Per Romeo Franz non dovrebbe esserci alcun dubbio: musicista e scrittore, dal 2018 deputato dei Verdi al parlamento europeo, Franz è nato e cresciuto in Germania. Eppure a marzo, in occasione della presentazione della biografia della sua famiglia alla fiera del libro di Lipsia, ha pronunciato delle parole da cui si capisce che niente è scontato.

“Questa è casa mia e non permetto a nessuno di togliermela”, ha detto al pubblico. Il suo albero genealogico risale all’indietro per secoli e i suoi antenati sono sepolti in Germania. Franz ribadisce questo punto come se dovesse giustificare la sua presenza, come se fosse fresco di immigrazione. E invece non è così: Romeo Franz è tedesco ed è anche il primo sinti a sedere nel parlamento europeo.

L’80 per cento dei rom vive al di sotto della soglia di povertà del proprio paese

In Germania e in Europa non c’è nessun altro gruppo che subisca tante discriminazioni quanto rom e sinti: tutti conoscono gli stereotipi più diffusi su queste minoranze, mentre non si sa niente di come vivano realmente. Eppure, rom e sinti fanno parte delle quattro “minoranze nazionali” riconosciute in Germania dal 1995, oltre a essere presenti in tutti i paesi dell’Unione europea (Ue).

Un partito europeo dei rom contribuirebbe a dargli più voce? Poche ore prima di presentare il suo libro, seduto nell’atrio di un albergo nel centro di Lipsia, Romeo Franz spiega: “Sinti, rom e altri gruppi di lingua romaní formano una minoranza molto eterogenea, anche dal punto di vista politico”. Ci sono i kalé di Spagna e Portogallo, i romanichal nel Regno Unito, manouches e sinti in Francia, i resande in Svezia e poi i vari gruppi rom dell’Europa orientale: lovara, kalderash, boyash e molti altri. Ciascun gruppo ha le sue idee e le sue tradizioni, e i dialetti della lingua romaní sono circa duecento.

Secondo Franz “un partito europeo dei rom non funzionerebbe”. Come succede anche con gli ebrei, spesso si pensa che si debbano esprimere con una sola voce. I tentativi di associazioni e organizzazioni ci sono stati. L’8 aprile 1971 si è tenuto vicino a Londra il primo Congresso mondiale dei rom: in quell’occasione i rappresentanti dei rom di tutta Europa sono riusciti a trovare un accordo sulla bandiera, sull’uso della denominazione comune di “rom” e sulla necessità di lottare insieme per i propri diritti. Dal 1990, l’8 aprile è la Giornata internazionale dei rom.

Candidatura simbolica

In Germania a battersi per i diritti di queste minoranze è, dal 1982, soprattutto il Consiglio centrale dei sinti e rom tedeschi, con il suo storico presidente Romani Rose. Nel 1980, con uno sciopero della fame cominciato presso il memoriale allestito all’interno dell’ex campo di concentramento di Dachau, Rose e altri undici sinti sono riusciti ad avviare un dibattito sul genocidio nazista di sinti e rom europei, che nel 1982 è stato finalmente riconosciuto.

A livello europeo, nel 2004 è nato lo European roma and travellers forum, già dall’anno successivo affiliato al Consiglio d’Europa in rappresentanza permanente della popolazione rom. Per molti anni a presiederlo è stato Rudko Kawczynski, di Amburgo. Nel 1989 si era candidato al parlamento europeo come capolista dei Verdi, ma si trattava di una candidatura simbolica. Kawczynski, infatti, non era eleggibile: anche se era nato in Polonia ed è vissuto quasi sempre in Germania, era un cosiddetto “apolide con passaporto per stranieri” mentre per potersi presentare alle elezioni avrebbe dovuto avere la cittadinanza. Candidando Kawczynski, i Verdi volevano lanciare un segnale contro la discriminazione.

L’eurodeputato Franz viene da una famiglia di musicisti e dal 1991 va in tournée con il suo gruppo. Ha composto lui la melodia che sentono visitatrici e visitatori del memoriale berlinese delle vittime sinti e rom del nazionalsocialismo. Alla presentazione del suo libro, Franz rievoca la telefonata con cui Romani Rose gli ha affidato l’incarico per quella melodia. Oggi Franz e Rose non sono più in buoni rapporti. Due anni fa, infatti, è nata l’Associazione federale di sinti e rom di cui Franz è segretario generale: l’associazione vuole coinvolgere donne e giovani “su un piano di parità”. A Rose la concorrenza non è andata giù: gli sembra che rappresenti un pericolo per quello che ha costruito. Le tensioni tra Rose e Franz danno la misura di quanto sia difficile costruire un’unità politica dei rom.

Nonostante tutto, però, “Romani Rose ha grandi meriti”, dice Franz. “Io lavoro su un terreno preparato da lui e senza di lui non sarei mai diventato deputato”. Nel 1983, racconta, è andato con lui alla sua prima manifestazione. Alcune fotografie in bianco e nero ritraggono Rose con un grande cartello sul petto davanti alla sede di Wiesbaden dell’Ufficio federale di polizia criminale. Era una protesta contro la schedatura della minoranza da parte delle forze dell’ordine. La “Zigeunerpolizeistelle” di Monaco, l’ufficio zingari della polizia nazionalsocialista, nel 1951 era semplicemente stato ribattezzato “Landfahrerzentrale”, ufficio nomadi; inoltre, secondo Rose, nel corso degli anni cinquanta la maggior parte degli stati federati approvando le “ordinanze sui nomadi” ha di fatto sottoposto sinti e rom a un regime giuridico speciale.

E oggi? I problemi non sono stati risolti, né quello della schedatura né quelli connessi al termine discriminatorio “nomadi”. Diversi campeggi ancora riportano nei loro regolamenti la frase “I nomadi non sono graditi”. Sono “persone che vengono per mettere su attività commerciali”, spiegano i proprietari, secondo cui il termine “non vuole essere discriminatorio” e “per decenni è stato mantenuto nei regolamenti senza che ci si interrogasse in merito”. Recentemente alcuni campeggi hanno modificato i regolamenti.

A livello europeo la situazione non è migliore: secondo un sondaggio del 2022, l’80 per cento dei rom vive al di sotto della soglia di povertà del proprio paese, mentre il 63 per cento non lavora, non studia e non è inserito in un percorso di formazione, a fronte di una media europea del 12 per cento.

Romeo Franz (Philippe Buissin, European Parliament)

Un quadro accurato dei diritti umani dei rom in Europa lo fornisce lo European roma rights center (Errc), attivo dalla metà degli anni novanta per tutelarli anche dal punto di vista giuridico. “Attualmente ci stiamo occupando di circa 160 casi in 16 paesi”, racconta il portavoce di Errc, Jonathan Lee. La metà riguarda casi di violenza da parte delle forze dell’ordine. “Poi ci sono i fornitori di servizi idrici che rifiutano di allacciare alla rete pubblica le abitazioni dei rom e i fornitori di energia elettrica che in caso di mancato pagamento di una bolletta passano alle sanzioni collettive contro interi quartieri rom”.

Secondo Franz si tratta di una “forma di apartheid: in paesi come Bulgaria o Romania il trattamento riservato alle minoranze talvolta non è degno di un essere umano”. Servirebbe una direttiva europea che imponga agli stati membri di garantire a tutte le minoranze pari diritti e pari opportunità nel prendere parte alla vita democratica, osserva Franz, pena la perdita dei fondi europei. In veste di eurodeputato, si è speso molto in questa direzione, senza però riuscire a raccogliere la maggioranza necessaria.

Eppure secondo la Commissione europea i problemi dei rom sono tra “le questioni più urgenti che l’Europa deve affrontare in materia di diritti umani”. Nel 2020 ha presentato un “nuovo quadro strategico europeo di integrazione dei rom con un approccio globale”. Precedentemente, il Decennio per l’inclusione dei rom (2005-2015), a cui avevano aderito dodici stati, avrebbe dovuto portare miglioramenti nell’ambito di istruzione, occupazione, casa e salute. L’opinione di Franz in merito a tutto questo è piuttosto netta: “L’idea, di per sé positiva, di favorire le pari opportunità dei rom in Europa è andata incontro a un fallimento perché non si è stati capaci di coinvolgerli”.

Il ritardo è evidente anche sul piano della rappresentanza: il primo eurodeputato rom è stato Juan de Dios Ramírez Heredia, in parlamento con i socialisti spagnoli dal 1986 al 1999. Nel 2004 è toccato alle ungheresi Lívia Járóka e Viktória Mohácsi, nel 2014 alla svedese Soraya Post e al romeno Damian Drăghici e infine, nel 2018, al tedesco Romeo Franz.

Gli eurodeputati rom non hanno tutti le stesse opinioni politiche, anzi: Járóka, paradossalmente è un’esponente di Fidesz, il partito di Viktor Orbán. Mohácsi, invece, fa parte dell’Alleanza dei liberi democratici, Post di Iniziativa femminista e Drăghici del Partito socialdemocratico romeno. Franz ha soprannominato Járóka “soldata di Orbán” e sostiene che Fidesz le riservi lo stesso trattamento che l’estrema destra romena riserva ai suoi esponenti rom, e li usa per assicurarsi i voti della loro comunità.

Secondo Lee non è l’unico problema che riguarda il voto dei rom. È successo che siano pagati o che subiscano intimidazioni affinché diano il voto a questo o quel partito. Inoltre l’affluenza dei rom alle urne è molto bassa in tutta Europa. “Se ti devi preoccupare soprattutto di sopravvivere, votare magari per un partito che discrimina i rom non sarà certo in cima alla lista delle tue priorità”, commenta Lee. “Il fatto è che i rom sono semplicemente privi di una rappresentanza democratica in Europa”.

Per risolvere i loro problemi bisognerebbe innanzitutto prendere coscienza del fatto che il razzismo ne è la prima causa. E poi? “Bisogna riformare le forze dell’ordine, costruire case popolari e una rete di assistenza sociale, rivedere completamente il sistema dell’istruzione e porre fine alla segregazione”, continua Lee. In questo modo forse non si estirperà il razzismo, “ma finirebbero di esistere le condizioni in cui prospera”.

In vista delle elezioni europee di giugno, sia Lee sia Franz sono preoccupati soprattutto di una cosa: temono che la vittoria dell’estrema destra possa peggiorare ulteriormente la situazione. Perciò, per Franz la lotta alla discriminazione in seno alle società europee resta “la cosa più importante”. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1558 di Internazionale, a pagina 24. Compra questo numero | Abbonati