La lontananza dal fumetto di una delle massime autrici al livello internazionale come Gabriella Giandelli comincia a farsi pesante (l’ultimo titolo è Lontano, del 2013). Ci mancano i suoi racconti profondi sempre incentrati sul vuoto, sull’assenza nell’alienante metropoli moderna. Una città vista quasi sempre dal filtro del condominio, dei palazzi-dormitori in cui sono ammassati i suoi anonimi inquilini, dimenticati come tristi fantasmi. Sempre raccontati, però, con umanità ed empatia. In realtà Giandelli cerca di cogliere l’invisibile. Quasi sempre è fondamentale il colore, compresa la sua assenza, che potremmo paragonare ai silenzi nelle composizioni musicali. Rispetto a troppo fumetto e illustrazione facile, la sua è una vera trasfigurazione del sogno dell’infanzia al femminile. Influenzata, se non segnata, dal _Poema a fumetti _di Dino Buzzati (1969), la sua festa infantile del colore è un condensato estremo di poesia. Vero anche nella più piccola vignetta. Qui, su testi della poeta Beatrice Zerbini, in parte poetici e in parte prosaici (“consigli utili per la casa”), Giandelli firma un grande poema visivo. Ogni immagine prende due pagine e il grande formato acuisce questa overdose di colori dorati, rossastri, argentati. Rivista con le influenze più disparate dall’arte contemporanea, aggiornata ai tempi, ne viene fuori qualcosa di prossimo a una nuova secessione viennese. Francesco Boille

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Questo articolo è uscito sul numero 1690 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati