Se c’è una cosa che non si può rimproverare alla sceneggiatura di _Black earth rising _è la povertà di elementi drammatici. Veleni, tradimenti, sesso, potere, massacri: tutto si mescola e si combina a ritmi sfrenati. La serie di otto episodi scritta e diretta da Hugo Blick e trasmessa da Netflix sta riscuotendo un notevole successo, probabilmente grazie a questo cocktail di elementi nonostante l’argomento difficile.

Venticinque anni dopo il genocidio in Ruanda, la serie racconta il riaffiorare di molte sofferenze originate proprio dal tentativo di sterminio dei tutsi, nel 1994, e affronta apertamente le responsabilità dei crimini compiuti nella regione dei Grandi laghi. In _Black earth rising _i temi trattati sono tanti, anche troppi: il contrabbando di minerali nella vicina Repubblica Democratica del Congo (Rdc), le violenze nascoste commesse dall’attuale potere ruandese, i fallimenti della giustizia internazionale, il tutto in un mondo dominato da interessi sordidi. Il tono è quello dell’iperbole, ai limiti del grottesco, come se il regista temesse le sfumature.

Troppi argomenti

Paradossalmente la critica che può essere fatta alla sceneggiatura non è tanto di ignorare certi aspetti della storia, quanto l’eccesso di argomenti trattati. A voler denunciare tante cose si finisce per banalizzare il più grande genocidio di fine novecento.

La storia di _Black earth rising _è prima di tutto quella di Kate Ashby, un’orfana del genocidio in cerca di giustizia. È sopravvissuta ai massacri per miracolo e poi è stata adottata da un’avvocata britannica che persegue i responsabili dei crimini compiuti nella regione, prima per il Tribunale penale internazionale per il Ruanda e poi per la Corte penale internazionale. Ma, colpo di scena, Kate non è quella che crede di essere. La piccola sopravvissuta non ha sfiorato la morte in Ruanda, ma nella Rdc.

Questo piccolo spostamento geografico rappresenta un salto enorme a livello di significato, oltre a essere un espediente drammatico dubbio. Infatti è nello Zaire (come si chiamava ufficialmente la Rdc fino al 1997) che si erano rifugiati gli hutu scappati dal Ruanda dopo la vittoria del Fronte patriottico ruandese (Fpr), formato dai ribelli tutsi provenienti dall’Uganda che avevano messo fine al genocidio nel luglio del 1994, e che da allora governano il loro paese con il pugno di ferro. Nel 1996 le forze dell’Fpr entrarono nella Rdc e uccisero gli hutu ammassati nei campi profughi vicino alla frontiera, senza fare troppe distinzioni tra combattenti e innocenti. Oggi alcune correnti negazioniste sfruttano questi eventi per accreditare l’idea di un’uguale colpevolezza dei due schieramenti. Ma è un’idea sbagliata.

In Ruanda la politica di sterminio fu pianificata da uno stato governato dagli hutu e messa in atto dai militari, dalle forze di sicurezza e dai miliziani reclutati tra la popolazione. Gli autori del genocidio cercarono di eliminare i tutsi, di ucciderli fino all’ultimo. E ci è mancato poco che ci riuscissero.

Kibuye, Ruanda, 1996 (Reza, Getty Images)

Nella Rdc, invece, i crimini compiuti dagli ex ribelli tutsi non furono della stessa natura. Ai profughi insediati nei campi alla frontiera tra i due paesi fu offerta almeno la possibilità di separarsi dai combattenti che volevano “finire il lavoro cominciato”, cioè tornare in Ruanda per finire di massacrare i tutsi. Centinaia di migliaia di persone accettarono l’offerta e rientrarono in Ruanda. Questo tuttavia non giustifica i crimini dell’Fpr, compiuti con il sostegno dei ribelli congolesi dell’epoca, né la destabilizzazione dell’Rdc nel corso di una seconda guerra congolese, il cui unico obiettivo fu di saccheggiare le risorse naturali del paese.

In questa parte dell’Africa si è svolta una delle più grandi tragedie del novecento, un dramma la cui portata è universale e la cui complessità politica è strettamente legata al presente. “Venticinque anni dopo si tratta di tutta un’altra storia”, commentano in maniera un po’ solenne in una trasmissione televisiva che si vede nel primo episodio. Oggi è possibile per una serie tv parlare di argomenti così gravi e complessi? Abbiamo i nostri dubbi.

Per quanto riguarda i fatti, _Black earth rising _non fa errori gravissimi. Ci sono però delle ambiguità. Quando la trama affronta la questione dei crimini dell’esercito ruandese (formato da tutsi) nella Rdc, un personaggio usa un’espressione ingannevole, affermando che ci sarebbero stati “sei milioni di morti”. Questo dato è falso. E comunque non sarebbe responsabilità del solo esercito ruandese. Diversi rapporti hanno denunciato questi crimini, ma stimando un numero di vittime non così alto. In ogni caso queste cifre non hanno nulla a che vedere con il carattere unico del tentativo di sterminio dei tutsi. E questi “sei milioni di morti” sono uno degli argomenti usati dai negazionisti.

La chiarezza è fondamentale

Comunque la serie non fa sua questa tesi. Al contrario un altro personaggio dice che “non si possono fare confronti”, il genocidio è unico nella sua efferatezza. Il problema è che queste voci divergenti complicano la comprensione degli eventi, mentre la chiarezza storica sarebbe fondamentale. Ma forse la fiction non può proprio fare chiarezza.

Tanto più che questo non è l’unico punto problematico in Black earth rising, il cui tono generale, vicino al melodramma, è spesso caricaturale. Sicari misteriosi, oscure macchinazioni, efferatezze spettacolari e semplicistiche analisi sulle potenze che dominano il mondo: quella che viene offerta è la classica visione occidentale dell’Africa. Un personaggio afferma con aria grave: “Adesso il gioco si fa serio”, per dire che se fino a quel momento era stata la Francia a dettare legge, ora sono gli Stati Uniti a recitare il ruolo di padrino onnipotente, come se il Ruanda fosse solo un oggetto.

Quando nel 1994 uscì Schindler’s list di Steven Spielberg (solo poche settimane prima dell’inizio del genocidio), Claude Lanzmann, il regista del documentario Shoah, s’interrogò in un articolo uscito su Le Monde sui danni che poteva produrre la “volgarizzazione” di un argomento del genere. Anche in questo caso possiamo ricorrere allo stesso termine: via via che vediamo _Black earth rising _assistiamo a una volgarizzazione degli eventi.

Il genocidio ruandese è già stato il tema di fondo di almeno otto film. Alcuni sono così superficiali da rappresentare un nuovo affronto per le vittime, mentre altri sono (come per esempio _Hotel Rwanda _di Terry George) semplicemente insulsi.

Solo alcuni registi come Raoul Peck in Sometimes in april (Hbo) o il primo film sull’argomento, 100 days _di Eric Kabera, regista ruandese che sapeva bene di cosa parlava, hanno affrontato l’argomento evitando i luoghi comuni. “Il mondo occidentale si alimenta dello stereotipo degli africani che si massacrano tra loro. Non avevo voglia di farlo anch’io”, ha detto lo stesso Peck in un’intervista a Télérama per spiegare perché aveva rifiutato di realizzare _Hotel Rwanda. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1297 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati