Quest’estate a Barcellona ho visto un cartello di protesta che diceva “perché la chiamate stagione dei turisti se non possiamo ucciderli?”. L’insofferenza per il turismo incontrollato sta degenerando anche nella città catalana, la cui sindaca Ada Colau è una dei pochi politici che hanno cercato di mettere dei limiti al settore. Gli abitanti di Barcellona sono stanchi degli affitti alle stelle, delle migliaia di passeggeri delle navi da crociera che affollano il centro storico e della gente che fa festa tutta la notte. E sono sempre meno convinti che il turismo porti benefici economici al cittadino medio.
Ogni volta che vedo una foto di turisti ubriachi che bivaccano in una bella piazza penso a Venezia. L’afflusso di venti milioni di visitatori all’anno ha impoverito la maggior parte dei veneziani invece di arricchirli. Gli abitanti sono stati cacciati dalla città: ormai la popolazione si è dimezzata e raggiunge a malapena le 60mila persone. Quelli che restano continuano a protestare contro le navi da crociera, ma la politica ha fatto poco per loro. Anche l’Unesco ha denunciato che il turismo sta soffocando la cultura, l’arte e lo stile di vita di Venezia.
Gli europei non sono i soli a lamentarsi. In Cambogia alcuni villaggi di pescatori sono stati sgomberati per permettere la costruzione di resort di proprietà straniera. La spiaggia di Ipanema, a Rio de Janeiro, è ormai piena di rifiuti e turisti ubriachi. Le città del Nordamerica, da New Orleans a Vancouver, hanno introdotto norme che limitano gli affitti su Airbnb in seguito alle lamentele degli abitanti che hanno visto i loro quartieri stravolti.
Non è più possibile liquidare le critiche all’esplosione del turismo come un’espressione dello snobismo delle élite. Le dimensioni dell’industria del turismo sono cresciute così tanto e così rapidamente da diventare un serio problema legato alla globalizzazione, che per le comunità coinvolte è rilevante quanto la deindustrializzazione.
Pochi settori hanno tratto vantaggio dal ventunesimo secolo quanto il turismo. L’apertura delle frontiere, i progressi tecnologici (dagli aeroplani a internet) e la crescita della classe media globale (basta pensare alla Cina) hanno trasformato il viaggio in un motore dell’economia. I viaggi all’estero sono passati da 536 milioni nel 1995 a un miliardo nel 2012. Ai tempi della guerra fredda erano appena 25 milioni.
Il turismo è un’industria da ottomila miliardi di dollari e il primo datore di lavoro al mondo (oggi una persona su 11 lavora nel settore). Niente sembra scoraggiare i turisti: non la grande recessione del 2008, non il terrorismo (compresi gli attentati contro i resort) e nemmeno la guerra. La gente continua ad andare in Afghanistan e in Corea del Nord. Secondo l’Organizzazione mondiale del turismo, nei primi sei mesi del 2017 in Medio Oriente i visitatori sono aumentati del 10 per cento.
La virtù non basta
Insieme alle cifre sono aumentate le notizie di turisti che si comportano in modo discutibile. Le proteste di Hong Kong contro gli stranieri che urinano in strada somigliano molto alle proteste in Thailandia contro i cinesi che profanano i templi buddisti.
Molti di noi sentono queste storie e si sentono orgogliosi di essere viaggiatori diversi, più responsabili. Evitiamo le folle. Cerchiamo mete meno battute dove trovare il meglio della cucina e della cultura locale. C’è perfino chi pianta alberi per bilanciare le proprie emissioni. Ma questo problema non può essere risolto dai consumatori virtuosi. Non si può nemmeno chiedere ai giganti del settore di non riempire i loro aerei e le loro navi da crociera.
Solo i governi possono gestire il turismo incontrollato. Pochi settori ricadono così chiaramente nelle competenze delle autorità locali, regionali e nazionali. I governi decidono chi ha diritto a un visto, quanti treni, navi da crociera e aerei possono trasportare i visitatori, quante licenze alberghiere concedere, su quante spiagge è possibile costruire stabilimenti balneari, quanti musei inaugurare e perfino quanti agricoltori hanno diritto a un sussidio per produrre cibo per i ristoranti e i bar frequentati dai turisti.
La maggior parte dei governi continua a misurare il successo del settore turistico semplicemente contando il numero di visitatori: più sono, meglio è. Le autorità esitano a regolare il turismo in modo che sia vantaggioso prima di tutto per i loro cittadini. Al contrario, il turismo è considerato una macchina da soldi e una scorciatoia per lo sviluppo. Le eccezioni sono rare. Francia, Bhutan, Costa Rica e Canada sono tra i pochi paesi i cui governi hanno promosso forme di turismo sostenibile, e non se ne sono pentiti: sono tra le destinazioni più popolari del mondo.
La promozione del turismo di massa riguarda anche i paesi d’origine. I cinesi sono stati autorizzati a viaggiare all’estero solo vent’anni fa, dopo decenni d’isolamento forzato. La febbre del turismo si è diffusa rapidamente e oggi i cinesi sono primi al mondo per numero di turisti e spesa turistica. Il presidente Xi Jinping offre contropartite agli altri paesi in cambio di visti turistici per i suoi cittadini.
Ma c’è ancora speranza. I turisti e i governi sanno che un aumento incontrollato dei turisti può avere un effetto deleterio sull’ambiente. Il turismo ecologico si sta diffondendo, che sia praticato in buona fede o meno. Lentamente i governi si stanno adattando, a volte arrivando a conclusioni estreme: nel 2016 il governo tailandese ha vietato l’accesso all’isola di Koh Tachai perché era l’unico modo di salvarla.
Le città e le società sono vulnerabili al turismo quanto le spiagge e le foreste, e per proteggerle serviranno molti sforzi da parte dei governi. ◆as
Elizabeth Becker _ è stata corrispondente di economia internazionale del New York Times. Ha scritto Overbooked: the exploding business of travel and tourism._
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Questo articolo è uscito sul numero 1235 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati