Quando il 14 aprile la Cina ha definito “pericoloso e irresponsabile” il blocco statunitense del petrolio iraniano in uscita dallo stretto di Hormuz, ha fatto capire quanto sia difficile la nuova sfida del presidente statunitense Donald Trump: evitare che il conflitto in Medio Oriente faccia deragliare i tentativi di avvicinamento con Pechino. Trump dovrebbe andare in Cina a metà maggio, per una visita preparata nei minimi dettagli con l’obiettivo di ridefinire i rapporti tra le due maggiori economie del mondo.

Il presidente ha già rinviato il viaggio una volta, poco dopo l’inizio della guerra con l’Iran. I funzionari della Casa Bianca insistono nel dire che non ci sarà un nuovo rinvio, anche se gli Stati Uniti continuano a bloccare le esportazioni di petrolio iraniano. Prima dell’inizio della guerra, il 28 febbraio, il 90 per cento di quel greggio – più di un milione e trecentomila barili al giorno – lo comprava la Cina.

Il mondo non può rischiare di tornare alla “legge della giungla”, ha detto Xi

Nelle prime fasi del conflitto Pechino è rimasta relativamente silenziosa, contando sul fatto che i carichi già in mare e una notevole riserva di scorte di petrolio avrebbero permesso di sopportare l’emergenza. Ha ignorato la richiesta di Trump di inviare navi da guerra per mantenere aperto lo stretto e ha lanciato i consueti appelli a entrambe le parti a fare un passo indietro.

Ma il tono è cambiato quando è cominciato il blocco voluto dagli Stati Uniti, il 13 aprile, con la concreta possibilità che navi cargo battenti bandiera cinese – alcune con equipaggi cinesi – potessero essere fermate dalla marina statunitense.

Obiettivi in contrasto

Il leader cinese Xi Jinping ha commentato pubblicamente la guerra per la prima volta il 14 aprile, dicendo che il mondo non può rischiare di tornare alla “legge della giungla”. Non ha menzionato gli Stati Uniti né Trump, ma durante un incontro con il principe ereditario di Abu Dhabi ha aggiunto che “se vogliamo preservare l’autorità dello stato di diritto internazionale, non possiamo usarlo quando ci conviene e abbandonarlo quando non ci conviene”. Era un chiaro riferimento a Trump, che a gennaio aveva detto al New York Times: “Non ho bisogno del diritto internazionale”, per poi aggiungere: “Non cerco di fare del male alle persone”, affermando che è lui stesso a decidere quando i vincoli del diritto internazionale si applicano alle sue azioni.

Il ministero degli esteri cinese, nel suo abituale ruolo di tramite dei segnali tra Washington e Pechino, ha adottato una linea più dura, accusando gli Stati Uniti di un “blocco mirato” che “aggraverà il confronto, farà aumentare la tensione nel già fragile cessate il fuoco e metterà ulteriormente a rischio il passaggio sicuro attraverso lo stretto di Hormuz”.

Trump, da parte sua, ha in gran parte evitato di criticare la Cina, anche quando all’inizio di aprile si è saputo che le agenzie d’intelligence statunitensi avevano raccolto informazioni secondo cui Pechino potrebbe aver inviato missili antiaereo portatili all’Iran. Le informazioni non erano definitive e non ci sono prove che armi cinesi siano state usate contro forze statunitensi o israeliane.

“Dubito che lo farebbero”, ha detto Trump. “Se li becchiamo a farlo, gli imporremo dazi del 50 per cento”, adottando la consueta minaccia contro i paesi che sfidano la sua linea. Poi ha lasciato cadere la questione, probabilmente per non compromettere le possibilità di annunciare un accordo commerciale, il risultato più alla portata nelle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Cina.

“Il presidente degli Stati Uniti ha creato una situazione in cui due dei suoi principali obiettivi sono in diretto contrasto”, sostiene Kurt Campbell, ex vice segretario di stato nell’amministrazione di Joe Biden e fondatore dell’azienda di consulenza Asia Group. “Uno è monitorare e controllare i carichi che attraversano lo stretto, compresi quelli cinesi”, spiega Campbell. “L’altro è ottenere un successo nella visita a Pechino prevista per maggio”.

Il 14 aprile David Perdue, l’ambasciatore statunitense in Cina, era alla Casa Bianca per discutere con Trump del viaggio diplomatico. I funzionari della sicurezza nazionale hanno spiegato che, prima dell’inizio del conflitto con l’Iran, il segretario al tesoro Scott Bessent aveva negoziato le linee generali di alcune iniziative economiche da annunciare durante la visita. Secondo funzionari statunitensi sono stati fatti molti meno progressi sulle questioni di sicurezza, tra cui il futuro di Taiwan, l’arsenale nucleare cinese in rapida crescita e il rafforzamento militare nel mar Cinese meridionale, insieme alle relative tensioni con le Filippine.

Dinamiche delicate

A un mese dall’arrivo di Trump a Pechino, non è ancora chiaro come i due leader affronteranno la questione del blocco dello stretto di Hormuz – se sarà ancora in vigore – o della crescente aggressività con cui gli Stati Uniti hanno usato la loro forza militare, prima con il rapimento del presidente venezuelano Nicolás Maduro e poi con l’attacco all’Iran.

Secondo alcuni segnali, l’esercito cinese sta osservando con attenzione come Washington ha condotto entrambe le operazioni. I funzionari cinesi sembrano preoccupati per la rapidità con cui la leadership iraniana è stata decapitata nelle prime ore della guerra.

“Si è discusso parecchio di cosa potrebbe interrompere il disgelo tra Stati Uniti e Cina e compromettere il vertice”, ha detto Rush Doshi, professore associato alla Georgetown university ed ex consigliere di Biden per la Cina. “Non è successo con gli scontri sui chip per l’intelligenza artificiale o sulle terre rare”, ha aggiunto, riferendosi a due ambiti di forte competizione tra i due paesi. “Potrebbe succedere con l’Iran”.

Il blocco dello stretto, secondo Doshi, potrebbe “innescare dinamiche delicate” in caso di scontro tra la marina statunitense e navi commerciali cinesi, anche se entrambe le parti sembrano volerlo evitare. “E il secondo elemento sono le notizie secondo cui la Cina starebbe valutando di inviare aiuti militari offensivi all’Iran”, un’ipotesi che alti funzionari del congresso e dell’intelligence statunitensi considerano credibile. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati