Il 3 agosto, quando i due candidati alle primarie del Partito democratico per il seggio al senato in Michigan si sono affrontati in un dibattito tv, sono passati appena tre minuti prima che fosse menzionato l’American Israel public affairs committee (Aipac), la più importante lobby di sostegno a Israele degli Stati Uniti. Abdul El-Sayed, candidato progressista ed ex funzionario per la sanità pubblica di Detroit, ha citato ripetutamente l’Aipac per attaccare la sua rivale Haley Stevens e accusarla di essere al servizio della lobby.
“La differenza tra noi sta nei 46 milioni di dollari che ha ricevuto dall’Aipac”, ha detto El-Sayed. “In questa sfida l’Aipac ha speso una cifra record per aiutare la mia avversaria a vincere, perché sanno di poter fare affidamento su di lei”. Stevens ha risposto sostenendo di essere “al servizio solo degli elettori del Michigan”. Il 4 agosto El-Sayed ha vinto per poche migliaia di voti.
L’Aipac ha avuto un ruolo di primo piano anche in altre primarie molto combattute. Per decenni il suo sostegno ha contribuito a far crescere le possibilità di vittoria dei candidati. Oggi invece il suo appoggio può rivelarsi controproducente.
Mentre si moltiplicano le condanne nei confronti degli attacchi israeliani nella Striscia di Gaza, in Cisgiordania e in Libano, l’organizzazione è diventata un bersaglio sia a destra sia a sinistra. Per alcuni dimostra l’impatto negativo delle lobby sulla politica negli Stati Uniti, mentre per altri è un alleato del governo estremista di Israele e uno strumento al servizio di uno stato estero che mantiene un’influenza eccessiva sulla politica statunitense in Medio Oriente.
Le critiche che arrivano dallo schieramento conservatore sono aumentate da quando il presidente Donald Trump ha attaccato l’Iran, a febbraio. Oggi molti esponenti del movimento Make America great again pensano che, entrando in guerra contro Teheran, Trump abbia tradito la propria dottrina “America first”. Secondo Joe Kent, che a marzo si è dimesso dal centro nazionale antiterrorismo, gli Stati Uniti hanno scatenato la guerra contro l’Iran “spinti dalle pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”.
L’ostilità nei confronti dell’Aipac è diventata una carta vincente in molte elezioni. In una delle primarie democratiche a New York per un seggio alla camera, si sono sfidati Dan Goldman (parlamentare in carica) e Brad Lander (ex amministratore delle finanze comunali), due ebrei che si presentano come “sionisti liberal” e con posizioni simili su diversi temi. Lander ha vinto facilmente anche criticando i legami di Goldman con l’Aipac. “Penso davvero che gli elettori siano stanchi di candidati che ricevono soldi da Wall
street, dal mondo delle criptovalute, dalle aziende dell’intelligenza artificiale e dall’Aipac”, ha detto Lander dopo la vittoria. In precedenza aveva accusato Israele di genocidio a Gaza e aveva chiesto la fine degli aiuti militari degli Stati Uniti allo stato ebraico.
Scarsa sintonia
L’Aipac, una delle lobby con maggiore capacità nella raccolta fondi, ha speso più di 47 milioni di dollari solo in questa tornata elettorale. Lo United democracy project (Udp), un comitato di finanziamento elettorale legato all’Aipac, è sostenuto da miliardari come Paul Singer, socio del fondo Elliott, e Marc Rowan, amministratore delegato della Apollo global management. Il 30 giugno l’Udp ha dichiarato di disporre di 80,3 milioni di dollari.
Oggi gli statunitensi hanno un’opinione apertamente negativa dell’Aipac. Secondo Matt Bennett, tra i fondatori del centro studi democratico Third way, questa ostilità è stata alimentata dal comportamento della lobby. “Hanno preso decisioni strategiche pessime”, spiega Bennett, “e l’accumulo di questi errori l’hanno trasformato in un elemento assolutamente tossico”.
L’orientamento dell’opinione pubblica nei confronti di Israele è cambiato molto dalla nascita dell’Aipac, alla metà degli anni cinquanta. Inizialmente l’organizzazione era sostenuta soprattutto dalla sinistra. “Quanto più un politico era progressista, tanto più tendeva a essere filoisraeliano”, spiega Doug Rossinow, professore di storia alla Metro state university di St. Paul, in Minnesota, ed esperto di sionismo statunitense. “Negli anni successivi all’Olocausto sostenere Israele era un modo di essere vicini agli ebrei, di contribuire a rafforzare un senso di sicurezza, emancipazione e resistenza del popolo ebraico”, continua Rossinow. “Era una scelta semplice per molti statunitensi ma soprattutto per le persone di sinistra, particolarmente sconvolte da quello che era successo durante la seconda guerra mondiale”.
Questa solidarietà ha cominciato a ridursi man mano che i governi israeliani si sono spostati verso destra e l’Aipac ha sostenuto in modo incondizionato le politiche sempre più dure dello stato ebraico nei confronti dei palestinesi.
Le tensioni sono cresciute ulteriormente quando Benjamin Netanyahu ha cominciato a dominare la politica israeliana, prima come leader del Likud e poi come primo ministro. La rumorosa campagna condotta da Netanyahu contro l’accordo sul nucleare con l’Iran siglato nel 2015 da Barack Obama ha creato una frattura tra il Partito democratico e l’Aipac, una distanza che negli anni ha continuato a crescere.
Le critiche nei confronti dell’organizzazione si sono intensificate di pari passo con la forte crescita delle sue spese elettorali, soprattutto dopo la creazione, all’inizio del 2022, dell’Udp. Negli Stati Uniti questi comitati possono raccogliere e spendere somme illimitate per influenzare le elezioni e nel ciclo elettorale del 2022 l’Udp ha investito 26 milioni di dollari, spesso contro esponenti democratici ritenuti non abbastanza vicini a Israele.
“L’Aipac è in totale sintonia con il governo di Netanyahu”, spiega Matt Duss, vicepresidente esecutivo del Center for international policy e consulente del senatore progressista Bernie Sanders. “Da anni impone una definizione molto specifica e ristretta di cosa significhi essere filoisraeliani. Ha fatto molto per diventare impopolare agli occhi dei democratici. È diventata una sorta di Nra della politica estera”, ha aggiunge Duss, riferendosi alla National rifle association, la potente lobby delle armi. L’ostilità nei confronti dell’Aipac è ulteriormente aumentata dopo l’attacco di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza – che ha causato la morte di più di 70mila palestinesi – e poi per il ruolo di Tel Aviv nella guerra contro l’Iran e per la sua offensiva in Libano.
“Da tempo la posizione dell’Aipac – con Israele sempre e comunque – non è più allineata con le posizioni della comunità ebraica statunitense e con gli elettori democratici”, spiega Tali deGroot, vicepresidente di J Street, un’organizzazione filoisraeliana e pacifista che rispetto all’Aipac ha una posizione più critica nei confronti di Israele. La profondità della spaccatura tra l’Aipac e i democratici è emersa chiaramente durante un discorso pronunciato a Tel Aviv a giugno da Rahm Emanuel, influente politico democratico e possibile candidato presidenziale per il 2028. Nel suo intervento Emanuel ha messo in chiaro che Israele non può più aspettarsi un appoggio incondizionato da parte degli Stati Uniti.
Nel frattempo cresce anche a destra lo scetticismo nei confronti dell’Aipac. “Non sono più in parlamento perché non mi sono piegata all’Aipac e ai sionisti, che letteralmente controllano la politica a Washington”, ha dichiarato ad aprile l’ex parlamentare Marjorie Taylor Greene durante una puntata del podcast di Tucker Carlson.
Per molti esponenti della comunità ebraica questa accusa si avvicina allo stereotipo antisemita della cabala ebraica che manovra in segreto i governi, la finanza e i mezzi d’informazione. Qualcuno sostiene che gli attacchi all’Aipac si siano spinti troppo oltre. “Questo approccio è stato usato in modo cinico per mettere a tacere alcune persone e per sostenere che la partecipazione politica di alcuni non dovrebbe contare o dovrebbe essere considerata tossica”, ha detto a maggio il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro in un’intervista a Politico.
Reazione generalizzata
L’Aipac respinge l’accusa di essere una cassa di risonanza del governo Netanyahu. “Non è quello che facciamo”, sostiene la portavoce Deryn Sousa. “Siamo un’organizzazione statunitense e la nostra missione è favorire una politica a Washington che rafforzi ed espanda il rapporto tra gli Stati Uniti e Israele. Quasi sette milioni di americani di tutte le età, fedi e affiliazioni politiche fanno parte dell’Aipac perché vogliono rafforzare l’alleanza”.
Ma i tentativi dell’organizzazione di condizionare le elezioni incontrano un’opposizione crescente. Quest’anno l’Udp ha speso 2,3 milioni di dollari per impedire la vittoria di Tom Malinowski, ex parlamentare del New Jersey che in passato aveva criticato moderatamente Israele. Alla fine Malinowski ha perso le primarie, ma hanno perso anche i candidati sostenuti dall’Aipac. Ha vinto Analilia Mejia, una progressista che accusa Israele di aver commesso un genocidio a Gaza. Sousa sottolinea che in questa tornata hanno vinto le elezioni 188 candidati sostenuti dall’Aipac. “Inoltre la nostra comunità ha contribuito alla sconfitta di 14 candidati ostili a Israele”, aggiunge.
L’Aipac, comunque, subisce le conseguenze di una ostilità generalizzata nei confronti dell’influenza delle lobby più potenti sulle campagne elettorali. La sfida tra Goldman e Lander alle primarie di New York è stata “un referendum sui grandi finanziatori in politica”, spiega Basil Smikle, docente della Columbia university ed ex dirigente del Partito democratico nello stato di New York. “Non parlo solo dei soldi che arrivano dalle organizzazioni filoisraeliane, ma anche di quelli del settore delle criptovaluta e dell’intelligenza artificiale, contro cui c’è stata una forte reazione”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 28. Compra questo numero | Abbonati