Cultura Suoni
Euphoria bound
Shackleton (dr)

Ci sono alcuni momenti di Philistine wavelength, il secondo brano del nuovo album di Shackleton, in cui sembra che il produttore stia manipolando l’aria intorno a chi ascolta. L’effetto è disorientante, come un improvviso cambio di pressione: i suoni si spostano dal centro del campo stereo ai margini, mentre il basso emerge da una profondità sotterranea e cresce fino a occupare lo spazio. È un’esperienza fisica e immersiva, un nuovo livello per un artista che ha dichiarato di voler “creare il proprio cosmo musicale”. Euphoria bound, debutto sull’etichetta AD 93, ricostruisce quel cosmo dalle fondamenta, con una produzione più ricca e nuove soluzioni sonore. Ritmi nervosi ruotano e si spezzano, le parti di basso zigzagano, percussioni e grancasse entrano ed escono dal tempo. I riferimenti sonori, un tempo vagamente mediorientali o asiatici, diventano ora tipici del solo Shackleton, riflesso d’inquietudini e paranoie contemporanee. I brani oscillano tra caos e ordine, in un ciclo di distruzione e rinascita privo di vera consolazione. Il disco segna un ritorno alla pista da ballo: niente suite interminabili o collaborazioni vocali estese, ma tracce potenti come The unbeliever’s pulse, che guarda alla club culture dei primi anni duemila. Nonostante un’estetica fortemente riconoscibile, Shackleton continua a trovare nuove deviazioni sonore. Al suo meglio, Euphoria bound ha un effetto avvolgente, spietato e allo stesso tempo mozzafiato, come il Lancashire, il paesaggio aspro che ha segnato la formazione dell’artista.
Andrew Ryce, Resident Advisor

Cantigas
Nilza Costa (Paolo Chiarelli)

Non serve una particolare spiritualità per immergersi nel nuovo lavoro di Nilza Costa, ma certamente è necessaria la voglia di ascoltare anche musica che resiste alle spiegazioni. La cantautrice di Salvador de Bahia, ora residente in Italia, ha costruito l’album intorno alle cantigas, canzoni sacre della diaspora africana in yoruba, kimbundu e portoghese brasiliano. Funzionano come invocazioni dirette degli orisha, spiriti che connettono la vita umana con la natura, la storia e il divino. È un album che vuole collocarsi dentro questa tradizione, non rappresentarla dall’esterno. La voce trascina tutto; bilancia tristezza e calma, contenendo con nobile dignità i traumi dei suoi antenati. Cantigas si apre e si chiude con pezzi strumentali in cui le percussioni sono la forza motrice; la cantante s’inserisce in questo movimento circolare e ipnotico, come in un rituale. Muovendosi con sicurezza tra passato e presente, questo lavoro non cade nella trappola della fusion, non ci sono mai eccessi. La sua riuscita sta nell’affidarsi esclusivamente alla potenza del rito.
Andreo Michaelo Mielczarek, The Quietus

John Dowland è morto 400 anni fa e questo album gli rende omaggio in maniera particolarmente affascinante. La musica del disco non è tutta di Dowland: la registrazione prende il titolo da un brano di Purcell e uno dei momenti più memorabili è una versione ipnotica del Corpus Christi carol di Britten. Ma tutto il programma è intriso di quella deliziosa malinconia elisabettiana che Dowland riuscì a distillare con straordinaria efficacia. La voce di Ruby Hughes è particolarmente naturale e il suono è abbastanza ravvicinato da permetterle di cantare in modo morbido e confidenziale. Il canto, il liuto di Jonas Nordberg e la viola da gamba di Mime Yamahiro Brinkmann mantengono tutto in perfetto equilibrio sostenendo una linea espressiva convincente, con un’intensità emotiva mai indulgente, ma sempre comunicativa. Questo approccio si coglie tanto nella musica di Dowland, dei suoi contemporanei e di Purcell quanto nelle composizioni nuove o recenti che chiudono il programma, firmate da Deborah Pritch­ard, Errollyn Wallen e Cheryl Frances-Hoad.
Erica Jeal, The Guardian

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1652 - 13 febbraio 2026
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