Ora c’è da sperare soltanto che la realtà contraddica i vaticini. Ma anche se, a seguito delle nostre preghiere (“Santi numi, almeno non nel centenario della marcia su Roma, per favore”), assistessimo a un miracolo nelle cabine elettorali, resterebbe il rancore. Perché mai i raggruppamenti politici che bene o male non sono riducibili, per ora, alla stradestra, si sono rifiutati di stringere un’ovvia alleanza elettorale? Perché i loro capi, che sanno bene come a cose malfatte, se vorranno toccare palla, dovranno stringere alleanze tra loro, non ne hanno stretta una bella larga prima? Tra le insulse ragioni accampate, la più insulsa è: ci siamo comportati così perché abbiamo una nostra coerenza, un’identità da difendere. Quale? Fatte le debite eccezioni questi signori, quando aprono gli occhi la mattina, faticano a ricordarsi cosa hanno sostenuto la sera e con chi sono venuti alle mani prima o dopo averle strette: assumono una fisionomia d’occasione, come quelli che nei film hanno la valigia piena di passaporti falsi, e via. Sicché, motivi identitari? Se avessero avuto davvero una solida identità, in questo speciale nerissimo frangente avrebbero preteso l’alleanza più ampia subito. Per cui quando commenteranno i risultati compiacendosi dei passettini in avanti del loro specifico accrocco – partito è parola deperita da tempo – spegniamo il televisore, andiamo al cinema.

Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati