Il francese Edmond Baudoin un tempo era contabile a Nizza. Improvvisamente non ne ha potuto più, proprio come Simon, il protagonista di Il viaggio, graphic novel di pura poesia. Autobiografia metaforica, allegorica, il libro è prima di tutto un viaggio dello spirito che si libera di ogni peso. È influenzato dal Pratt della Ballata del mare salato, di cui rielabora il leitmotiv poetico dei gabbiani, e dall’argentino José Muñoz, figlio spirituale di Pratt. Dal primo ha ereditato il senso profondo della bellezza sensuale dei luoghi e dei volti luminosi in empatia con “l’altro”; dal secondo il vissuto doloroso, ma intriso di umanità, dei volti delle persone ai margini del nostro quotidiano. Milton Caniff, il geniale disegnatore statunitense che determinò lo stile di Pratt, guardava invece alla pittura calligrafica cinese. Questo titolo, che fu concepito nel 1997 per il grande editore giapponese Kōdansha, opera quindi una contaminazione doppia: parla in Giappone del quotidiano di un europeo con un’estetica che rimanda alla Cina e per nulla a quella del manga. Ma Baudoin fa anche uso della mutazione grafica come se fosse una magia, quella che anima il fumetto fin dal Little Nemo di Winsor McCay. Le mutazioni in Il viaggio svelano che il segno grafico e la vita sono la stessa cosa, la stessa magia. E s’impone il motivo conduttore grafico-poetico dell’arte di Baudoin: la danza dei corpi. Oppure la danza dell’amore come danza della vita. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1503 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati