Non ha torto Sandrone Dazieri quando nella prefazione scrive che il desiderio per Manara “è quello di una società aperta e libera, non di una donna oggetto e sottomessa”. Il desiderio di Manara è alto e magnificante anche quando rappresenta il basso, proprio come nella grande arte classica. Non a caso il suo tratto delicato, sinuoso e sensuale nasce dall’influenza di Moebius, il cui segno ben riconoscibile, per quanto sfaccettato e instabile, affondava le sue radici nella pittura rinascimentale. Certo, Manara non sempre prende la giusta distanza dall’accademismo, ma altre volte ne fa la sua forza e il recente e meraviglioso Caravaggio lo dimostra. Così come il gioco ironico con cliché e stereotipi (con le ambiguità che comporta): a volte gli riesce bene, altre meno. Qui il maestro dell’erotismo incontra un testo storico e nella sua leggerezza è un’opera molto riuscita. I personaggi disegnati sembrano quasi sovrapposti artificialmente ai fondali colorati e trasmettono così una sensazione di estraneità a un mondo incoerente, in cui si entra e si esce non si sa come. Sono dei (non) luoghi posticci di un bazar postmoderno dell’immaginario, un metafumetto ma trasfigurato in sogno fanciullesco dai colori dorati. E se uscendo da una finestra sul tetto di un attico ci si ritrova in un’ampia strada dalle luci fatate come in un film di Fellini è perché Manara giocando con il lettore ne risveglia l’incanto.

Francesco Boille

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Questo articolo è uscito sul numero 1479 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati