Se Jair Bolsonaro vincerà le elezioni presidenziali del 2 ottobre, un’eventualità che non si può escludere, per il Brasile sarà una catastrofe. Dal 2019 a oggi il presidente di estrema destra ha smantellato quanto di meglio la democrazia brasiliana aveva costruito negli ultimi quarant’anni. Oggi anche per i più pessimisti sarebbe difficile prevedere le cose terribili che potrebbe fare se fosse eletto per un secondo mandato.

Bolsonaro ha dimostrato di avere una capacità di distruzione più alta di quanto immaginavano i suoi avversari. Oggi il Brasile si avvicina alle elezioni con 33 milioni di persone che soffrono la fame. Se Bolsonaro perdesse, rifiutasse di accettare il risultato delle urne e, come minaccia da tempo, realizzasse un colpo di stato, le conseguenze sarebbero imprevedibili: durante il suo governo il numero di armi in mano ai civili è quadruplicato. Quindi lo scenario migliore per il ­paese è la vittoria dell’unico candidato in grado di sconfiggerlo, Luiz Inácio Lula da Silva, di sinistra, in vantaggio nei sondaggi.

Prospettiva complicata

Il problema sarà il giorno dopo. Lo ha dimostrato bene la cantante Anitta, una delle artiste brasiliane più popolari del momento. Dopo aver annunciato sui social network che avrebbe votato per Lula, il Partito dei lavoratori (Pt) ha usato la sua immagine per promuovere altri candidati.

A quel punto Anitta si è arrabbiata: “Attenzione candidati del Pt, attenzione Pt. Non sono del vostro partito. Non autorizzo l’uso della mia immagine per fare pubblicità al Pt e ai vostri candidati. Voglio solo coinvolgere più persone possibile e dare maggiore visibilità all’unico candidato in grado di battere Voldemort in queste elezioni”, ha scritto su Twitter, usando il nome del mago cattivo di Harry Potter per non nominare Bolsonaro.

Come Anitta, una parte dei brasiliani che voteranno Lula lo faranno solo perché è l’unico modo per mandare via Bolsonaro. Non è un voto di fiducia o di adesione al progetto politico del Partito dei lavoratori, ma solo un voto contro il presidente di estrema destra. Per vincere Lula sta cercando di conciliare l’inconciliabile, tessendo alleanze con chi nel 2016 aveva votato a favore della destituzione della presidente Dilma Rousseff (del Pt) e con noti distruttori dell’Amazzonia.

Il candidato alla vicepresidenza, Geraldo Alckmin, quattro volte governatore dello stato di São Paulo con un progetto di destra, ha un curriculum che fa rabbrividire: violenze contro gli studenti durante le manifestazioni e massacri di senzatetto. Senza considerare che è il padrino politico di Ricardo Salles, per due anni ministro dell’ambiente nel governo Bolsonaro e il peggiore della storia del paese.

Forse riunire persone che non riescono a stare nella stessa stanza è l’unica strategia per sconfiggere Bolsonaro, ma è senza dubbio una prospettiva complicata per governare un paese in rovina. Il giorno dopo un’eventuale vittoria di Lula, l’unica ragione che tiene insieme quest’eterogenea alleanza – cioè mandare via Bolsonaro – non ci sarà più. Rimarrà solo un presidente con idee invecchiate, che non rappresenta più un’utopia per il futuro del ­paese ed è legato ad alleati pericolosi. Se in passato per molti brasiliani Lula era sinonimo di speranza, ora rappresenta solo la possibilità di battere Voldemort. Oggi essere brasiliani e democratici significa desiderare, e molto, che il futuro sia solo estremamente complicato. ◆ fr

Eliane Brum è una giornalista e scrittrice brasiliana nata nel 1966. Da alcuni anni si è trasferita ad Altamira, nello stato del Pará, per seguire da vicino la situazione in Amazzonia. In Italia ha pubblicato Le vite che nessuno vede (Sellerio 2020).

Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati