smith, con ampi spazi bianchi in ogni pagina e una generale rinuncia a virgole e virgolette. Lirico e luminoso.
Publishers Weekly
La grande letteratura può essere un viaggio che dal minuscolo conduce all’infinito. Un gioco di questo tipo riesce a Martina Hefter con il suo nuovo romanzo. Juno Isabella Flock giace “su un tappetino da ginnastica, qualche distratto esercizio per gli addominali, tutto qui. In realtà passava la maggior parte del tempo a guardare il soffitto”. Dalla stanza accanto filtra una luce azzurrina e talvolta giunge il rumore del motore di un letto medicale. Lì giace colui che Juno conosce meglio e da più tempo di chiunque altro. È gravemente malato, si chiama Jupiter ed è, come nel mito, il marito di Juno. Una coppia di divinità e scrittori. Lui è un romanziere, che ha appena ricevuto un premio letterario di medio valore economico, lei è una via di mezzo tra danzatrice, coreografa e autrice. L’apocalisse arriva, in questo romanzo planetario, come al cinema, perché l’incubo di Juno somiglia alla sceneggiatura del film Melancholia di Lars von Trier. Un pianeta si scaglia contro la Terra, prima di annientare ogni forma di vita, non solo quella della coppia di sposi di cui parla il film. Juno ascolta la colonna sonora del film in loop continuo su Spotify, così quella musica è indissolubilmente incollata alla traccia sonora della sua vita. E suggerisce di guardare il film a un ragazzo con cui chatta su WhatsApp come fosse un anello di fidanzamento maledetto. Il potere di seduzione letteraria di Hefter somiglia all’arte dei love scammer che ti truffano su internet: si avrebbe voglia di cascarci.
Ronald Düker, Die Zeit
La diciassettenne Mae è un’ascoltatrice eccellente, ma sotto ogni altro aspetto la narratrice del romanzo d’esordio di Nicole Flattery è un disastro: ha abbandonato la scuola; ignora sua madre; e i suoi primi contatti con il mondo adulto non sono felici. Il caos le vortica attorno, ma lei riesce in qualche modo a restare salda: è taciturna però presta un’attenzione estrema. Ed è proprio questa capacità di ascolto – di ricevere invece di trasmettere; di collocarsi tra il pubblico invece di lanciarsi sul palcoscenico – che le consente di assumere il ruolo d’ingranaggio vitale ma invisibile di quella che diventerà una macchina famosa in tutto il mondo. Il romanzo infatti è ambientato nella Factory di Andy Warhol che nel 1966, quando la storia prende avvio, si stava affermando come una forza artistica e culturale con cui fare i conti. Oggi quel luogo è circondato da un’aura mitica e ha finito per essere sinomimo di arte, glamour e anni sessanta. Ma mostrandoci la Factory attraverso gli occhi di Mae, Flattery ne rivela l’utilitarismo fondamentale: come Dorothy del Mago di Oz, scosta quel sipario sgargiante per mostrarci un inganno fatto di leve e ingranaggi.
Sarah Crown, The Guardian
Verso la fine di questo romanzo Joe Dunthorne descrive la bollitura di una lingua. È, spiega, un esperimento nato dalla sconfitta. Dal momento che non dispone di sufficiente materiale per il suo libro sulla carriera scientifica del bisnonno ebreo e sulla sua fuga dalla Germania nazista, Dunthorne è arrivato al punto di ricreare il menu della casa di riposo in cui il bisnonno morì. Nella pentola, la lingua prende vita. Mentre Dunthorne la punzecchia inutilmente, si contorce e si dimena nell’acqua, spingendo contro il coperchio. Se il possibile simbolismo sembra evidente, è anche fuorviante. Invece di reprimere la lingua insistente, il progetto dell’autore è quello di sollevare il coperchio della pentola e lasciare che la storia parli, per quanto indomabile possa rivelarsi. Contrariamente a quanto afferma, Dunthorne ha già portato alla luce una quantità sorprendente di prove sulla vita di Siegfried Merzbacher, ben poche delle quali si conformano al racconto eroico che avrebbe voluto scrivere. Il dentifricio radioattivo è un libro agile, coinvolgente che nonostante tutto lascia ai protagonisti tutta la loro dignità.
Sarah Watling, Times Literary Supplement
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