La lista delle grandi aziende che fino a poco fa erano icone e oggi appartengono alla storia diventa sempre più lunga. Nei prossimi due anni la General Electric sarà divisa in tre: viaggi spaziali, medicina ed energia. Finisce così una tradizione industriale statunitense durata 130 anni. Anche il gigante farmaceutico statunitense Johnson & Johnson, un nome che intere generazioni associano allo shampoo e all’olio idratante per bambini, non sarà più lo stesso. Il gruppo giapponese Toshiba, fondato nel 1875, ha annunciato che si scinderà in aziende separate. La divisione autocarri dell’orgoglio ingegneristico tedesco Daimler-Benz entrerà in borsa a dicembre e sarà separata dal marchio automobilistico Mercedes.

Così va il mondo, o l’economia, si potrebbe dire. Ma queste operazioni non avvengono per il bene dei dipendenti o dei clienti. In gran parte rispondono al volere degli investitori. Con la sua decisione, l’amministratore delegato della General Electric, Lawrence Culp, ha ceduto a una richiesta del fondo d’investimento Trian, che possiede una quota di capitale del gruppo. Il progetto è stato accolto “con entusiasmo”, ha fatto sapere la Trian che, come altri grandi investitori coinvolti nell’operazione, ora prevede guadagni elevati, per esempio quando le singole parti del gruppo saranno quotate in borsa o rivendute ad altre aziende, magari con un taglio dei posti di lavoro.

Le azioni della General Electric sono salite subito del 3 per cento, e gli investitori sentono di aver fatto ancora una volta la cosa giusta. La moda delle scissioni va avanti da anni: nel 2019 la Siemens, che un tempo era la principale concorrente della General Electric, ha separato i suoi comparti medicina ed energia. L’obiettivo di queste iniziative, ha spiegato Culp, è avere “imprese più snelle, solide e specializzate”. In altre parole, più semplici da gestire per i dirigenti e più facili da capire per gli investitori. Gli azionisti e i manager sanno bene che le aziende specializzate in singoli settori si adattano meglio ai mercati finanziari, dove i fondi indicizzati, quelli che seguono passivamente l’andamento di indici di borsa e gruppi di aziende quotate, sono diventati campioni d’incassi. Oggi raccolgono più di nove miliardi di dollari e sono sempre più specializzati in singoli settori o in determinate innovazioni, come le energie rinnovabili. La vecchia General Electric non s’integrava bene in questo mondo. Le nuove aziende in cui è stata divisa invece sì. Nei prossimi anni i fondi d’investimento cercheranno di spezzettare ulteriormente il gruppo, ha detto al Financial Times un grande investitore. In queste manovre ci sono in ballo centinaia di milioni di dollari di guadagni.

Posti in pericolo

E i clienti? E i lavoratori? Per i dipendenti, i contribuenti e le persone legate a questi gruppi industriali le prospettive non sono rosee. C’è un motivo per cui certe grandi aziende sono sopravvissute così a lungo. Sono più rigide, ma anche più stabili: oltre i cancelli dei loro stabilimenti ci sono strutture solide, contratti sicuri, stipendi buoni, pensioni. Il nuovo corso potrebbe mettere in pericolo posti di lavoro e interi stabilimenti. Certo, negli ultimi tempi la General Electric non ha raccolto grandi successi. Prima c’è stata l’enorme espansione nel settore finanziario che, secondo alcuni, ha trasformato il gruppo in una banca. Poi è arrivato l’acquisto di compagnie petrolifere e del gas, anche se si sapeva da tempo che i combustibili fossili non sarebbero stati più sostenibili. E infine ci sono stati i dieci miliardi di dollari che l’ex amministratore delegato Jeffrey Immelt ha buttato nel comparto energetico del gruppo francese Alstom. Negli ultimi anni la General Electric era diventata praticamente un fondo d’investimento. E può sembrare ironico che intanto le grandi aziende di Wall street, come la Blackstone, siano diventate a loro volta dei conglomerati che controllano centinaia di aziende. La Blackstone ha duecento aziende e impiega mezzo milione di persone in tutto il mondo. Ma c’è una differenza: la divisione fa parte del suo modello d’affari. Dopo qualche anno, quando ha ottenuto abbastanza da un’azienda, la vende. Sempre nell’interesse degli investitori. ◆ nv

Questo articolo è uscito sul numero 1437 di Internazionale, a pagina 115. Compra questo numero | Abbonati