La guerra in Ucraina ha riservato molte sorprese. La prima è che sia scoppiata. Nel 2021 la Russia era un paese in pace, al centro di una complessa rete economica globale. Era veramente disposta a rovinare tutti i suoi rapporti commerciali e a minacciare un conflitto nucleare solo per espandere un territorio già vasto? Nonostante i tanti avvertimenti, anche da parte dello stesso Putin, la notizia dell’invasione è stata comunque sconvolgente.

Tra i pochi a non essere sconvolti c’era il giornalista britannico Tim Marshall. Nella prima pagina del suo libro Prisoners of geography (Elliott & Thompson, 2015), Marshall invita i lettori a osservare la topografia della Russia. Il paese è circondato da un anello di montagne e ghiaccio. Il confine con la Cina è protetto da catene montuose; il Caucaso la separa dall’Iran e dalla Turchia. Tra la Russia e l’Europa occidentale ci sono i Balcani, i Carpazi e le Alpi, che formano un’altra barriera, o quasi. A nord di queste montagne, la pianura Nordeuropea collega la Russia ai suoi ben armati vicini occidentali attraverso l’Ucraina e la Polonia. Si potrebbe andare in bicicletta da Parigi a Mosca.

◆ Come scrive Daniel Immerwahr in queste pagine, le catene montuose separano la Russia dalla maggior parte dei paesi confinanti a est, a sud e a sudovest. A ovest, dove c’è la pianura Nordeuropea, i confini sono invece pianeggianti. Secondo gli analisti geopolitici, quest’apertura ha storicamente esposto la Russia agli attacchi esterni, alimentando quell’antica insicurezza che avrebbe contribuito alla decisione di Vladimir Putin di invadere l’Ucraina a febbraio del 2022. (Mapsforfree)

Oppure ci si potrebbe andare a bordo di un carro armato. Secondo Marshall, quest’apertura nelle fortificazioni naturali ha ripetutamente esposto la Russia agli attacchi esterni. “Putin non ha scelta”, conclude il giornalista. “Deve almeno cercare di controllare le pianure a ovest”. Quando Mosca ha deciso di invadere un’Ucraina che non riusciva più a controllare con mezzi pacifici, Marshall ha reagito con rassegnata comprensione, condannando la guerra ma dicendosi poco sorpreso. Le mappe “imprigionano” i leader, scrive il giornalista, “gli danno meno scelte e meno spazio di manovra di quanto si pensi”.

La linea di pensiero di Marshall ha un nome: geopolitica. Spesso il termine è usato in senso ampio come sinonimo di “relazioni internazionali”, ma più nello specifico si riferisce alla concezione secondo cui la geografia – montagne, lingue di terra, falde acquifere – governa gli affari del mondo. Idee, leggi e culture sono interessanti, sostengono i geopolitici, ma per capire davvero la politica bisogna osservare attentamente le mappe. Quando lo si fa, il mondo si rivela un gioco a somma zero in cui ogni vicino è un potenziale rivale e la vittoria dipende dal controllo del territorio, come in una partita a Risiko. Nella sua cinica visione delle motivazioni umane, la geopolitica somiglia al marxismo, con la topografia al posto della lotta di classe come motore della storia.

La geopolitica somiglia al marxismo anche per il fatto che negli anni novanta, con la fine della guerra fredda, molti la diedero per morta. L’espansione dei mercati e la scoperta di nuove tecnologie sembrava aver reso obsoleta la geografia. A cosa serve controllare lo stretto di Malacca – o il porto di Odessa – quando i mari sono pieni di navi container e le informazioni rimbalzano da un satellite all’altro? “Il mondo è piatto”, proclamava il giornalista Thomas Friedman nel 2005. Era una metafora perfetta per la globalizzazione: beni, idee e persone che attraversano liberamente le frontiere.

Il numero di muri lungo le frontiere è arrivato a 74 e non accenna a fermarsi

Ma oggi il mondo sembra molto meno piatto. Tra il blocco delle catene di approvvigionamento e le difficoltà del commercio globale, il terreno è diventato più impervio e meno scorrevole. L’ostilità verso la globalizzazione, incarnata da politici come lo statunitense Donald Trump e il britannico Nigel Farage, era già in crescita prima della pandemia di covid-19 e poi è aumentata ancora. Il numero di muri lungo le frontiere, che alla fine della guerra fredda erano circa dieci, è arrivato a 74 e non accenna a fermarsi. La speranza della globalizzazione è stata un’“illusione”, scrive la politologa Élisabeth Vallet, e oggi stiamo assistendo alla “riterritorializzazione del mondo”.

Di fronte a un contesto di nuovo ostile, i leader politici hanno ritirato fuori dagli scaffali le vecchie guide strategiche. “La geopolitica è tornata in grande stile dopo la vacanza dalla storia che ci siamo presi nel cosiddetto periodo del dopo guerra fredda”, ammoniva nel 2017 H. R. McMaster, consigliere alla sicurezza nazionale degli Stati Uniti. Questa corrente di pensiero riflette la posizione della Russia, con Putin che cita “realtà geopolitiche” per spiegare l’invasione dell’Ucraina. Altrove, mentre la fiducia in un sistema internazionale aperto e basato sugli scambi commerciali comincia a scricchiolare, gli esperti di geopolitica – come Marshall, Robert Kaplan, Ian Morris, George Friedman e Peter Zeihan – scalano le classifiche dei best seller.

A sentire loro, sembra che non sia cambiato niente dal duecento, l’epoca di Gengis Khan, quando le strategie erano definite dalle steppe aperte e dalle barriere montuose. Il pensiero geopolitico è spudoratamente cupo, scettico nei confronti delle speranze di pace, giustizia e diritti. Il punto è capire se ha ragione. Negli ultimi decenni ci sono stati grandi cambiamenti tecnologici, intellettuali e istituzionali. Siamo ancora “prigionieri della geografia”, come sostiene Marshall?

Scontro tra popoli

Nel lungo periodo siamo tutti creature dell’ambiente: prosperiamo dove le circostanze lo permettono e moriamo dove non lo consentono. “Se osserviamo una mappa delle placche tettoniche che si scontrano tra di loro e la sovrapponiamo a quelle dei luoghi dove sono nate le grandi civiltà del mondo antico, ci accorgiamo di una relazione incredibilmente stretta”, scrive Lewis Dartnell nel suo splendido saggio Origini (Il Saggiatore 2021). Questa relazione non è casuale. La collisione delle placche crea catene montuose e grandi fiumi che trasportano i loro sedimenti fino alle pianure, arricchendo il suolo. In epoche antiche la Grecia, l’Egitto, la Persia, l’Assiria, la valle dell’Indo, la Mesoamerica e Roma si trovavano tutte in prossimità dei margini delle placche. La Mezzaluna fertile, la ricca regione che va dall’Egitto all’Iran e ci ha dato l’agricoltura, la scrittura e la ruota, si trova all’intersezione di tre placche.

Gli effetti della geografia possono essere sorprendentemente duraturi, come dimostrano le tendenze di voto nel sud degli Stati Uniti. Quella zona del paese è prevalentemente repubblicana, ma è attraversata da una linea a forma di arco dove le persone votano in maggioranza per i democratici. Questa fascia del dissenso ha una forma “istantaneamente riconoscibile da un geologo”, scrive lo scienziato Steve Dutch. Corrisponde a un affioramento di sedimenti di decine di milioni di anni fa, formatosi durante il caldo periodo cretaceo, quando gli attuali Stati Uniti erano quasi completamente sommersi. Con il tempo, la compressione di questi sedimenti creò dei depositi di scisto, che in seguito, dopo il ritiro delle acque, furono esposti dall’erosione. Nell’ottocento, spiega Dutch, i proprietari delle piantagioni scoprirono che questo affioramento – chiamato black belt, cintura nera, per il suo terreno ricco e scuro – era l’ideale per il cotone. Per raccoglierlo portarono in America gli schiavi, i cui discendenti vivono ancora nella zona e votano contro i politici conservatori. N0n è un caso se Montgomery, la città dell’Alabama che fu al centro del movimento dei diritti civili, si trova “nel bel mezzo” della fascia cretacea: lì Martin Luther King cominciò la sua attività di predicatore, e Rosa Parks rifiutò di cedere il suo posto a un bianco dando inizio al boicottaggio degli autobus durante il movimento per i diritti civili dei neri americani.

I sostenitori della geopolitica naturalmente si interessano più di guerre internazionali che di elezioni locali. In questo si rifanno alla tesi di Halford Mackinder, geografo e politico inglese che possiamo considerare il fondatore di questo pensiero. In un articolo del 1904, intitolato Il perno geografico della storia, Mackinder affermava che, osservando la mappa della Terra, si poteva riassumere la storia come uno scontro plurisecolare tra i popoli nomadi delle pianure eurasiatiche e quelli che vivevano sulle coste. Il Regno Unito e gli altri imperi avevano prosperato come potenze oceaniche, ma quando tutte le colonie disponibili furono occupate, quella rotta si esaurì; a quel punto la futura espansione sarebbe stata decisa dai conflitti di terra. Secondo Mackinder, la vasta pianura dell’Eurasia (heartland), sarebbe stata al centro delle future guerre mondiali.

Mackinder non aveva ragione al cento per cento, ma i contorni generali delle sue previsioni – i contrasti sull’Europa centrale, il declino della potenza marittima britannica, l’ascesa delle potenze di terra come la Germania e la Russia – si sono rivelati abbastanza corretti. Al di là dei dettagli, è stata profetica l’idea che a un certo punto le potenze imperialiste si sarebbero rivoltate l’una contro l’altra. L’heartland “offre tutti i prerequisiti del dominio supremo del mondo”, scrisse il geografo più tardi. “Chi domina quella zona ha il comando dell’Isola-Mondo; chi domina l’Isola-Mondo ha il comando del mondo”.

Mackinder considerava la sua teoria un ammonimento. Ma Karl Hausofer, generale dell’esercito tedesco, la prese come un consiglio, convinto che quella di Mackinder fosse “la più grande tra le visioni geografiche del mondo”. Hausofer incorporò le intuizioni di Mackinder nel campo emergente della geopolitik (da cui “geopolitica”) e negli anni venti trasmise le sue idee ad Adolf Hitler e Rudolf Hess. “Il popolo tedesco è imprigionato in un’area territoriale impossibile”, concluse Hitler. Per sopravvivere, il paese doveva “diventare una potenza mondiale” e per farlo doveva guardare a est, all’heartland di Mackinder.

Nalčik, città russa nel Caucaso, 2000 (Thomas Dworzak, Magnum/Contrasto)

Illusione commerciale

La teoria hitleriana dello spazio vitale verso est è molto lontana da quella di Dutch sulle intenzioni di voto nel sud degli Stati Uniti. Ma i due paesi hanno in comune l’idea per cui ciò che abbiamo sotto i piedi influenza ciò che abbiamo in testa. Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo che gli eserciti in lotta per i territori strategici avevano devastato gran parte dell’Eurasia, era difficile negare l’evidenza. Mackinder, che aveva vissuto il conflitto, non aveva motivo di credere che i “fatti ostinati” della geografia avrebbero ceduto.

Continuava a sostenere che la mappa del mondo contasse ancora, ma non tutti erano d’accordo. Durante il novecento gli idealisti si sforzarono di trovare dei modi per evitare che le relazioni internazionali somigliassero a un “continuo incontro di boxe”, secondo la definizione dell’economista britannico John Maynard Keynes. Per riuscire nello scopo, sosteneva Keynes, bisognava puntare sugli scambi commerciali. Se si fossero affidati al libero commercio, i paesi non avrebbero avuto più bisogno di conquistare terre per assicurarsi le risorse. Altri idealisti riponevano grande fiducia nelle nuove tecnologie, convinti che con la diffusione dei collegamenti aerei gli stati avrebbero smesso di litigare per controllare posti strategici.

Ma si trattava solo di speranze. La guerra fredda, che divideva il pianeta in blocchi commerciali e alleanze militari, costringeva i leader a tenere gli occhi fissi sulle mappe geografiche. Anche i bambini avevano imparato a leggerle con il gioco da tavolo La conquête du monde (“la conquista del mondo”), uscito in Francia nel 1957 e poi commercializzato dall’azienda americana Parker Brothers con il nome di Risiko. Il gioco aveva un’ambientazione ottocentesca, con tanto di cavallerie e vecchie artiglierie, ma dato che la divisione della mappa era ancora decisa dalle superpotenze, aveva anche una sua inquietante attualità.

Il pensiero geopolitico rimase sotto traccia per via della sua associazione al nazismo, ma lasciò comunque il segno sulla guerra fredda. Lo stratega statunitense George F. Kennan, per esempio, minimizzava la componente ideologica del conflitto. Il marxismo, sosteneva, era “una foglia di fico”. La vera spiegazione della condotta sovietica era “il tradizionale e istintivo senso d’insicurezza russo”, generato dal fatto di aver provato per secoli “a vivere in una vasta pianura scoperta in prossimità di fieri popoli nomadi”. A questo problema di stampo mackinderiano, Kennan proponeva una soluzione mackinderiana: il “contenimento”, che cercava non di sradicare il comunismo ma di tenerlo all’interno dei suoi confini. Quest’obiettivo si tradusse in una serie d’interventi militari statunitensi in tutto il mondo, compreso l’invio di 2,7 milioni di soldati in Vietnam. Per molti quella missione fu un “pantano”, un terreno che ti risucchia. Solo con la caduta del muro di Berlino, nel 1989, la geografia sembrò finalmente perdere la sua presa.

Due dimensioni

La fine della guerra fredda sancì il crollo delle barriere commerciali. Negli anni novanta proliferarono accordi commerciali e nuove istituzioni: l’Unione europea, l’Accordo nordamericano per il libero scambio (Nafta), il Mercosur in America Latina e, su tutti, l’Organizzazione mondiale per il commercio (Wto). Tra il 1988 e il 2008 il numero dei trattati commerciali regionali è più che quadruplicato, con livelli di coordinamento sempre più capillari. Nello stesso periodo il valore del commercio internazionale triplicò, passando da meno di un sesto a più di un quarto del pil mondiale.

Se gli stati potevano assicurarsi risorse vitali attraverso il commercio, avevano meno motivi per cercare di conquistare territori con la forza. Gli ottimisti come Thomas Friedman erano convinti che l’appartenenza a una rete economica sempre più stretta avrebbe spinto i governi a non fare altre guerre, per non rischiare di perdere l’accesso a questo fiorente mercato. Nel 1996 Fried­man sintetizzò spiritosamente il concetto nella “teoria degli archi dorati sulla prevenzione dei conflitti”: due paesi in cui ci sono i fast food di McDonald’s non si faranno mai la guerra. La teoria non si è rivelata molto lontana dalla realtà. Anche se ci sono stati sporadici conflitti tra paesi dove c’erano dei McDonald’s, la probabilità per una persona di morire in una guerra tra stati è scesa notevolmente dalla fine della guerra fredda.

Negli stessi anni in cui il commercio aveva ridimensionato le probabilità di una guerra, le tecnologie militari stavano cambiando forma. Pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino, Saddam Hussein invase il Kuwait. Era una questione geopolitica vecchio stile: l’Iraq aveva formato il quarto esercito più grande del mondo, e conquistando il Kuwait avrebbe controllato i due quindi delle riserve petrolifere del pianeta. In più, le sue formidabili forze di terra erano protette da un enorme deserto privo di strade in cui era quasi impossibile orientarsi. Mackinder avrebbe senz’altro apprezzato la strategia.

Ma negli anni novanta il pensiero di Mackinder era superato. Saddam se ne rese conto quando una coalizione a guida statunitense fece decollare i suoi aerei dalla Louisiana, dall’Inghilterra, dalla Spagna, dall’Arabia Saudita e dall’isola di Diego Garcia per bombardare l’Iraq, mettendo fuori uso gran parte delle infrastrutture del paese nel giro di poche ore. Gli attacchi continuarono per più di un mese, poi le forze della coalizione usarono la nuova tecnologia satellitare gps per attraversare in fretta quel deserto che gli iracheni consideravano una barriera impenetrabile. Cento ore di combattimenti a terra furono sufficienti per sconfiggere il malridotto esercito iracheno, e in seguito vari alti ufficiali del paese mediorientale osservarono che non ce ne sarebbe neanche stato bisogno: se gli attacchi aerei fossero proseguiti ancora per qualche altra settimana, l’Iraq avrebbe ritirato le truppe dal Kuwait senza mai affrontare il nemico sul campo di battaglia.

Incontro tra Sheikh Abdullah, primo ministro del Kashmir, e funzionari delle Nazioni Unite. Srinagar, luglio 1948 (Henri Cartier-Bresson, Fondation Henri Cartier-BressonMagnum/Contrasto)

Ma cos’era diventato il “campo di battaglia” negli anni novanta? La guerra del Golfo fu il primo atto di una molto discussa “rivoluzione degli affari militari” che prometteva di sostituire le divisioni corazzate, l’artiglieria pesante e le grandi forze di fanteria con attacchi aerei di precisione. Il teorico militare russo Vladimir Slip­chenko osservava che i concetti spaziali cari agli strateghi – come campo, fronte, retroguardia e fianchi – stavano perdendo rilevanza. Con i satelliti, gli aerei, il Gps e i droni, lo “spazio di battaglia” non corrispondeva più alla superficie grinzosa della Terra, ma a un foglio piatto di carta millimetrata.

Un cielo pieno di droni non ha portato la pace nel mondo. Ma i sostenitori delle nuove tecnologie promettevano almeno combattimenti più puliti, con meno vittime civili, meno prigionieri catturati e meno truppe sul campo. La rivoluzione negli affari militari ha dato modo ai paesi più forti – soprattutto agli Stati Uniti e ai loro alleati – di colpire singoli individui e reti invece che interi paesi. Tutto questo sembrava segnare il passaggio dalla guerra internazionale al mantenimento della sicurezza globale, dagli sconvolgimenti sanguinosi della geopolitica ai meccanismi più fluidi, anche se a volte altrettanto letali, della globalizzazione.

Ma la globalizzazione ha davvero sostituito la geopolitica? “Negli anni novanta le mappe sono state ridotte a due dimensioni grazie alla forza aerea, ma la mappa tridimensionale è tornata sulle montagne dell’Afghanistan e tra i vicoli insidiosi delle città irachene”, ammette l’analista geopolitico Robert Kaplan. Il contrasto tra la guerra del Golfo del 1991 e la guerra in Iraq del 2003-2011 è evidente. In entrambi i casi gli Stati Uniti hanno guidato una coalizione contro l’Iraq di Saddam. Ma mentre il primo conflitto si era concluso abbastanza rapidamente con una vittoria per Washington, ottenuta grazie alla forza aerea, il secondo si trasformò in un altro pantano.

Le esportazioni globali, in forte crescita fin dagli anni novanta, si stabilizzarono intorno al 2008. Oggi la “deglobalizzazione” – una sostanziale contrazione degli scambi commerciali – è un’eventualità plausibile per il prossimo futuro. L’integrazione europea ha subìto una battuta d’arresto con la Brexit.

Intanto nel continente è scoppiata una guerra, peraltro tra paesi con centinaia di fast food McDonald’s. Forse nella mente di Putin i vantaggi economici che la Russia traeva dalla pace e dal commercio erano annullati dal fatto che l’Ucraina ha sbocchi sul mare e risorse naturali, e dalla sua funzione di cuscinetto strategico lungo il vulnerabile confine occidentale. È “la rivincita della geografia”, per usare un’efficace definizione di Kaplan.

Con la rivincita della geografia c’è stato il ritorno dei teorici della geopolitica, molti dei quali sono associati alla Stratfor, che si definisce una “società privata di intelligence globale”. Questa “Cia-ombra” come l’ha descritta la rivista Barron’s, si è nutrita dei fallimenti dell’idealismo post-guerra fredda. Molti dei libri di successo usciti di recente per spiegare la storia a partire dalle mappe sono emersi dal suo ambiente. Kaplan è stato per anni il capo degli analisti geopolitici della Strat­for. Ian Morris, autore di Geography is destiny (Farrar, Straus and Giroux 2022), è un collaboratore storico. Gli esperti di geopolitica George Friedman e Peter Zeihan sono stati rispettivamente fondatore e vicepresidente della società.

Previsioni sbagliate

L’opinione pubblica ha potuto farsi un’idea sulle attività della Stratfor nel 2014, quando WikiLeaks pubblicò cinque milioni di email scambiate dai dipendenti. La società d’intelligence, a quanto pare, non si limitava a parlare di geopolitica ma aveva un ruolo più attivo coltivando rapporti intimi con il potere. Secondo le rivelazioni degli hacker, la Stratfor aveva sorvegliato attivisti per conto di banche e imprese, e a un certo punto aveva perfino proposto d’investigare sul giornalista Glenn Greenwald per conto della Bank of America. Tra i suoi clienti c’erano Dow Chemical, Raytheon, Goldman Sachs, Merril Lynch, Bechtel, Coca-Cola e il corpo dei marines degli Stati Uniti. Non si capisce bene se la Stratfor, che nel 2020 è stata acquistata da un’altra società che si occupa d’intelligence, sia in realtà solo un pesce di medie dimensioni nel vasto mare degli apparati di sicurezza degli Stati Uniti. Tra le email pubblicate, comunque, si trovano informazioni provenienti direttamente dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu sul programma nucleare iraniano, sull’intenzione di Israele di assassinare un leader di Hezbollah e sul disprezzo nei confronti del presidente statunitense Barack Obama.

La Stratfor vendeva anche segreti, ma in linea di massima quello che i clienti chiedevano erano previsioni. Su questo gli analisti geopolitici non si sono mai risparmiati. Al contrario, di recente hanno sfornato una tale quantità di pronostici che viene da chiedersi come facciano a mostrare questa inossidabile certezza. La Turchia diventerà il “perno” tra l’Europa, l’Asia e l’Africa, come sostiene George Friedman, fondatore della Stratfor? O forse quel ruolo spetterà all’India, come dice Kaplan?

Militari statunitensi in Vietnam, 1972 (Bruno Barbey, Magnum/Contrasto)

Sarebbe più facile prendere sul serio questi commentatori se le loro previsioni fossero sostenute dai fatti. Ma stiamo ancora aspettando “l’imminente guerra con il Giappone”, su cui George Friedman scrisse un libro nel 1991. Quanto a Kaplan, qualsiasi valutazione non può non tenere conto del suo appoggio alla guerra in Iraq, con tanto di partecipazione a un comitato segreto che sosteneva le ragioni della guerra presso la Casa Bianca. Gli va dato atto di aver almeno ammesso i suoi errori. “Quando io e altri abbiamo appoggiato l’intervento per liberare l’Iraq non ne abbiamo mai considerato pienamente o attentamente il prezzo”.

Ci vorranno decenni per scoprire se i Mackinder di oggi stanno soppesando “pienamente o attentamente” tutti i fattori in gioco. Ma il loro punto di vista sul presente è abbastanza chiaro. È sostanzialmente un conservatorismo scettico e beffardo per il quale non c’è mai nulla di nuovo sotto il sole. Per Marshall le “tribù” dei Balcani sono perennemente alla mercé di “antichi sospetti”; la Repubblica Democratica del Congo “resta un luogo avvolto nel buio della guerra”; i greci e i turchi vivono in uno stato di “antagonismo reciproco” fin dalla guerra di Troia. Il punto di vista di Kaplan è più o meno lo stesso: la Russia è sempre stata “una potenza di terra insicura e tentacolare”, e il suo popolo è stato tenuto nella “paura e nella soggezione” dei monti del Caucaso “nel corso di tutta la sua storia”. Kaplan cita perfino la teoria di uno storico in pensione secondo cui i russi, costretti ad affrontare inverni gelidi, avrebbero una maggiore “capacità di sofferenza”.

Harm J. de Blij, geografo olandese morto nel 2014, criticò duramente The revenge of geography di Kaplan (Random House 2012) per aver riportato in vita un rozzo determinismo ambientale “consegnato da tempo alla pattumiera”. Kaplan ammette che per pensare geopoliticamente bisogna recuperare “pensatori decisamente fuori moda” come Mackinder, la cui reputazione è macchiata dai legami con l’imperialismo e il nazismo. Ma il fatto che “le sue idee siano state usate in modo sbagliato”, insiste lo studioso statunitense, non significa che Mackinder avesse torto. Ed ecco che torniamo ai russi eternamente insicuri, che si rintanano “nella paura e nella soggezione” di una catena montuosa.

Anche i leader più potenti, secondo i pensatori geopolitici, non possono sfidare più di tanto la geografia. Marshall sostiene che nel 2014, dopo che i cittadini in rivolta costrinsero alla fuga Viktor Janukovyč, presidente ucraino filorusso, Putin “fu obbligato ad annettere la Crimea”. Lo studioso condanna l’aggressione russa, ma il suo tono è simile a quello usato da Putin per giustificarla. “Stanno cercando di metterci all’angolo. Se comprimi la molla fino al suo limite, scatterà indietro con forza”, diceva Putin degli avversari della Russia nel 2014. Si potrebbe obiettare che la belligeranza di Mosca è il frutto delle idee e degli atteggiamenti di Putin e non della geografia, ma per i geopolitici questi sono elementi di poco conto. “Tutto quello che si può fare”, scrive Marshall in un altro contesto, “è reagire alle realtà della natura”.

Destino non scritto

Al centro della visione geopolitica del mondo c’è la presa d’atto dei limiti imposti dalla “natura immutabile della geografia”, scrive Zeihan, l’ex vicepresidente della Stratfor. Basta spostare una manciata di confini e “la mappa che aveva davanti Ivan il Terribile è uguale a quella che oggi ha davanti Putin”, dice Marshall. Poiché né la geografia né i calcoli che la determinano cambiano in modo sostanziale, agire in maniera saggia significa accettare l’intransigenza dei fatti. “C’erano, ci sono e ci saranno sempre problemi nello Xinjiang”, osserva un rassegnato Marshall in quello che potrebbe essere lo slogan dell’intero movimento.

“La geografia è ingiusta” e determina “il destino”, scrive Ian Morris. Di conseguenza la politica internazionale segue sempre la stessa legge: i forti rimangono forti e i deboli rimangono deboli. I geopolitici sono bravissimi a spiegare perché le cose non cambiano. Sono meno capaci di spiegare come e perché le cose cambiano.

Questo forse giustifica la leggerezza con cui parlano di storia. Per Marshall l’unificazione tedesca è avvenuta perché “gli stati tedeschi alla fine si sono stancati di combattersi a vicenda”. Per Friedman , il fondatore della Stratfor, le guerre in Viet­nam e in Iraq sono state “solo episodi isolati, poco importanti, nella storia degli Stati Uniti”. Per Kaplan, “l’America è destinata a essere una guida”. Le ricostruzioni storiche dei geopolitici sono a metà strada tra il racconto all’acqua di rose e il riassunto frettoloso e infastidito che si fa alle scolaresche in gita prima dell’arrivo del pullman.

È importante sottolineare che a scrivere queste cose non sono dei geografi, le persone cioè che creano mappe e fanno ricerche che poi vengono esaminate scrupolosamente da altri studiosi. Anche i geo­grafi credono nell’importanza dei posti fisici, ma sostengono da tempo che i posti sono plasmati dalla storia. Il diritto, la cultura e l’economia influiscono sul paesaggio non meno delle placche tettoniche. E il paesaggio cambia nel tempo.

Il cambiamento climatico è sottovalutato nei trattati di geopolitica

Solo due opzioni

Per i geografi nemmeno la topografia è immutabile. Zeihan dice da sempre che la grande potenza degli Stati Uniti è da attribuire alla sua perfetta “geografia del successo”. I coloni sbarcarono nel New Eng­land, trovarono condizioni agricole sfavorevoli alla coltivazione del grano e furono provvidenzialmente spronati a cercare terre migliori a ovest. Agli abbondanti terreni agricoli si aggiungeva “il punto cruciale”: un vasto sistema fluviale che favoriva il commercio interno a costi “risibilmente bassi”. Queste caratteristiche, scrive Zeihan, hanno reso gli Stati Uniti “il paese più potente della storia” e lo manterranno tale per generazioni.

Ma questi fattori non sono costanti. In passato il grano veniva comunemente coltivato nel New England. Poi eventi storici – l’arrivo di parassiti come la mosca dell’Assia (probabilmente portata dalle truppe tedesche impegnate nella guerra d’indipendenza) e l’impoverimento del suolo dovuto a pratiche agricole distruttive – fecero crollare i raccolti. Anche i corsi d’acqua naturali tanto decantati da Zeihan erano variabili. Per funzionare dovettero essere integrati da un costoso sistema di canali artificiali e, dopo pochi decenni, furono soppiantati da nuove tecnologie, c0me i treni e in seguito gli aerei.

Questo vuol dire che non sempre accettiamo la topografia che ereditiamo. Il grattacielo più alto del mondo, il Burj Khalifa, è a Dubai, che per secoli è stata
un’insignificante cittadina di pescatori circondata dal deserto e dalle saline. Non c’è niente nella geografia dell’emirato che lasci pensare alla grandezza. Il clima è torrido e i ricavi dal petrolio, un tempo fondamentali, oggi rappresentano meno dell’1 per cento dell’economia dell’emirato. Se c’è una cosa per cui Dubai si distingue è il panorama giuridico, non certo quello fisico. Lo stato non è disciplinato da un unico codice ma è diviso in zone franche create per attirare diversi interessi stranieri. Come ha osservato una volta l’urbanista Mike Davis, il deserto di Dubai è sostanzialmente “un enorme circuito” a cui il capitale globale può collegarsi con grande facilità.

La trasformazione dell’emirato in un polo direzionale ha comportato un’alterazione del paesaggio fisico che sfida qualsiasi idea della geografia come destino ineluttabile. Gran parte del fiorente commercio della capitale passa per il porto di Jebel Ali, il più grande del Medio Oriente. Il fatto di avere un porto esteso e profondo sembrerebbe un segno inequivocabile di buona sorte geografica, se non fosse che Dubai lo ha scavato – a caro prezzo – nel deserto. Con la sabbia dragata gli ingegneri dell’emirato hanno costruito delle isole artificiali, tra cui un arcipelago di più di cento isolotti che riproduce il planisfero. Parchi immersi nel verde e piste sciistiche al chiuso completano uno spettacolo che sfida le leggi della natura.

Trasformare Dubai per renderla abitabile, purtroppo, è il minimo che possiamo fare. Il riscaldamento globale sta sconvolgendo il paesaggio, minacciando di sommergere isole, di trasformare le praterie in deserti e di prosciugare i fiumi. Questi eventi sono sottovalutati nei trattati di geopolitica. “I lettori avranno notato che non affronto la questione”, ammette Friedman alla fine del suo libro The next 100 years (Doubleday 2009). A parte qualche inciso o commento a margine, lo stesso vale per i libri di Morris, di Marshall, di Kaplan e di Zeihan.

La riluttanza di questi studiosi a prendere atto della crisi climatica deriva dalla convinzione che esistano solo due opzioni: trascendere il paesaggio o conviverci. O la globalizzazione ci libererà dai vincoli fisici oppure ne rimarremo intrappolati. E dato che le nuove tecnologie e le istituzioni chiaramente non hanno sradicato l’importanza dei luoghi, dobbiamo per forza tornare alla geopolitica.

Ma sono davvero le uniche opzioni? Sembra molto più probabile che la ritirata della globalizzazione non ci riporterà al novecento ma ci proietterà in un futuro di pericoli senza precedenti. In questo futuro avvertiremo profondamente i vincoli ambientali, ma non nel modo che prevedono i sostenitori della geopolitica. Sarà il paesaggio plasmato dall’uomo, e non quello naturale, a determinare le nostre azioni, a partire dal modo in cui abbiamo trasformato l’ambiente fisico. La geografia non è “immutabile” ma volatile. E nel posto dove stiamo andando le vecchie mappe non serviranno. ◆ fas

Daniel Immerwahr è professore di storia alla Northwestern university, negli Stati Uniti. In Italia ha pubblicato L’impero nascosto (Einaudi 2020).

Questo articolo è uscito sul numero 1489 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati