Le elezioni anticipate dell’8 febbraio in Thailandia hanno segnato una netta svolta a destra: il partito Bhumjaithai (conservatore) ha ottenuto una vittoria schiacciante, rovesciando le sorti del Partito del popolo, progressista, che nel 2023 con il nome Move forward e una piattaforma riformista aveva trionfato senza però riuscire a formare un governo a causa dello stop del senato, i cui componenti non sono eletti. Secondo i risultati preliminari, il Bhumjaithai avrebbe conquistato circa 194 dei 500 seggi parlamentari, guadagnandone 71. Seguono il Partito del popolo con 108 seggi, il Pheu Thai con 78, il Kla Tham con 58 e i Democratici con 20.

Il Bhumjaithai, partito filomonarchico radicato in province turbolente, avrà bisogno di almeno uno, o forse due, dei partiti che hanno preso più voti per assicurarsi una maggioranza e formare un governo stabile con più di 270 seggi, in grado di resistere a defezioni e ad altre manovre dei parlamentari. Gli analisti indicano già come ipotesi più probabile una coalizione tra Bhumjaithai, Pheu Thai (il partito della famiglia Shinawatra) e Kla Tham (centrodestra), tutte forze favorevoli al sistema di potere attuale ma anche profondamente radicati in reti clientelari provinciali.

Il risultato elettorale riflette, almeno in parte, un’ondata di sentimento nazionalista innescata dal conflitto al confine tra Thailandia e Cambogia. Durante il suo breve mandato da primo ministro nel 2024, e poi come capo del governo ad interim fino a oggi, il capo del Bhumjaithai Anutin Charnvirakul è stato abile nel presentarsi come un leader in tempo di guerra. Questo cambiamento dell’umore nazionale ha indebolito il messaggio riformista che nel 2023 aveva fatto conquistare la vittoria al Move forward, che puntava a una riduzione del potere della classe dirigente tradizionale – monarchia, esercito e grandi monopoli economici – dopo quasi un decennio di dominio militare diretto e indiretto. La scelta del Partito del popolo di attenuare quel messaggio, in parte per garantirsi la sopravvivenza dopo aver sfidato l’autorità monarchica, in parte in risposta al nuovo clima nel paese, non ha retto con una guida meno carismatica di quella che aveva nel 2023, ed è rimasto senza una direzione chiara.

L’importanza delle province

Il successo del Bhumjaithai è dovuto anche al grande sforzo con cui da tempo Anutin tesse alleanze con i clan politici provinciali, i bahn yai, o “grandi case”, una strategia che ha permesso al partito, un tempo confinato soprattutto nel nordest del paese, di espandere a livello nazionale potere e influenza, in gran parte a spese del Pheu Tha, che un tempo era il leader indiscusso in quelle aree. Anutin, erede di una delle principali imprese edili della Thailandia, darà priorità ai grandi progetti infrastrutturali rispetto alle profonde riforme strutturali necessarie per stimolare la crescita di una delle economie più deboli del sudest asiatico, cresciuta solo del 2 per cento nel 2025 e sempre meno attraente per gli investitori stranieri.

Il Bhumjaithai ha inoltre avuto successo con la sua campagna khon la kreung, “metà ciascuno”: un sistema di sussidi ai consumatori lanciato per la prima volta dal governo dell’ex generale Prayut Chan-ocha durante la pandemia, in base al quale lo stato copre metà del costo di piccoli acquisti entro un tetto prestabilito. Il partito è inoltre noto per aver liberalizzato la cannabis nel regno.

Allo stesso tempo, se come dicono le previsioni si formerà una coalizione tra Bhumjaithai, Pheu Thai e Kla Tham, un governo guidato da Anutin rischia di dover affrontare una forte opposizione – e forse anche un attento esame internazionale – sui presunti legami dei partiti che la compongono con il “capitale grigio”, un termine riferito alle entrate illecite provenienti dai centri delle truffe online gestiti da bande criminali in Birmania, Cambogia e Thailandia. Lo scorso dicembre Anutin aveva sciolto il parlamento alla vigilia di un dibattito su una mozione di sfiducia che prometteva di andare a fondo sulla questione, e si è rifiutato di partecipare a qualsiasi confronto elettorale che avrebbe potuto metterlo in difficoltà. ◆ gim

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1652 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati