Un campo profughi ad Al Jarrahi, nella provincia occidentale di Hodeida, Yemen, 4 dicembre 2021. (Khaled Ziad, Afp)

Un articolo che esce sul New York Times può spostare mezzo milione di dollari di aiuti umanitari. Un gruppo di ricercatori britannici ha intervistato trenta alti funzionari incaricati di assegnare gli aiuti umanitari. Questi funzionari lavorano per i governi di sedici paesi tra quelli che hanno a disposizione più fondi. L’obiettivo della ricerca era capire che relazione c’è tra copertura giornalistica delle crisi umanitarie e aiuti internazionali.

Su The Conversation i tre studiosi – Martin Scott, Kate Wright e Mel Bunce – hanno raccontato le premesse da cui sono partiti. Gli eventi associati a immagini chiare e drammatiche sono molto seguiti dai mezzi d’informazione di tutto il mondo.

Al contrario, le crisi umanitarie prolungate, che sono più difficili da spiegare o che si svolgono in paesi complicati da raggiungere, sono di solito meno raccontate, anche se in questi casi il bisogno di aiuti può essere maggiore. Ma la copertura giornalistica fa davvero la differenza o si tratta di una correlazione che non implica un nesso causale?

In alcune situazioni, l’attenzione dei mezzi d’informazione ha in effetti avuto come risultato un aumento degli aiuti, indipendentemente dalla gravità della crisi. I funzionari intervistati hanno però sottolineato che i giornali (per esempio il New York Times) e le tv nazionali hanno più peso, nelle loro decisioni, dei social network o delle fonti internazionali come la Cnn o la Bbc.

Tuttavia questo sembra riguardare solo i bilanci relativamente piccoli che i governi destinano agli aiuti d’emergenza. Gli stanziamenti annuali, molto più grandi e indirizzati a crisi prolungate, non sono invece influenzati dalla copertura giornalistica perché basati su scelte più ponderate e meno emotive.

Ma non significa che i mezzi d’informazione non abbiano un ruolo, seppur paradossale, anche in questo caso.

Alcuni funzionari spiegano che proprio la scarsa copertura giornalistica li spinge a pensare che dovrebbero aiutare di più le popolazioni che vivono in queste aree. I ricercatori l’hanno definito “effetto crisi dimenticate”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1443 di Internazionale, a pagina 7. Compra questo numero | Abbonati