Nel suo negozio vicino alla più grande acciaieria d’Europa, Giuseppe Musciacchio passa il dito su uno scaffale coperto di polvere grigia. Fuori, un’alta ciminiera sovrasta un paesaggio fatto di fornaci e accumuli di minerali pericolosi. Folate di fumo coprono il cielo come nuvole di pioggia. Nelle giornate di vento il sindaco chiude le scuole per paura che le polveri tossiche attraversino la città. “Pulisco continuamente”, dice Musciacchio, mostrandomi come la polvere metallica si attacca a una calamita. Sulle pareti ci sono le fotografie di sua madre e di altri parenti, morti come lei di cancro. “Sono morti perché vivevano qui. Perché respiravano quest’aria”, dice.
Città fantasma
Eppure mentre il governo italiano e il gruppo straniero che gestisce la fabbrica, il colosso dell’acciaio ArcelorMittal, sono impegnati in una battaglia legale sul futuro dell’impianto, Musciacchio spera che la fabbrica non chiuda. “Sarebbe un disastro per l’economia”, dice. La chiusura dell’acciaieria avrebbe conseguenze sulla stabilità del governo e sull’intera economia italiana. Per questo la battaglia per la sua sopravvivenza è diventata l’emblema dei mali dell’Italia: un’industria in declino, leggi confuse e una politica instabile.
L’acciaieria non è l’unico simbolo della cattiva gestione politica e di un’economia immobile. Ci sono anche l’eterno problema dell’Alitalia, i progetti infrastrutturali bloccati e le banche che hanno bisogno di essere salvate. Ma, secondo un recente studio, la chiusura dell’acciaieria – ancora nota con il precedente nome di Ilva – avrebbe un valore pari all’1,4 per cento dell’intera produzione economica italiana. Con i suoi 15 chilometri quadrati, è il più grande impianto del sud del paese.
Se chiudesse, più di 10.550 persone perderebbero il lavoro in una regione che ha già un elevato tasso di disoccupazione, specialmente tra i giovani. Gli imprenditori temono che gli investitori stranieri non verrebbero più in Italia. E il paese potrebbe ritrovarsi sulle spalle una città fantasma in cui i rifiuti tossici penetrano nel terreno e inquinano il mare. A questo punto l’impianto sembra troppo grande per lasciarlo fallire e troppo in perdita per continuare a funzionare. La sua storia riflette i problemi dell’economia italiana, che negli ultimi dieci anni, secondo l’economista Carlo Cottarelli, ha avuto il tasso di crescita più basso dall’unità d’Italia, a metà dell’ottocento.
L’acciaieria è nata come azienda statale e negli anni sessanta le sue fornaci attirarono operai da tutta la regione. Diventò una fonte sicura di voti per i politici del sud. Durante il boom economico degli anni settanta e ottanta, molti italiani avevano un lavoro collegato all’impianto di Taranto, la città che il sindaco Rinaldo Melucci definisce “la Milano del sud”.
Nel 1995 la fabbrica fu comprata dalla famiglia di produttori di acciaio Riva. Le organizzazioni ambientaliste e i magistrati italiani, però, cominciarono a denunciare i danni ambientali e alla salute provocati dalle sostanze tossiche portate dal vento nei quartieri vicini, uno dei motivi che spingono ancora oggi il sindaco a chiudere le scuole nei giorni particolarmente ventosi. “Ci chiedono di restare a casa e di chiudere le finestre”, dice Aldo Masella, 13 anni. “Ma i miei genitori vogliono che vada a scuola, e quindi ci vado lo stesso”.
Questi problemi hanno costretto lo stato a intervenire con miliardi di euro di investimenti, perciò nel 2014 il governo ha rilevato l’Ilva e ha introdotto uno scudo penale per proteggersi da eventuali interventi della magistratura mentre cercava di bonificare l’impianto. Alla fine ha però deciso di cercare un compratore privato che potesse modernizzare la fabbrica, e ha trovato l’ArcelorMittal. A novembre del 2018, la multinazionale ha accettato di noleggiare l’impianto per 45 milioni di euro a trimestre. Questo doveva portare a un eventuale acquisto finale per 1,8 miliardi dopo un certo numero di anni. L’ArcelorMittal ha dichiarato che avrebbe investito 2,4 miliardi di euro per la modernizzazione dell’acciaieria e il risanamento ambientale, e ha concordato di mantenere 10.700 posti di lavoro per cinque anni, o di pagare una buona parte di quegli stipendi e una grossa multa per ogni operaio licenziato. A detta dell’azienda, alla base dell’accordo c’era la disponibilità del governo a concederle l’immunità per quanto riguardava i problemi ambientali.
Lo scudo penale “costituiva una parte importante dell’accordo”, ha dichiarato Paul Weigh, portavoce dell’ArcelorMittal, “era un prerequisito essenziale”, senza il quale la l’azienda “non avrebbe mai partecipato alla gara d’appalto e non avrebbe firmato l’accordo”. Le cose, però, non sono andate per il verso giusto. Il mercato globale dell’acciaio è crollato e le autorità locali hanno messo sotto sequestro un molo fondamentale per l’importazione della materia prima. Il sequestro è stato deciso dopo che in una giornata di vento forte un operaio è morto schiacciato per la caduta di una gru, e la fabbrica ha prodotto solo 4,5 milioni di tonnellate di acciaio, molte meno di quelle necessarie per trarne un profitto.
Poi, ad aprile 2019, il governo guidato dal Movimento 5 stelle, che ha sempre avuto in progetto di chiudere la fabbrica, ha annunciato che avrebbe tolto lo scudo penale, una mossa che secondo l’ArcelorMittal costituiva una violazione del contratto e l’avrebbe costretta a rinunciare alla fabbrica. Sembrava che durante l’estate il momento di impasse fosse stato superato, quando il governo è caduto e la nuova coalizione tra il Movimento 5 stelle e il Partito democratico di centrosinistra ha approvato un decreto per ripristinare l’immunità. Ma alcuni parlamentari dei cinquestelle più intransigenti sono riusciti a convincere il governo a votare a favore di un emendamento che elimina lo scudo penale.
La protezione è terminata il 3 novembre, e l’azienda ha avvertito che il giorno dopo si sarebbe ritirata. Il governo le ha fatto causa per costringerla a rimanere e ha cominciato a discutere un nuovo accordo, ma con molto meno potere contrattuale. A Roma questa situazione ha provocato un’altra crisi, sollevando dubbi sulla capacità del governo di garantire la stabilità richiesta dagli investitori stranieri. “È tutta una follia”, dice Carlo Calenda, che in veste di ministro dello sviluppo economico aveva gestito l’accordo del 2017. “Per spiegare la crisi italiana basta vedere quello che sta succedendo all’Ilva”.
Scegliere tra salute e lavoro
Alla fine di dicembre, le due parti hanno concordato i termini per un’altra contrattazione, compresi ulteriori investimenti da parte dello stato e una rivalutazione dei livelli d’impiego e di produzione. Ma il destino dell’acciaieria rimane nel limbo, e nonostante la visita a Taranto del presidente del consiglio Giuseppe Conte alla vigilia di Natale, non c’è molto ottimismo. Nella sede dalla confindustria di Taranto, con le pareti rivestite di legno, il presidente Antonio Marinaro dice che la tendenza del governo a protestare contro le aziende, invece di agire in modo costruttivo, ha creato “un clima d’incertezza e instabilità”.
Nei quartieri intorno alla fabbrica gli abitanti dicono di essere costretti a scegliere tra la salute e il lavoro. “Sono tutti spaventati”, dice il sindacalista Emanuele Palmisano, che lavora nella fabbrica da ventun anni. Un autobus del servizio pubblico porta gli operai dei paesi vicini al cancello principale dell’impianto. Molti cittadini di Taranto ce l’hanno con loro perché dicono hanno il vantaggio di un buon lavoro senza che le loro famiglie paghino il prezzo dell’inquinamento. La polvere dell’acciaieria ha macchiato di rosso i marciapiedi, i guardrail e il cartello stradale che indica il cimitero, con la parola Ilva scarabocchiata sotto.
Calenda, che quando il Partito democratico si è alleato con i cinquestelle ha deciso di uscire, sostiene che la sopravvivenza dell’azienda è fondamentale per permettere al paese di attirare investimenti stranieri. La produzione dell’acciaio ha dato all’Italia l’indipendenza strategica dai concorrenti stranieri ed è alla base di un’industria, quella meccanica, più importante di quella della moda, dell’alimentazione e dell’arredamento. Secondo Calenda, il modo in cui il governo sta gestendo la situazione è una ferita autoinflitta indicativa dell’incompetenza dei cinquestelle e della loro avversione per il libero mercato, che potrebbe costare allo stato centinaia di milioni di euro.
Pur avendo firmato l’accordo iniziale con la ArcelorMittal, i leader del Movimento 5 stelle oggi sostengono che l’azienda non ha mai avuto l’intenzione di far funzionare l’acciaieria.“Dovremmo essere molto cauti con questa multinazionale, perché ha una reputazione terribile”, afferma Barbara Lezzi, ex ministra per il sud, senatrice dei cinquestelle che guida l’opposizione allo scudo penale. Secondo lei, lo scudo non faceva parte dell’accordo iniziale e l’ArcelorMittal lo sta usando come alibi per andarsene. “Se ne sarebbe andata comunque”, dice, sostenendo che il suo obiettivo è sempre stato prendersi i clienti dell’Ilva ed eliminare ogni futura concorrenza distruggendo l’acciaieria. A suo avviso, lo stato dovrebbe temporaneamente nazionalizzare l’azienda, modernizzarla e “rivenderla come un gioiello della tecnologia”. Ma l’Unione europea ha regole ferree contro gli aiuti statali alle imprese.
Weigh sostiene che l’azienda ha lavorato “in buona fede” per modernizzare l’impianto e ha “rispettato tutti gli impegni sugli investimenti ambientali contenuti nel piano approvato dal governo italiano”.
Alcuni cittadini dicono di essere stanchi delle promesse del Movimento 5 stelle. “Ci hanno presi in giro”, sostiene Ignazio D’Andria, 58 anni, che serve la birra agli operai della fabbrica in un bar vicino, e ricorda che da bambino si svegliava con granelli di polvere sul viso e sul cuscino.
Casi di tumore in aumento
Con l’aiuto di un personaggio televisivo, D’Andria ha raccolto più di cinquecentomila euro per il reparto di oncologia pediatrica di un ospedale della città. All’ospedale, il medico Valerio Cecinati, uno specialista di oncologia pediatrica che si è trasferito di recente a Taranto, ci mostra le stanze del suo reparto per l’anestesia e la chemioterapia, fornite di puzzle con i personaggi della Disney, libri sui dinosauri e una nuova carta da parati con i delfini e le tartarughe. Cecinati visita un bambino colpito da una grave malattia causata probabilmente dall’esposizione alla diossina della fabbrica e ad altre sostanze tossiche, e dice che alcuni studi hanno dimostrato che a Taranto negli ultimi anni c’è stato un leggero aumento dei casi di tumori infantili. A giudicare dalla debolezza e dalla febbre alta dei bambini che visita, pensa che i casi aumenteranno. “Più di quanto mi aspetti”. Un altro gruppo di pediatri gira tra le farmacie per avvertire gli abitanti di non mangiare alimenti coltivati o allevati in zona, dell’alto livello di diossina contenuta nel latte materno delle donne e di alcuni studi che indicano un calo del quoziente d’intelligenza dei bambini del quartiere.
Il sindaco Melucci sostiene che nonostante le conseguenze negative per la salute dovute alla presenza dell’impianto “qui non siamo a Chernobyl”. Melucci sta cercando di favorire la nascita di altre industrie in città, ma capisce che l’acciaieria è importante. “Se sistemeranno l’Ilva, l’Italia si riprenderà”, dice. “Se la chiudono, sarà l’inizio di un grave declino per il paese”. ◆ bt
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Questo articolo è uscito sul numero 1340 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati