Julian Barnes dice che questo sarà il suo ultimo libro. È qui per scrivere della sua malattia e per aggiungere ancora qualche ceppo al suo fuoco. Partenze è un testamento esile e severo. La prosa di Barnes è ridotta all’osso: fa pensare a una nave che di fronte alla tempesta ha ammainato e riposto vele e sartiame per resistere meglio all’assalto delle intemperie. Il libro trabocca di una saggezza acquisita controvoglia. I poteri di osservazione e di commento di Barnes possono essersi ridotti, ma il suo appetito per il gioco e per il dettaglio, per le cose umane fondamentali, resta acutissimo. Di fronte agli orrori della vita, scrivere può aiutare, è un premio di consolazione. Nell’autunno 2008, quando sua moglie stava morendo a causa di un tumore al cervello, Barnes affrontò il dolore passando tutto il tempo possibile alla scrivania. “Terrore e angoscia sono stati tenuti lontani scrivendo proprio di terrore e angoscia”, scrive in Partenze. Scrivere della propria malattia gli offre qui un sollievo simile. Il libro è presentato come un romanzo, e in effetti contiene una storia d’amore metanarrativa su due amici che Barnes aveva conosciuto a Oxford negli anni sessanta e che ha fatto ritrovare in tarda età, quando si sono innamorati. Questi personaggi interpellano l’autore. Uno di loro dice, meravigliosamente: “Oh, smettila di dire cose sagge che non sono vere”. La parte medica di Partenze comincia all’inizio della pandemia, quando Barnes è colpito da una grave malattia della pelle che si rivela essere una neoplasia mieloproliferativa, un tumore che ha origine nel midollo osseo. Non è necessariamente una condanna a morte. Deve comunque passare il filo interdentale, come un medico disse a Michael Kinsley quando gli fu diagnosticato il morbo di Parkinson. Ma Julian Barnes si sente deviato dalla propria orbita: con il covid e il cancro che lo braccano, trema come una fragile vetrinetta di cristallo mentre i carri armati le passano accanto. Ormai lui è solo un altro vecchietto spinto lungo un corridoio d’ospedale che si chiede, con tenerezza, se mai potrebbe meritare un distintivo sul bavero con su scritto: “Ma io ho vinto il Booker prize”. Fu Ali Smith, nel suo romanzo Estate, a dirlo: “Qualunque sia la tua età, muori comunque giovane”. Dwight Garner, The New York Times
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Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati