Internet sta morendo. Certo, tecnicamente funziona ancora. Se aprite Facebook dal telefono potete ancora vedere le foto del figlio di vostro cugino. Ma quella non è internet. Non è la rete libera e aperta al contributo di tutti degli anni novanta e dei primi anni del duemila, il prodotto di tecnologie create nel corso di decenni grazie a finanziamenti pubblici e ricerche accademiche, quella rete capace di allentare la morsa di Microsoft sul settore tecnologico e di far nascere aziende come Amazon, Google, Facebook e Netflix.
No, quell’internet libera sta morendo lentamente, e un voto per cancellare la neutralità della rete previsto il 14 dicembre alla Federal communications commission (Fcc, l’ente che regolamenta le telecomunicazioni negli Stati Uniti) potrebbe darle il colpo di grazia.
La neutralità della rete serve a evitare che i fornitori di accesso a internet offrano sulle loro linee trattamenti preferenziali ad alcuni contenuti. Queste regole impediscono, per esempio, alla At&t di far pagare un’extra alle aziende che vogliono trasmettere dei video in alta definizione. Dal momento che la neutralità protegge le piccole startup (che non possono permettersi di pagare un trattamento preferenziale) dai giganti della rete (che invece possono pagarlo) queste regole sono praticamente l’ultima difesa contro il totale dominio delle grandi aziende sulla vita online.
Quando queste regole spariranno, internet continuerà a funzionare, ma la sua essenza sarà stravolta: una rete in cui gli accordi economici, e non l’innovazione, determinano quello che vediamo, una rete che somiglia molto più a una tv via cavo che a quel selvaggio west in cui sono spuntate Napster e Netflix.
Mercato chiuso
Se vi sembro allarmista, sappiate che lo stato della concorrenza digitale è già abbastanza pietoso. Come ho spesso osservato, buona parte del settore tecnologico rischia di essere inghiottito dalle aziende più grandi. Internet oggi è dominata da guardiani e monopolisti. Le cinque più grandi aziende statunitensi – Amazon, Apple, Facebook, Google e Microsoft – controllano buona parte delle infrastrutture online, dalla vendite delle app ai sistemi operativi, dai servizi di archiviazione dati sul cloud a quasi tutte le attività online. Una manciata di operatori che forniscono la banda larga, come At&t, Charter, Comcast e Verizon (molti dei quali, già che ci sono, vogliono diventare fornitori di contenuti), garantiscono la connessione internet a quasi tutti gli smartphone e le case degli Stati Uniti.
Insieme, questi giganti hanno trasformato internet in un sistema di feudi straordinariamente redditizio. Hanno trasformato una rete che prometteva un’innovazione senza fine in una che affonda nel fango, dove ogni startup è alla mercé di alcune delle più grandi aziende del pianeta.
Molti avvertono questa involuzione. In una lettera ad Ajit Pai, presidente della Fcc, che ha proposto di eliminare le regole sulla neutralità della rete, più di duecento startup denunciano che questa decisione “metterebbe le piccole e medie imprese in una posizione svantaggiosa e impedirebbe la nascita di aziende innovative”. Questo, hanno scritto, è “il contrario del libero mercato, perché si tratterebbe di una realtà dove a determinare la sorte di un’azienda non sono i consumatori, ma poche potenti reti telefoniche”.
Non è così che era stata concepita internet. Da un punto di vista tecnico, era stata progettata per non finire nelle mani di quei centri di controllo che oggi invece la dominano. Questo schema nasceva da una filosofia ancor più radicale. Gli inventori di internet avevano capito che le reti di comunicazione acquistano potere attraverso i loro nodi terminali, ovvero nuovi dispositivi e servizi che si connettono alla rete, piuttosto che tramite i computer che gestiscono il traffico sulla rete. Questo principio base della progettazione di reti è noto come end-to-end e spiega, in buona sostanza, perché internet abbia prodotto molte più innovazioni rispetto alle reti centralizzate che esistevano prima, come la vecchia rete telefonica.
La forza di internet, ai tempi della sua prima “corsa all’oro”, era la flessibilità. Le persone potevano immaginare un’ampia gamma di nuovi strumenti per la rete e, in pochissimo tempo, potevano crearli e attivarli: un sito che vende libri, uno che cataloga le informazioni del mondo, un’applicazione che ti permette di “prendere in prestito” la musica di altre persone, oppure una rete sociale che ti permette di connetterti con chiunque. Per nessuna di queste cose servivano permessi. Alcune hanno rovinato industrie storiche, altre hanno trasformato radicalmente la società e molte erano sospette dal punto di vista legale. Con internet si poteva mettere in piedi un progetto che, se funzionava, era rapidamente adottato dal resto del mondo.
Luna park per aziende
Nel 2003 Tim Wu, un professore di diritto (e collaboratore del New York Times) che oggi insegna alla Columbia university ha colto i segni di un imminente controllo delle grandi aziende su un’internet in espansione.
◆ È il principio secondo cui tutti i siti, i contenuti online e i servizi internet dovrebbero essere accessibili alle stesse condizioni, per evitare che alcuni possano far viaggiare i loro contenuti più velocemente di altri pagando gli operatori telefonici.
◆ L’abolizione della neutralità di internet metterebbe in pericolo la rete così come la conosciamo, libera e aperta, e la possibilità di creare nuovi prodotti, servizi, applicazioni in concorrenza con le grandi aziende. Chi si oppone al principio della neutralità si appella al libero mercato e al diritto di pagare di più per ottenere una migliore qualità dei servizi. Il termine net neutrality è stato coniato da Tim Wu nel 2003.
◆ Il 14 dicembre negli Stati Uniti si vota per abrogare la legge sulla neutralità della rete, voluta dall’amministrazione Obama nel 2015.
Gli operatori che investivano grandi somme per fornire un servizio internet sempre più veloce agli statunitensi erano preoccupati di dover gestire una rete aperta a tutti. Alcuni dei nuovi usi di internet minacciavano i loro profitti. Le persone usavano servizi in rete come alternativa alle tv via cavo o alle telefonate interurbane o internazionali per le quali prima dovevano pagare.
Oppure si connettevano a dispositivi come i router wifi, che gli permettevano di condividere la connessione con più dispositivi. All’epoca si rincorrevano voci secondo cui gli operatori che avevano la banda larga volessero bloccare o comunque indebolire questi nuovi servizi. E infatti, nel giro di pochi anni, alcuni provider hanno cominciato a negargli l’accesso alla rete. Secondo Wu i monopoli della banda larga minacciavano il concetto di end-to-end che aveva reso possibile internet. Su una rivista giuridica, Wu ha suggerito un’idea di regolamentazione che preservasse quella di pari opportunità alla base di internet. È nata così l’idea della “neutralità della rete”. Anche se attraverso varie difficoltà e interventi giuridici, la neutralità della rete, almeno in una certa forma, è il principio che governa internet dal 2005. Il nuovo ordine della Fcc lo smantellerebbe completamente. Le aziende sarebbero autorizzate a bloccare alcune forme di traffico o a renderle a pagamento, a loro piacimento, a patto di dichiararlo.
Oggi i fornitori di banda larga promettono che non agiranno in maniera iniqua, e sostengono che smantellare le regole esistenti darà ulteriori incentivi a investire, migliorando tutta internet. Brian Hart, un portavoce della Fcc, ha dichiarato che i fornitori di banda larga sarebbero comunque soggetti alle leggi antitrust e ad altre regole pensate per evitare comportamenti contrari alla concorrenza. Hart ha fatto notare che le proposte di Pai riporterebbero la rete al precedente quadro legale di riferimento, prima della neutralità della rete.
“Internet ha prosperato con queste regole in passato, e lo farà di nuovo”, ha dichiarato. Gli operatori di banda larga stanno assumendo una posizione simile. Quando ho fatto notare a una portavoce della Comcast che, nonostante le sue promesse, niente avrebbe impedito un giorno all’azienda di creare dei pacchetti speciali di contenuti diversi (allo stesso modo in cui oggi si vendono i contenuti delle tv via cavo), questa ha detto che le mie conclusioni erano affrettate.
Dopo tutto sono anni che le persone prevedono la fine di internet. Certo uno potrebbe dire: nonostante il panico, ha continuato ad andare avanti. Le startup continuano a nascere e a essere quotate in borsa. S’inventano ancora cose nuove e incredibili. Tutto vero. Ma una rete vibrante non muore di colpo. Servono tempo e incuria. S’indebolisce lentamente, in modo impercettibile, finché un giorno ci ritroviamo a vivere in un mondo digitale controllato da pochi giganti, e la cosa ci sembra normale. Non è normale.
Non è sempre stato così. Internet non deve per forza essere un luna park per grandi aziende. Non è questa la strada che abbiamo scelto. ◆ ff
Farhad Manjoo è un giornalista del New York Times che si occupa di tecnologia.
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Questo articolo è uscito sul numero 1234 di Internazionale, a pagina 128. Compra questo numero | Abbonati