Mentre gli abitanti della zona di confine tra Kirghizistan e Tagikistan sperano che gli scontri cominciati il 14 settembre tra gli eserciti dei due paesi siano finiti, si contano i morti e i danni provocati da una settimana di combattimenti, i più violenti da anni.

Almeno 89 persone sono rimaste uccise (54 kirghisi e 35 tagichi, secondo fonti ufficiali) e un centinaio ferite, ma ci vorrà tempo per fare un bilancio complessivo dell’ultimo capitolo di uno scontro che riemerge ciclicamente dalla caduta dell’Unione Sovietica. L’unica cosa certa, per ora, è il trauma inflitto alla popolazione civile.

Dall’inizio delle ostilità, Batken, capoluogo dell’omonima regione del Kirghizistan sudoccidentale, è una città fantasma. Il 17 settembre bar e negozi erano chiusi, e negli unici due minimarket aperti i clienti erano tutti soldati.

La maggior parte dei bombardamenti e delle incursioni delle truppe tagiche si è limitata al confine. Il 16 settembre, però, un ordigno ha colpito anche Batken, a dieci chilometri dalla frontiera. È questo l’aspetto che rende il conflitto di oggi diverso dai precedenti: l’esercito tagico stavolta è penetrato nel territorio del Kirghizistan. Una mossa che, secondo gli analisti, serve al governo di Dushanbe per distogliere l’attenzione dagli affari interni. Nel paese, infatti, è in corso un delicato passaggio di potere dal dittatore Emomali Rahmon, in carica dal 1994, al figlio Rustam Emomali.

A Bakten gli abitanti appena rientrati dai villaggi sono stati costretti a scappare di nuovo per il rischio di bombardamenti. Decine di persone arrivate da tutto il paese all’ufficio di arruolamento hanno chiesto armi per combattere, ma l’esercito non gliele ha consegnate. Non lontano, un missile ha fatto saltare in aria un rivenditore di oli lubrificanti e l’esplosione ha mandato in frantumi i vetri della vicina sala da tè. Verso le dieci di sera si sono sentiti spari anche intorno all’ospedale, che è stato evacuato, e un piccolo aereo ha sorvolato la città, mentre un convoglio di camion l’ha attraversata rombando.

Esodo di civili

Una lunga fila di auto si è diretta a est per cercare rifugio nell’enclave uzbeca di Sokh, un’altra anomalia territoriale in quest’area dalla geografia complicata. In Kirghizistan si sono spese molte parole di lode per il governo uzbeco, che ha consentito la fuga di massa di civili attraverso il suo territorio. Secondo il ministero per le emergenze, il 18 settembre 137mila abitanti di Bakten avevano lasciato le loro case, su un totale di 550mila.

A Razzakov, una cittadina che si trova all’estremità sudoccidentale del paese, folle di persone hanno preso d’assalto il piccolo aeroporto sperando di fuggire. E il panico si è diffuso anche nella regione di Osh, a est di Bakten, dove 5.300 civili sono stati trasferiti.

Le aree di confine in Tagikistan, anch’esse raggiunte dai missili, sono più popolose di quelle kirghise. Ma da lì le notizie sui profughi arrivano solo con il passaparola. I canali ufficiali del governo di Dushanbe hanno trascurato completamente la dimensione umanitaria degli scontri. Per molti giorni anche le informazioni sulle vittime si sono diffuse solo attraverso la gente del posto. Ma le prove dei costi umani della battaglia si trovano sui social network. In un video girato nella città di Ovchi Kalacha si vedono cinque persone probabilmente uccise da una bomba. Brevi frammenti di video documentano altre uccisioni, ma le immagini non mostrano il contesto: una donna di mezza età che giace morta in una pozza di sangue mentre un’altra accanto a lei piange; un’auto carbonizzata con alcuni corpi irriconoscibili al suo interno; due giovani soldati stesi sulla schiena, circondati da scatole di munizioni distrutte e bossoli esplosi.

Il 18 settembre il ministero degli esteri tagico ha rotto il silenzio sulle vittime e, accusando l’esercito kirghiso di aver preso di mira un’ambulanza nel villaggio di Chor Qishloq, ha ammesso la morte di cinque civili, tra cui due bambini. Ha denunciato anche gli attacchi compiuti con i droni alla scuola e alla moschea di Ovchi Kalacha, costati la vita a diciotto persone.

Né il Kirghizistan né il Tagikistan hanno voluto fornire informazioni sul dispiegamento dei loro eserciti lungo il confine. Ma sembrerebbe che soldati e truppe irregolari tagiche si siano ritirati dai villaggi kirghisi occupati durante le prime fasi degli scontri. Il conflitto armato, insomma, non ha portato a conquiste territoriali. Ha solo causato morti. ◆gim

Da sapere
Frontiera contesa

◆ Il confine tra Tagikistan e Kirghizistan, lungo mille chilomentri, è da trent’anni terreno di scontro tra gli eserciti che lo presidiano. I due paesi si contendono la sovranità dell’enclave tagica di Vorukh, in Kirghizistan, il controllo della strada che la collega al Tagikistan e le risorse idriche locali. C’erano già state battaglie sanguinose, come quella dell’aprile 2021, che provocò quasi cinquanta morti, ma gli scontri cominciati il 14 settembre, dopo l’uccisione di due agenti dell’intelligence kirghisa a Vorukh, sono stati più gravi per la potenza delle armi impiegate e per il numero di vittime e sfollati (i morti sono almeno 89). Dopo una tregua iniziale, lo scontro armato è ripreso il 16 e si è intensificato in poche ore. Il 17 settembre, sotto le pressioni internazionali al vertice dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai (Sco) a Samarcanda, le due parti hanno concordato un cessate il fuoco. Il presidente russo Vladimir Putin ha chiamato il collega tagico Emomali Rahmon e il kirghiso Japarov Sadyr, invitandoli ad allentare le tensioni (Mosca ha basi militari in entrambi i paesi). “Nell’ex impero sovietico, la ripresa dei conflitti rivela l’impotenza della Russia, che vorrebbe presentarsi come garante della stabilità nelle regioni che un tempo erano sotto il suo controllo”, scrive Le Monde riferendosi anche alla recente offensiva azera al confine con l’Armenia. Bbc, Le Monde


Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 31. Compra questo numero | Abbonati