Camp David, Maryland, Stati Uniti, 27 marzo 2003. Il premier britannico Tony Blair e il presidente statunitense George W. Bush al termine di una conferenza stampa sulla guerra in Iraq. (Kevin Lamarque, Reuters/Contrasto)

La scorsa settimana ha circolato molto il video di un lapsus dell’ex presidente statunitense George W. Bush che ha confuso l’invasione dell’Ucraina con quella dell’Iraq, cominciata proprio dalla sua amministrazione nel 2003.

Parlando della scarsa democrazia in Russia e dell’assenza di una vera opposizione, Bush ha detto che questo ha portato alla “decisione di un singolo uomo di lanciare un’invasione brutale e del tutto ingiustificata dell’Iraq”. Si è reso conto dello sbaglio, si è corretto (“Voglio dire, Ucraina”) e, tra le risate divertite del pubblico, ha aggiunto “settantacinque”, riferendosi alla sua età e quindi al fatto che possa essere un po’ rimbambito.

La guerra statunitense in Iraq causò centinaia di migliaia di vittime (non c’è accordo sul numero esatto, furono 151mila secondo il New England Journal of Medicine, 288mila per l’Iraq body count project, 650mila per la rivista medica The Lancet) e cominciò il 20 marzo 2003 con la strategia shock and awe, colpisci e terrorizza: nelle prime quarantotto ore su Baghdad furono lanciate circa tremila bombe.

L’Iraq era già stato largamente distrutto dalla precedente guerra, combattuta sempre dagli Stati Uniti e sempre da un Bush (il padre), che nel 1991 aveva lasciato il paese ridotto a uno “stadio preindustriale” e devastato da “bombardamenti quasi apocalittici”, come osservò un rapporto delle Nazioni Unite dell’epoca.

Il pretesto della guerra del 2003 fu che Saddam Hussein, il dittatore iracheno, aveva armi di distruzione di massa ed era in qualche modo collegato agli attentati dell’11 settembre. Negli anni successivi fu ampiamente dimostrato che non era vero e che si trattava di due bugie.

Oggi quella guerra è quasi dimenticata, ha scritto Chip Gibbons su Jacobin, “malgrado sia cominciata meno di vent’anni fa e abbia profondamente condizionato il mondo in cui viviamo oggi”. Anche per questo le risate per il lapsus dell’uomo che la scatenò sono sembrate, a tanti, fuori luogo. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1462 di Internazionale, a pagina 5. Compra questo numero | Abbonati