Dopo l’esordio con Il giorno perduto, opera visionaria sull’impresa coloniale e schiavista di Magellano nelle Americhe, ecco questo libro di Cammamoro sull’attore cubano (naturalizzato statunitense e italiano) Thomas Milian – ormai icona dell’immaginario cinematografico internazionale – e la sua piccola grande impresa di una vita faticosa e sofferta. Come essere se stessi quando si è emigrati da un piccolo paese comunista, figli di un padre violento, tra i generali più zelanti del dittatore Machado? E poi da adulto schiacciato dai grandi attori, oscillando dalla Hollywood imperialista tanto sognata all’Italia di Cinecittà, quella dei maestri del cinema d’autore ma anche del cinema di serie b (o considerato tale all’epoca), come il western spaghetti? Un vero dilemma amletico, d’identità, dell’intimo, culturale e di appartenenza nazionale (essendo in fondo straniero dappertutto). Ecco spiegati sia titolo sia sottotitolo, essere Thomas Milian. Lavorando con il documentarista Giuseppe Sansonna, Cammamoro costruisce tavole oniriche e poetiche, drammatiche e intense, attraversate dalla capacità visiva di evocare immagini profonde, come nella vignetta a tutta pagina ambientata in un locale dove descrive decine di caratteri mediante volti e atteggiamenti. E a ben vedere, narrando di questa vita, vera e da romanzo, prosegue in altro modo il discorso cominciato con Il giorno perduto.
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 78. Compra questo numero | Abbonati