Nella primavera del 1924 Ras Tafari Makonnen, principe ereditario d’Etiopia, reggente plenipotenziario e sovrano di fatto del paese, intraprese un tour diplomatico mondiale. L’Etiopia era appena diventata il primo stato africano ammesso alla Società delle Nazioni e il principe, che in seguito sarebbe diventato l’imperatore Hailé Selassié, voleva ringraziare i paesi che avevano sostenuto la candidatura etiope, mostrare la modernità del suo paese e assicurarsi che la sua sovranità fosse rispettata.
Prima di proseguire verso l’Europa, Tafari fece una sosta a Gerusalemme. In patria la chiesa etiope metteva in dubbio la devozione religiosa del principe e la visita doveva quindi essere una dimostrazione simbolica del suo fervore. Tafari visitò il quartiere armeno della città per via del rapporto storico tra la chiesa armena e il ramo etiope del cristianesimo.
Lì fu accolto da una banda di ottoni composta da quaranta giovani studenti dell’orfanotrofio del quartiere. Tutti avevano perso i genitori durante il genocidio armeno del 1915. Tafari ne rimase affascinato e chiese il permesso di portarli con sé ad Addis Abeba. Secondo il suo progetto, quegli orfani avrebbero costituito la prima banda imperiale del paese.
Quell’autunno, quando i bambini arrivarono ad Addis Abeba, il principe li accolse nel suo palazzo reale. “Non dovrete mai più preoccuparvi di nulla. Veglierò su di voi come se foste miei figli”, gli disse, secondo una lettera del direttore della banda, Kevork Nalbandian.
Gli orfani entrarono a far parte della già fiorente comunità armena, che da più di un secolo contribuiva allo sviluppo della società etiope. Anche se la maggior parte di loro non rimase a lungo ad Addis Abeba, l’influenza armena sulla musica moderna etiope e sulla vita culturale del paese continua a farsi sentire nonostante la dispersione della comunità. Oggi nel paese restano meno di cento armeni, eppure nella diaspora tutti ricordano questo stretto legame con l’Etiopia, simboleggiato dall’adozione dei quaranta bambini musicisti. La loro eredità è andata ben oltre le loro vite: la musica etiope, conosciuta in tutto il mondo, conserva ancora il segno di quella banda di orfani.
Mercanti e religiosi armeni cominciarono a migrare in Etiopia già nel sedicesimo secolo, ma solo negli anni sessanta dell’ottocento cominciò a formarsi una piccola comunità. Gli armeni che si stabilirono ad Addis Abeba nel diciannovesimo secolo svolgevano ogni tipo di mestieri artigianali, manifatturieri e professionali lavorando come calzolai, sarti, costruttori, gioiellieri, meccanici, avvocati, architetti e medici.
All’epoca l’Etiopia cercava lavoratori stranieri qualificati per sostenere lo sviluppo economico del paese, ma doveva operare una selezione attenta. Era l’unica nazione africana a resistere al colonialismo e la sua aristocrazia voleva assicurarsi che i suoi collaboratori non la tradissero.
Gli armeni emersero come la scelta più naturale. Oltre al fatto che entrambi aderivano allo stesso ramo del cristianesimo ortodosso orientale, gli etiopi trovavano rassicurante che gli armeni fossero apolidi. A differenza di altri gruppi etnici stranieri presenti allora in Etiopia, per esempio italiani e greci, gli armeni non erano percepiti come una minaccia coloniale.
Molti furono assunti in qualità di artigiani – Dikran Ebeyan realizzò le corone per gli imperatori Yohannes IV, nel 1881, e Menelik II, nel 1889 – e come nell’impero ottomano da cui provenivano alcuni furono consiglieri diretti degli imperatori.
Quando nuove generazioni di armeni arrivarono in Etiopia in fuga dalle terre ottomane – prima durante i massacri della fine dell’ottocento, poi di nuovo in seguito al genocidio armeno del 1915 – la comunità raggiunse il suo apice, arrivando a circa 1.200 persone.
Nel tempo si sviluppò una profonda fiducia tra i sovrani etiopi e i loro consiglieri armeni. Alla vigilia della prima guerra italo-etiope nel 1895, per esempio, due armeni furono inviati dall’imperatore Menelik II in una missione segreta per acquistare armi dalla Francia e trasportarle clandestinamente in Etiopia. L’operazione ebbe successo e quelle armi furono determinanti per la vittoria etiope sull’Italia nella battaglia di Adua del 1896.
Questa lealtà verso lo stato si manifestò nuovamente durante i sei anni di occupazione dell’Etiopia successivi alla seconda guerra italo-etiope del 1935, quando molti armeni rifiutarono di collaborare con il nuovo governo italiano.
Garbis Korajian è un etiope-armeno di quarta generazione. È nipote di uno dei quaranta orfani, Garabed Hakalmazian, e di Abraham Korajian, tesoriere e consigliere di Hailé Selassié. Mi racconta i ricordi di Abraham Korajian di quel periodo: “Era così vicino all’imperatore che i colonialisti italiani volevano che lavorasse per loro. Ma lui rispose: ‘No, io non lo faccio’. Così lui, sua moglie e i sei figli furono deportati in Italia come prigionieri di guerra”.
Korajian, che oggi vive a Vancouver, in Canada, ha partecipato ad agosto a una conferenza in Sardegna per un incontro dei discendenti di questi prigionieri di guerra. “Su quaranta prigionieri etiopi, undici erano armeni”, dice con orgoglio. “Otto di loro erano Korajian”.
Fu questa comunità, profondamente radicata ma culturalmente distinta, ad accogliere i quaranta orfani al loro arrivo ad Addis Abeba nel 1924. Considerato il rapporto ormai consolidato tra etiopi e armeni, l’incontro di Ras Tafari con gli orfani sembrava dettato dal destino.
Gli imperatori etiopi cercavano da tempo una banda simile a quelle dei paesi europei, che li aiutasse a rafforzare all’estero la loro immagine di nazione indipendente. L’imperatore Menelik II aveva già impiegato musicisti russi, italiani, francesi e svizzeri che suonassero per conto del paese, ma erano stati tutti tentativi di breve durata. L’adozione degli Arba Lijoch (quaranta bambini in amarico) non fu quindi solo un gesto benevolo, ma rispondeva a una precisa strategia politica.
In Etiopia Tafari incaricò il direttore Kevork Nalbandian di comporre il primo inno nazionale, che la banda presentò all’incoronazione del principe come imperatore Hailé Selassié nel 1930. Il brano, intitolato Ityopya hoy des ybelish (Etiopia sii felice), godette di una lunga popolarità e rimase l’inno nazionale fino a poco dopo la destituzione dell’imperatore nel 1974.
Nonostante il successo, gli orfani non suonarono insieme molto a lungo. La banda si sciolse poco dopo l’incoronazione, alla scadenza del contratto iniziale. Secondo l’accordo, i bambini avrebbero dovuto ricevere un alloggio e una formazione per lavorare. Questa formazione però non cominciò mai e, al di fuori degli impegni con la banda, i bambini si ritrovavano spesso con le mani in mano.
“Avevano cominciato a fare i teppisti, andavano nei bar, erano dei vandali”, racconta Korajian. Suo nonno era uno dei quattordici orfani rimasti nel paese e fu l’unico a proseguire in campo musicale, diventando direttore della banda della polizia di Addis Abeba. Gli altri orfani finirono per lavorare come camionisti e meccanici oppure emigrarono in cerca di opportunità.
Il nonno paterno di Korajian, Abraham Korajian, consigliere di Hailé Selassié, ricevette l’incarico di integrare gli orfani nella società etiope. Un giorno Abraham andò da loro per informarli che avrebbero studiato per essere avviati in nuovi lavori. “Quando ricevettero la notizia, mio nonno Garabed accusò mio nonno Abraham di essere un traditore!”, racconta Korajian. Garabed era furioso: non voleva rinunciare allo stile di vita agiato garantito dal fare parte della banda imperiale, al punto da aggredire Abraham con un coltello. Le guardie imperiali lo chiusero in isolamento per trenta giorni. Korajian ride: “E indovina un po’, quindici o vent’anni dopo il figlio di Abraham ha sposato la figlia di Garabed”.
La banda di orfani armeni durò poco, ma la musica etiope ne uscì trasformata per sempre. Attraverso gli Arba Lijoch in Etiopia furono introdotti e diffusi gli strumenti a fiato occidentali, gettando le basi per un nuovo genere musicale, l’etio-jazz, che combinava le scale tradizionali etiopi con strumenti occidentali.
Il nipote di Kevork Nalbandian, Nerses Nalbandian, esercitò un’influenza decisiva sulla storia della musica etiope come primo direttore musicale del teatro nazionale, formando alcuni dei nomi più importanti della scena musicale del paese. L’etnomusicologo Francis Falceto riconosce al lavoro di Nerses Nalbandian, sia come insegnante sia come compositore, un ruolo chiave nell’ispirare l’età d’oro della musica etiope degli anni sessanta, nota come Swinging Addis.
A dicembre Falceto ha pubblicato il trentaduesimo disco della sua serie di album Éthiopiques, dedicato alle composizioni di Nerses Nalbandian. “Per me era l’anello mancante della serie”, dice. “Nalbandian è stato la figura centrale nello sviluppo e nell’insegnamento, oltre che un grande coordinatore. Era un lavoratore instancabile e mi sono reso conto subito, lavorando a questo album, che dovevamo rendere omaggio al suo intero lavoro”.
La banda di orfani armeni durò poco, ma la musica ne uscì trasformata per sempre. Furono introdotti e diffusi gli strumenti a fiato occidentali, gettando le basi dell’etio-jazz
Musicista di straordinario talento, Nerses Nalbandian sapeva suonare quasi ogni strumento e scriveva personalmente le parti di ciascun componente della banda di ottoni. In particolare, si dedicò a tradurre la complessità della musica etiope nella notazione musicale occidentale, contribuendo alla sua diffusione nel mondo. Il suo obiettivo non era cambiare la musica etiope, ma preservarne l’unicità e farla evolvere insieme ai suoi musicisti.
In una delle ultime interviste prima della sua morte, Alemayehu Eshete, celebre cantante e autore etiope noto durante l’età dell’oro degli anni sessanta come l’Elvis abissino, ha descritto Nerses Nalbandian come una figura paterna. “Per me, ma anche per tanti cantanti, vivi o defunti. Come un giardiniere si prende cura del suo giardino, lui ha coltivato i nostri talenti”, racconta nel documentario del 2024 Tezeta (in amarico “tezeta”si traduce approssimativamente con “nostalgia del passato” ed è anche il nome di una scala musicale etiope).
Nonostante la grande stima di cui godeva Nerses Nalbandian, il paese cominciò a guardare con sospetto l’idea che uno straniero bianco dirigesse la sua principale istituzione musicale. Verso la fine della seconda guerra mondiale gli stati africani prossimi alla decolonizzazione cominciarono a riflettere sul futuro del continente e la sua rappresentazione sulla scena mondiale.
Nel 1963 Hailé Selassié stava lavorando insieme ad altri capi di stato africani alla creazione dell’Organizzazione dell’unità africana (Oau). Nerses Nalbandian compose il brano Africa, Africa per una banda che avrebbe dovuto suonare alla sua prima assemblea, nel mese di maggio. Ma il giorno dell’inaugurazione si decise che non fosse opportuno che uno straniero bianco presentasse il nuovo inno nazionale dell’Africa. Nalbandian si nascose dietro le quinte, mentre un direttore etiope prese il suo posto alla guida della banda.
Questo episodio mise in luce una tensione centrale nell’identità etiope-armena, che lo storico e studioso del genocidio Boris Adjemian descrive nel suo libro The brass band of the king come “a metà strada tra il cittadino e lo straniero”. Nonostante il loro inserimento, gli armeni non furono mai del tutto etiopi. E non vollero mai diventarlo del tutto.
Prima del 1930 la cittadinanza era spesso concessa agli armeni più ricchi a discrezione della corona etiope. Con l’introduzione di una procedura formale di naturalizzazione, la legge stabilì che per ottenere la cittadinanza gli stranieri, tra gli altri requisiti, dovessero risiedere nel paese per almeno cinque anni e parlare correntemente l’amarico.
Questo si rivelò un problema per gli armeni. Secondo Korajian molti della sua generazione e di quelle precedenti non parlavano correntemente l’amarico né partecipavano alla vita della comunità etiope. Korajian racconta che da giovane negli anni sessanta si era confrontato spesso con la sua identità etiope-armena. Come suo nonno e molti prima di lui, nutriva una profonda lealtà verso l’Etiopia, soprattutto perché non aveva una patria. Ma i componenti della comunità armena insistevano sulla necessità di preservare la propria eredità. Korajian frequentò la scuola armena Kevoroff, fondata nel 1935 per insegnare storia, lingua e cultura armene. La comunità disponeva anche di un centro, di una chiesa e di un consiglio eletto incaricato di gestire queste istituzioni. “Quando finivamo la prima media, eravamo armeni in tutto e per tutto”, dice Korajian. “Ma dovevamo essere davvero armeni nel cuore e, allo stesso tempo, dimostrare la nostra fedeltà all’Etiopia”.
“L’educazione che abbiamo ricevuto è legata soprattutto alla nostra storia, perché noi, il popolo armeno, siamo stati conquistati, occupati e uccisi”, spiega Varoujean Tilbian, nato in Etiopia nel 1946 e oggi residente negli Stati Uniti, ad Atlanta. Ride sommessamente e si definisce un ribelle e un piantagrane all’interno della comunità. Tilbian, bambino con una naturale inclinazione per l’arte, non sopportava la rigidità della scuola armena e si opponeva alla narrazione predominante del programma scolastico, che presentava un’Armenia idealizzata. Alla fine fu espulso e cominciò a frequentare una scuola pubblica etiope. “Sedevo in classe con trenta ragazzi etiopi ed ero l’unico bianco. Gli armeni non avrebbero mai fatto una cosa del genere”, ricorda.
Questo senso di estraneità si trasformò in ostilità quando, nel 1974, una giunta militare socialista rovesciò l’imperatore. Durante il periodo passato alla storia come il “terrore rosso”, il nuovo governo autoritario, il Derg (“comitato” o “consiglio”), uccise, torturò e imprigionò chiunque fosse percepito come un nemico dello stato. Si stima che furono uccise o morirono di fame circa settecentomila persone. Il Derg nazionalizzò tutte le terre e le abitazioni del paese. Molti armeni temettero per la propria vita sotto questo nuovo governo, ostile alle minoranze etniche.
“Non si poteva camminare per strada senza essere insultati”, ricorda Korajian. Cominciò un esodo di massa. Centinaia di famiglie partirono verso l’Europa, gli Stati Uniti, il Canada e l’Australia. “Se ne andarono lasciando gli ultimi averi, l’ultimo pezzo di proprietà, gli ultimi beni che avevano in Etiopia”, racconta Korajian. Salpi Nalbandian, figlia di Nerses Nalbandian, una delle poche rimaste, in Tezeta afferma che “i furbi se ne sono andati, i coraggiosi sono rimasti”. Imprigionata per quattro anni durante il regime del Derg, descrive quel periodo come un momento cruciale della sua vita. “Ho studiato il carattere della nazione e della società, come funzionano le cose qui. Ho imparato la lingua etiope. Superate queste sofferenze, ho capito di essere una fibra del tessuto di questo paese”.
La comunità era diventata molto piccola quando nel 1980 è nato Vahe Tilbian. La sua famiglia era tra le poche rimaste ad Addis Abeba, e lui vive ancora oggi in città, dove è l’ultimo musicista armeno attivo. Vahe Tilbian appartiene all’ultima generazione cresciuta nel quartiere armeno originario. Anche lui ha frequentato la scuola Kevoroff, ma in classe erano solo quattro studenti. La sua vita è stata molto diversa da quella dei suoi antenati, anche se da ragazzo non ne era consapevole. Musica e arte erano censurate dal Derg, che approvava quasi esclusivamente opere di carattere patriottico. Furono imposti coprifuoco rigidi e fu vietata gran parte della vita notturna della città.
La scuola Kevoroff, come la maggior parte delle altre in Etiopia, fu nazionalizzata poco dopo il diploma di Vahe Tilbian e aperta al pubblico. Il Derg modificò anche i programmi scolastici, eliminando i passaggi della storia considerati scomodi o non allineati al socialismo e all’immagine di una nuova Etiopia. Questo sconvolgimento della vita culturale e intellettuale del paese contribuì a una perdita di memoria culturale, che in parte colpì anche la storia del contributo armeno all’Etiopia.
Vahe Tilbian si esibisce regolarmente come cantante ad Addis Abeba e racconta che il pubblico resta spesso sorpreso dalla sua padronanza dell’amarico. soprattutto le persone della sua generazione e i più giovani a cui racconta la sua storia. Gli anziani, dice, di solito sanno di cosa parla. “Ogni volta che dico di essere armeno, mi rispondono: ‘Sei uno di noi’”, racconta Tilbian. “O, se vogliamo tradurlo meglio, ‘Sei nostro’”.
Oggi ad Addis Abeba restano meno di cento armeni. Le famiglie si sono disperse in tutta la città quando otto anni fa sono cominciati i lavori di demolizione del centro per riqualificarlo. La chiesa armena di San Giorgio non ha più un sacerdote e la domenica si celebra solo una piccola messa. La maggior parte della comunità si riunisce in chiesa quando un vescovo arriva in aereo dall’Egitto alcune volte all’anno per celebrare una funzione più solenne. La scuola armena ha chiuso. Il Jazzamba lounge, dove si esibivano molti allievi di Nerses Nalbandian, è stato distrutto da un incendio nel 2015 e non ha mai riaperto.
Quando Adjemian è venuto ad Addis Abeba per scrivere il suo libro, nei primi anni duemila, molti degli anziani armeni erano già morti e con loro erano scomparse le storie orali di questa comunità unica. “Se fossi arrivato cinque o dieci anni dopo, non avrei trovato quasi niente. Sono arrivato tardi, ma almeno c’era ancora qualcosa da salvare”, dice.
Ha trovato altre tracce di questa storia negli angoli di tutto il centro cittadino. Passeggiando nell’antico quartiere armeno ha notato un vecchio gioco di parole armeno inciso su un’insegna, una targa commemorativa di marmo scritta in armeno e un vecchio ristorante armeno gestito da etiopi.
Etiopi-armeni della diaspora come Korajian e Varoujean Tilbian hanno scritto libri per documentare e preservare le storie delle loro famiglie. “I miei connazionali armeni provenienti dall’Etiopia sono entusiasti, perché tutti avevano storie simili sui propri nonni, ma non ne avevano mai parlato. La storia non era mai emersa. Era andata perduta”, racconta Varoujean Tilbian a proposito del suo libro.
La piccola comunità rimasta in Etiopia, quindi, non si lascia scoraggiare dai numeri. Al contrario, chi ne fa parte cerca nuovi modi per conservare la sua cultura e raccontare la sua storia a chiunque voglia ascoltarla.
Di recente è stata aperta l’ambasciata armena in Etiopia, offrendo nuove risorse per organizzare eventi e connettersi con altre comunità della diaspora armena nel mondo. L’ambasciata ha ospitato di recente un concerto con l’orchestra jazz di stato armena e un’esibizione di un pianista ungherese insieme a una cantante armena.
Vahe Tilbian si considera un ambasciatore culturale tra i due paesi. Canta brani armeni ogni volta che si esibisce in Etiopia, e viceversa. Nel 2015 ha rappresentato l’Armenia all’Eurovision come artista africano del suo gruppo intercontinentale. Alla domanda su come concepisca la propria identità, risponde: “Sono armeno al cento per cento ed etiope al cento per cento”.
Il regista Aramazt Kalayjian, autore di Tezeta, ha passato dodici anni ad Addis Abeba documentando per il film la storia dell’etio-jazz. “Ogni volta che menzionavo i quaranta orfani, anche solo accennando, o che dicevo di essere armeno, qualcuno reagiva dicendo: ‘Oh, conosco l’inno nazionale’, oppure ‘Oh, gli orfani’, oppure ‘Oh, il mio bisnonno era uno di loro’”, racconta. La memoria dei quaranta orfani armeni adottati per formare una banda nazionale etiope è sopravvissuta a lungo allo scioglimento del gruppo. Oggi la loro presenza continua a farsi sentire in frammenti sparsi per la città, nei ricordi della diaspora e nel tessuto della musica che ancora risuona in tutto il mondo. ◆ svb
Irina Costache è una giornalista. Vive a New York, negli Stati Uniti. Si occupa di cultura, identità e letteratura. Questo articolo è uscito su New Lines, sito statunitense specializzato in Medio Oriente, con il titolo “Haile Selassie’s band of armenian orphans”.
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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati