Il giorno in cui sono arrivata in West Virginia, la ranger Yvonne Rice mi ha portata a fare un giro in furgone. È molto tempo che lavora per il servizio forestale degli Stati Uniti e quel giorno, mentre guidava lungo le strade tortuose, era rilassata e aveva voglia di chiacchierare. La combinazione tra la sua guida e il mio respiro caldo dentro la mascherina mi ha costretta a concentrarmi con tutte le mie forze per non vomitare.

Ogni tanto coglievo qualche dettaglio delle spiegazioni che mi dava Yvonne: i serpenti a sonagli erano in letargo ma sarebbero diventati più aggressivi con l’abbassamento della temperatura; nel minimarket che avevamo appena superato non avrei mai dovuto comprare la carne alla griglia, mentre in un altro bisognava assolutamente evitare gli hot dog. Attenta ai serpenti. Alla larga dalla carne di maiale nelle stazioni di servizio. Non vomitare il primo giorno. Ok, potevo farcela. A un certo punto abbiamo cominciato a risalire il pendio verso il rifugio Hopkins. Dal finestrino ho osservato la strada sterrata scendere improvvisamente verso la vallata. A un certo punto abbiamo superato a fatica i furgoni dei cacciatori di orsi parcheggiati sul bordo, con le ruote a pochi millimetri dal dirupo. “È la stagione della caccia”, mi ha spiegato Yvonne. Mi sono chiesta dove diavolo li cacciassero.

Era l’ottobre 2020. Avevo accettato un lavoro come custode della Hopkins mountain fireman’s cabin, una storica stazione di monitoraggio per la prevenzione degli incendi nella Monongahela national forest. La Monongahela si estende per più di quattrocentomila ettari di foresta protetta nelle catene montuose al confine orientale della West Virginia. Il rifugio in cui avrei abitato non era certo indimenticabile: una struttura in legno di quattro metri per quattro con un tetto spiovente e una piccola veranda. Ma la vista dalla veranda sulle catene montuose che si addentravano nella West Virginia toglieva il fiato. Ottobre sarebbe stato un mese difficile. Tra la pandemia e le elezioni presidenziali, gli Stati Uniti erano fragili e instabili. Isolarmi in cima a una montagna mi era sembrata un’idea giusta e un buon modo per tutelarmi. Se gli Stati Uniti erano in fiamme, quello era il posto ideale per osservare l’incendio.

Il mese che avrei trascorso alle dipendenze del servizio forestale faceva parte del mio anno di pausa dall’insegnamento. Dicevo alle persone di essermi presa un anno sabbatico, ma di solito un anno sabbatico implica che hai un piano per tornare al lavoro. Io non l’avevo.

L’annuncio del servizio forestale l’avevo letto su volunteer.gov, un sito che pubblica offerte di lavoro nei parchi nazionali e nei terreni di proprietà dello stato. Nella descrizione c’era scritto: “Richiesti restauro leggero, verniciatura e manutenzione generale per il mese di ottobre nello storico rifugio Hopkins”. Mi sono candidata immediatamente e il giorno dopo ho telefonato per chiedere informazioni sulla mia pratica.

Ho vissuto tutta la vita al livello del mare, ancorata agli acquitrini della Virginia orientale. Mi piacerebbe dire di essere andata nella foresta per trovare ispirazione o un lungo silenzio, ma la verità è che l’ho fatto solo per capire se ne ero capace. “Ho bisogno di sapere se posso contare su me stessa”, ho spiegato a un amico che mi chiedeva come mai non potessi capirlo in un posto in cui c’è anche l’acqua corrente.

Il suono della radio

Per arrivare al rifugio Hopkins bisogna fare otto chilometri di strada, ma quel primo viaggio con Yvonne mi è sembrato un tragitto infinito. Chi ero? Dov’ero finita? Gli ultimi cento metri sono separati dal resto della strada da un cancello, costruito anni fa per impedire l’accesso ai cacciatori e ai gruppi sporadici di liceali festaioli.

Mi sono trasferita nel rifugio un venerdì pomeriggio, mentre cominciava a piovere. La pioggia sarebbe durata per tutto il fine settimana. Abbiamo portato la mia macchina in cima alla montagna, poi Yvonne mi ha consegnato le chiavi del cancello e una radio del servizio forestale.

Nell’ottobre 2020 la pandemia ci stava insegnando cosa significa isolarsi e cavarsela da soli. Eppure, mentre Yvonne si allontanava con il calare dell’oscurità, ho visto la mia nuova solitudine ricoprire il paesaggio. Potevo quasi allungare le mani e toccarla. Ho piazzato la mia stufa in veranda e ho cercato di riposare la schiena appoggiandola contro il muro del rifugio, guardando la pioggia che cadeva sulla foresta e cercando di far finta di essere all’interno di un’app per la meditazione. Ma quei boschi, quelle montagne e quel luogo erano un territorio completamente estraneo.

Mi muovevo a piccoli passi prudenti. La prima notte sono rimasta sveglia, stesa sul posto più in basso del letto a castello, lasciandomi inquietare dal mio stesso respiro. Immagino che fossi semplicemente spaventata, ma mi piace pensare che ci fosse anche una parte di me che era curiosa. Avevo già passato molte notti in tenda, spesso senza nessuno. Perché ora mi sentivo così sola?

Non mi avevano avvertito che la radio del servizio forestale si sarebbe attivata ogni mattina alle sette. Il primo giorno, dopo che ero riuscita ad addormentarmi solo da poche ore, quel suono mi ha svegliata di soprassalto. Era successo qualcosa? Avevano bisogno di me? Dovevo rispondere? Nei giorni seguenti, ormai abituata alla parlata strascicata della West Virginia, ho scoperto che l’operatore si collegava ogni mattina solo per dare il buon giorno a tutti e comunicare le previsioni del tempo. Se avessi risposto mi avrebbero sentito da tutte le radio del servizio forestale del Monongahela. Peggio che vomitare nel furgone di Yvonne. In ogni caso il primo giorno non ho avuto nemmeno il tempo di rispondere, perché subito dopo hanno bussato alla porta.

Ho pensato ai cacciatori di orsi e a tutti i film ambientati in un rifugio sperduto nei boschi. Per un attimo ho desiderato di avere un citofono con telecamera o almeno uno spioncino. Ero confusa, disarmata. Non sapevo se la radio volesse avvertirmi di qualcosa. Ero in pigiama, ma ho aperto la porta.

L’ultima settimana ho dormito in tenda, per poter ammirare il cielo e svegliarmi quando la prima luce si affacciava sulla montagna

Un uomo sulla sessantina, impermeabile lungo e sigaretta accesa, stava in piedi davanti ai gradini della veranda. Si chiamava Mike, anche se ancora non lo sapevo. “Sei sopravvissuta!”, ha esclamato. Poi ha aggiunto qualcosa a proposito di un lavoro da cominciare la settimana successiva, prima di darmi le spalle e avviarsi sulla discesa della montagna.

Situazioni difficili

I primi giorni, quando avevo ancora le provviste, ho trascorso gran parte delle ore di luce sui sentieri del Big draft wilderness, l’area che comincia ai piedi della montagna. Alle altitudini minori, il Big draft è caratterizzato da un folto sottobosco di muschio e felci che crescono nella fredda foschia intorno al torrente, e dai rododendri che creano impressionanti tunnel sopra i sentieri. Mi sono inerpicata per strade tortuose che conducevano verso lunghi crinali. Ho osservato la foresta alla ricerca del giallo sgargiante delle amamelidi in fiore. Percorrendo da sola quei sentieri immaginavo che la foresta fosse mia complice. Anche il linguaggio delle indicazioni sulla mappa del Big draft wilderness era affine ai miei obiettivi: “Il servizio forestale gestisce i boschi per offrire al visitatore una sfida, una scoperta e la possibilità di fare affidamento solo sulle sue forze. Amministriamo queste aree per proteggere le risorse, non per rendere la vita comoda ai turisti. In questo modo è possibile scoprire la natura reale dei boschi anziché modificarla in base alla volontà degli esseri umani. Nella maggior parte dei casi dovrete affrontare da soli le situazioni difficili in cui vi troverete”.

In quei boschi ho riflettuto molto sulle mie situazioni difficili, sulla mia carriera d’insegnante messa in pausa, sulla voglia di riprenderla o lasciarla e sul fatto che dopo quel mese non avevo idea di dove andare. Nelle settimane trascorse tra quei sentieri l’unica persona che ho incontrato è stata un poeta e professore d’inglese di un college del posto.

Quando è arrivata la vernice si è presentato anche Mike. Lavora per il servizio forestale nell’ambito di un programma per pensionati e ha scelto di vivere tra quelle montagne. Mike è stato generoso, gentile e disponibile a rispondere a tutte le mie domande: che gufi sono quelli che bubolano dagli alberi ogni giorno al crepuscolo? Gufi dalle grandi corna. Che fiori sono quelli viola che crescono lungo le strade di montagna? Fiori di cicoria. E i bossoli di fucile che trovo continuamente nei boschi? Cacciatori di scoiattoli. “Cacciatori di scoiattoli?”, mi sono chiesta.

Mentre tenevo la scala su cui si era inerpicato, Mike ha elencato una lista di piatti a base di carne di scoiattolo: intingolo di scoiattolo e biscotti, zampe di scoiattolo fritte, insalata di scoiattolo. Il mio contributo alla conversazione è stato: “Non avrei nemmeno idea di come cominciare a cucinare uno scoiattolo”.

Mike ha risposto: “Be’, per esempio puoi mettere a bollire un po’ d’acqua in una pentola”. Non c’erano solo gli scoiattoli da quelle parti. Abbondavano anche gli orsi. Ogni mattina mi sedevo sul portico con il mio caffè e ascoltavo i cacciatori mentre i segugi rincorrevano gli orsi tra gli alberi. Yvonne mi aveva avvertito che gli orsi avrebbero potuto rompere i vetri delle finestre se non avessi tenuto gli odori sotto controllo, così avevo deciso di conservare la spazzatura nel blocco di cemento che circondava il gabinetto, a circa venti metri dal rifugio. Ogni sera affrontavo lo stesso dibattito interno: davvero volevo uscire fuori? Ma poi finivo sempre per indossare la torcia frontale e affrontavo l’oscurità per spostare la spazzatura e sputare il dentifricio dopo essermi lavata i denti.

Nei momenti in cui mi sono sentita più sola ho immaginato tutte le persone che avevano vissuto quella stessa esperienza prima di me. La torre antincendio, il rifugio e la strada di montagna sono state costruite dai Civilian conservation corps nel 1935, ma le persone frequentavano quella montagna da molto prima. Una comunità di nativi americani popolava l’area a ovest del rifugio, poco al di fuori dei confini del Monongahela. Si pensa che il sentiero che scende giù a spirale dalla montagna abbia origini preistoriche. I documenti che ho trovato nella capanna indicano che il sentiero è stato percorso spesso dai commercianti nel settecento e nell’ottocento.

Tra tutti i personaggi che evocavo per tenermi compagnia, quello a cui ho pensato più spesso è stato Edgar Hull. Faceva il guardaboschi e aveva vissuto nel rifugio negli anni sessanta, dopo aver ereditato il lavoro dal padre, che aveva trascorso undici anni all’Hopkins. Lo so perché Mike mi ha regalato una copia di un articolo su Hull pubblicato nel 1963 da Sports Illustrated, ricco di dettagli su come individuare un incendio ma poverissimo di informazioni su come viveva Hull tra un rogo e l’altro. Volevo conoscerlo, scoprire la vita dell’uomo che aveva ereditato la capacità di sentirsi a casa lassù. Non so se Hull sia stato l’ultimo ad avere quell’incarico, ma il servizio forestale ha smantellato la torre antincendio nel 1979, lascian­do solo i pilastri di cemento alla base.

Ore sprecate

Uno dei compiti più importanti che mi era stato assegnato era scartavetrare e ripitturare l’intera superficie esterna del rifugio usando vernice bianca e marrone per riportarlo all’aspetto originale del 1935. I nomi delle due vernici erano “Panna pesante” e “Cioccolato al latte”. Mentre cominciavo a dipingere i muri esterni non ho potuto fare a meno di immaginare una trasformazione in stile fratelli Grimm.

Nei miei viaggi in città per fare provviste avevo notato lattine di birra decorate con immagini di creature leggendarie come Uomo falena e Bigfoot. Sapevo che facevano parte del folclore della West Virginia. Ma ignoravo che il Big draft fosse uno dei luoghi favoriti per chi vuole dargli la caccia. Qualche giorno dopo – quando era ormai calata la sera, avevo lavato i denti, chiuso la spazzatura in bagno e stavo leggendo a letto – ho sentito qualcosa grattare e frusciare. Ho pensato che fossero topi, anche perché erano particolarmente numerosi. Ma poi sembrava che qualcuno stesse mordendo la mia capanna di marzapane dall’esterno. Per qualche motivo sono riuscita a mantenere un’insolita calma. Ho capito che avrei dovuto scoprire cos’era quel rumore e che il lusso del panico appartiene solo a chi ha la speranza realistica che qualcuno venga in suo soccorso. Mi sono alzata e ho acceso tutte le luci per spaventare qualsiasi cosa ci fosse là fuori. Ma il rumore è diventato ancora più forte. Era chiaramente il suono di denti o artigli che penetravano nel legno esterno. I procioni hanno grandi denti? Gli orsi neri mangiano il legno? Ho preso una scopa e sbattuto il manico contro il muro più forte che potevo. Di sicuro non sarei mai uscita, dunque ho fatto l’unica altra cosa che sapevo fare: sono tornata a letto e ho tirato su le coperte. Il permesso che si acquista a cinquanta dollari per cacciare Bigfoot mi è sembrato all’improvviso un ottimo affare.

Ho amato la compagnia e le conversazioni durante le giornate di lavoro nel rifugio, quando Mike e Yvonne portavano altre persone per dare una mano: una squadra di pompieri, volontari, guardie forestali di un altro distretto. Ma la maggior parte delle giornate le ho trascorse da sola, dipingendo, pulendo o spargendo la ghiaia, tenendo il conto delle ore che passavano ascoltando qualsiasi stazione riuscissi a captare alla radio. Non facevo caso alle previsioni. Se non ascoltavo la trasmissione delle sette del mattino o se quel giorno l’operatore aveva un accento incomprensibile osservavo la radura e speravo che andasse tutto per il meglio.

Il ponte pedonale nel Big draft wilderness (Stephen Cook)

Mi piaceva spingermi al limite con le provviste prima di andare a fare rifornimento. Fino a quando un giorno, mentre valutavo la possibilità di usare lo sciroppo d’acero come ingrediente della quesadilla (una piadina messicana ripiena) per cena, Yvonne mi ha comunicato via radio che stava arrivando una forte tempesta e che ci sarebbero stati sicuramente degli allagamenti. Il rifugio non avrebbe avuto problemi, ma la strada forse sarebbe stata impraticabile. In quel caso sarebbero trascorsi giorni prima che qualcuno potesse arrivare fin lassù e controllare che stessi bene.

Ho sprecato importanti ore di luce standomene seduta in veranda a pensare all’autosufficienza, alle volte in cui è bene che le cose siano difficili e a quelle in cui bisogna fare in modo che siano facili. Quando era ormai buio e stava già diluviando, ho ammassato alcuni beni essenziali in macchina e ho guidato nella notte fino a raggiungere la casa di mio fratello e mia cognata a Baltimora.

Quando sono tornata indietro, pochi giorni dopo, le temperature erano crollate. Come un’idiota ho cominciato la salita dopo il tramonto. Edgar Hull avrebbe saputo benissimo che era molto meglio farlo di giorno. Avrebbe capito quanto era stupido tornare in un rifugio isolato dopo una grande tempesta e credere che tutto sarebbe andato liscio.

Lungo il torrente

A metà della salita la tempesta aveva abbattuto un albero, bloccando la strada. Era domenica notte e sapevo benissimo che il suono dei miei messaggi radio si sarebbe perso nel vuoto dei furgoni del servizio forestale. Così mi sono coperta meglio che potevo e ho deciso di usare tutto quello che avevo in macchina per staccare i rami. La luce della mia torcia fluttuava mentre tiravo i rami, fino a quando l’albero non è diventato abbastanza leggero da poterlo spostare.

Dopo aver superato l’ostacolo con l’auto sono scesa per compiacermi di essere stata capace di rimuoverlo. Ho alzato gli occhi al cielo con aria trionfante, subito prima di pregare in silenzio che il tetto del rifugio esistesse ancora.

Una settimana dopo la tempesta, due amici sono venuti a trovarmi per una notte e si sono accampati al confine del Big draft. La nebbia era talmente fitta da impedire la vista del panorama della strada di montagna o delle stelle oltre la radura. Desideravo disperatamente che i miei amici restassero fino a quando la nebbia fosse scomparsa.

Volevo che ammirassero l’alba che illuminava le montagne. Volevo dirgli che non avrebbero potuto capire quel luogo se non avessero apprezzato quella scena. Ma alla fine abbiamo camminato lungo il torrente, siamo stati intorno al fuoco ad ascoltare i gufi e a bere lattine di birra con le immagini dell’Uomo falena e di Big­foot. Mi sono sentita a casa in compagnia di persone che mi ricordavano casa, ma non sono riuscita a evitare la tristezza quando mi sono svegliata la mattina e ho visto che la nebbia era ancora fitta. I miei amici sono partiti subito dopo colazione.

Durante la mia ultima settimana nel rifugio ho cominciato a dormire fuori, in tenda, per poter ammirare il cielo notturno e svegliarmi quando la prima luce si affacciava sulla montagna. Dormire all’aperto mi faceva sentire come se stessi cogliendo tutto ciò che potevo, come se fossi meno sola. Nel mio ultimo giorno di lavoro, insieme a Yvonne e Mike, abbiamo organizzato una cena all’aperto. Ci siamo occupati del fuoco, abbiamo conficcato il palo per la lanterna e compattato la ghiaia su cui montare la tenda. Le elezioni presidenziali si erano svolte pochi giorni prima, ma nessuno ne ha parlato. Abbiamo discusso dei nostri punti preferiti del fiume Greenbrier e del condimento migliore per gli hot dog.

Prima di andare via, Mike e Yvonne mi hanno regalato un coltello da tasca e una tazza dell’orso Smokey (la mascotte del corpo dei ranger forestali). La mattina dopo ho caricato i bagagli in auto, ho chiuso il cancello alle mie spalle e ho affrontato la strada di montagna per l’ultima volta.

Non so se quel mese nel rifugio mi abbia resa più coraggiosa o autosufficiente, o magari più capace di stare da sola. Durante quell’ultima discesa volevo sentirmi diversa, ma il panorama ormai mi era troppo familiare. Ho notato un solo cambiamento: l’autunno era sceso dagli alberi. Erano silenziosi, come in attesa della neve. ◆ as

Questo articolo è uscito sul numero 1468 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati