Mio marito ha sempre detto che voleva sposarsi in una foresta, con un mae­stoso albero di bao­bab africano a fare da altare. Poteva esserci un posto più bello, si chiedeva, o un’autorità più alta di quella rappresentata dalla crescita plurisecolare di questa pianta?

I baobab sembrano fatti apposta per le benedizioni e per suscitare meraviglia, con i loro tronchi panciuti e i rami corti e sottili che sfiorano il cielo in gesto di supplica. In un clima arido come quello del Senegal, i rami restano spogli per buona parte dell’anno ma, quando comincia a piovere, si coprono di foglie scure e frutti oblunghi dalla buccia vellutata. Quella pelle di velluto può ingannare: al tatto si sentono delle spine fini come capelli e pungenti come schegge di vetro. Quando mi trovo ai piedi di un baobab provo sempre una grande curiosità: mi chiedo a quanti eventi ha assistito, quanti cambiamenti ha affrontato, quante generazioni di viandanti sono passate a toccare il suo tronco o a incidervi un messaggio.

In Senegal, a differenza degli Stati Uniti, non ci si può sposare ovunque. La nostra opzione migliore era farlo in municipio, dove il vicesindaco celebra un paio di cerimonie al giorno in una sala decorata con scritte vistose e fiori finti. Viviamo nella capitale Dakar, una metropoli affollata su una penisola che sporge come un gomito nell’oceano Atlantico. La sua punta è l’estremo ovest del continente africano. Alla metà del quattrocento, i marinai portoghesi si spinsero con le loro caravelle lungo questa costa perché volevano eliminare ogni intermediario nel commercio di spezie, oro, avorio e schiavi. Dopo un lungo tratto di deserto assolato, videro la penisola, un paesaggio così denso di palme da ispirargli il nome di Cabo Verde, capo verde.

Oggi da lontano le navi non darebbero mai quel nome alla penisola su cui sorge Dakar. Gli alberi sono più rari che mai. La città è assediata da polvere e fumi, coperta di cemento. Solo al culmine della stagione delle piogge si può scorgere un frammento della vista che si presentò ai marinai portoghesi. In quel periodo la penisola torna a guadagnarsi il suo nome: un manto verde riveste le scogliere; nei vicoli i semi di miglio germinano e producono steli imponenti; le mucche tornano a occupare gli spartitraffico delle superstrade, attirate dall’erba abbondante. L’aspetto lussureggiante dura solo un paio di mesi, finché dal deserto non arriva un vento asciutto che fa seccare l’erba e la spazza via.

Per un amante degli alberi come mio marito è difficile vivere in città. Lo fa per me, ma a malincuore e solo per alcuni periodi. Detesta i pennacchi variopinti di fumo che si alzano dalle auto in fila, le folle che si accalcano in strada e il lavoro incessante nei cantieri che soffoca i marciapiedi e le strade con cumuli di sabbia e ghiaia. Spesso, dopo una giornata nel delirio urbano, mio marito torna a casa con storie e foto di alberi sacrificati per costruire nuove strade e di aree verdi recintate per lasciare spazio a grattacieli di lusso. Se parto per più di qualche giorno, prende il cane e se ne va in posti più tranquilli.

Nel nostro appartamento trova una minima tregua da quelle aggressioni. Da qui intravede una fila di alberi lungo la strada e può dimenticare per un momento l’ostilità dell’ambiente urbano. È in grado d’individuare tutti gli alberi che si vedono dal balcone: un paio di neem; alcuni nebedaye (Moringa oleifera) con i loro lunghi baccelli cilindrici; uno o due ficus; un albero di fuoco dai fiori chiari; una cordia dalle foglie argentate; alcuni alberi da frutto (mango, papaya e sapodilla); una casuarina; una palma da cocco sull’altro lato della strada; un frangipane dai fiori rosa che addolciscono l’aria; e, appena oltre la recinzione, un generoso baobab.

I botanici dicono che il baobab è una delle piante grasse più grandi del mondo. Quando ho condiviso quest’informazione con mio marito, non è rimasto sorpreso. Ha osservato che quell’albero è fatto in gran parte di acqua, proprio come gli esseri umani.

Il baobab africano appartiene a una famiglia relativamente piccola di alberi dalla forma buffa: sei specie sono originarie del Madagascar, una dell’Australia e un’altra è presente in tutta l’Africa continentale. Sono del genere Adansonia, dal nome del botanico francese che lo descrisse a metà del settecento.

Il pane delle scimmie

A quei tempi Michel Adanson era impegnato in una battuta di caccia nel nord del Senegal, vicino alla principale stazione commerciale francese. Proprio mentre si stava concentrando per sparare a un gruppo di gazzelle, vide qualcosa di prodigioso: un albero dalla circonferenza sbalorditiva. Non avendo con sé strumenti, provò a misurare il tronco con le braccia. “Ci ho girato intorno tredici volte, allargando il più possibile le braccia”, scrisse Adanson nell’influente volume Histoire naturelle du Sénégal. “Per maggiore precisione, ho misurato la circonferenza con una corda e ho scoperto che era di venti metri. Il diametro era quindi di quasi sette metri. Non credo di aver mai visto nulla di simile in nessun’altra parte del mondo”.

Adanson chiese informazioni alle sue guide locali, che gli dissero il nome nella lingua wolof: goui. Aggiunsero che a volte lo chiamavano anche l’albero del pane delle scimmie, perché quegli animali erano particolarmente ghiotti del suo frutto dolce e aspro: sbattevano i baccelli per terra per romperli e poter estrarre la polpa biancastra e farinosa che si trova all’interno.

Il botanico francese passò in rassegna degli studi e scoprì che il frutto di quell’albero era stato descritto da alcuni naturalisti europei almeno duecento anni prima. Lo studioso italiano Giulio Cesare Scaligero aveva ricevuto un frutto di baobab proveniente da un insediamento portoghese in Africa orientale e ne aveva parlato in un libro pubblicato nel 1557.

Pochi decenni dopo, il medico veneto Prospero Alpini vide il frutto del baobab in un mercato del Cairo, in Egitto. Lo descrisse e ne disegnò la forma per la sua monografia sulla flora egiziana, De plantis Aegypti liber. Alpini lo chiamò ba hobab, un nome che Adanson adottò nella sua prima esaustiva descrizione dell’albero, che nel 1757 presentò all’accademia francese delle scienze. Adanson non sapeva, o non era interessato, al fatto che, ancor prima di quegli studiosi, viaggiatori come Ibn Battuta e Leone l’Africano avessero descritto alberi simili al baobab. I tassonomisti avrebbero potuto usare goui o ba hobab o qualsiasi altro nome ma, anche per l’intervento dello stesso Linneo (il medico svedese considerato il padre della classificazione scientifica degli esseri viventi), attribuirono a quell’albero e a tutti quelli della sua famiglia il nome di Adanson. L’albero da lui descritto era il bao­bab africano, Adansonia digitata, la specie più comune e diffusa.

“Questo albero è una manna dal cielo”, mi ha detto il biologo Amadou Lamine Ndoye, che insegna all’università Cheikh Anta Diop di Dakar e studia la diversità genetica dei baobab senegalesi. “La gente piantava questi alberi per le proprie necessità quotidiane, visto che servivano a diversi scopi: erano usati per fabbricare corde e medicinali, per nutrire il bestiame e anche le persone”. Un gruppo di ricercatori ha documentato che nelle città e nei villaggi dell’Africa occidentale si facevano almeno trecento diversi usi del baobab.

Nella nostra casa a Dakar il baobab è molto presente. La mattina aggiungo un cucchiaio di polvere del suo frutto ai cereali: gli dà un sapore agrodolce, e contiene una buona dose di vitamina C e calcio. Per pranzo mio marito ama mangiare il ceere, un couscous di miglio a cui si aggiunge il laalo, una polvere di foglie di baobab che ammorbidisce la semola secca e farinosa. La sera, prima di andare a dormire, metto sul viso un olio di semi di baobab per contrastare i danni del sole e del vento durante la stagione secca.

Alcuni ricercatori hanno ipotizzato che l’albero abbia seguito le popolazioni umane, notando che spesso un boschetto di baobab indicava la presenza di un insediamento. In Senegal sotto le fronde di alcuni baobab si tenevano i raduni del villaggio: una specie di piazza cittadina in cui i capi e il popolo discutevano questioni di governo. Ma la presenza nei villaggi non basta a spiegare la grande diffusione dei baobab, sostiene Nisa Karimi, una ricercatrice dell’università del Wisconsin a Madison, negli Stati Uniti, che mi ha spiegato la distribuzione di questi alberi sul territorio.

“Sappiamo che gli esseri umani li hanno portati in giro. Ma se ragioniamo su scala continentale, forse è più plausibile che siano stati i baobab a colonizzare il continente e che gli esseri umani li abbiano trasportati qua e là”. L’idea è che i baobab abbiano usato ingegno e astuzia per viaggiare in ogni direzione, attirando rinoceronti e babbuini, elefanti e antilopi alcine, con la dolcezza dei suoi frutti. Gli animali li mangiavano e, tra i loro escrementi, spuntavano nuovi alberi, una scia di vita tra gli scarti.

In fin dei conti i ricercatori pensano che i baobab si siano evoluti milioni di anni prima della comparsa degli esseri umani. Sono dei sopravvissuti alle ere geologiche: erano presenti quando il Sahara era una prateria verdeggiante e il bacino del fiume Congo un deserto semiarido, e hanno resistito a un’era glaciale dopo l’altra. È quindi probabile che le persone abbiano seguito i baobab, non il contrario. Forse è solo la nostra arroganza a farci pensare che gli esseri umani possano essere al centro dell’evoluzione di questi alberi.

Baobab ad Ankoabe, Madagascar, 2019 (Beth Moon, Salamon Fine Art Gallery)

A perdita d’occhio

Quando lascio Dakar per andare a Mbour, la città in cui è nato mio marito, a un centinaio di chilometri di distanza, la strada passa attraverso una foresta di sterpaglie, pomi di Sodoma (Calotropis procera), acacie spinose e baobab panciuti. Lungo la strada i baobab sono particolarmente fitti e punteggiano l’orizzonte a perdita d’occhio, in una concentrazione rara altrove. I rami degli alberi sono scheletrici e deformati da decenni di potature, che ne hanno alterato le chiome in modi intuibili solo quando si vede un baobab con una testa piena di foglie spesse e lucenti. Tutt’intorno, erba secca, bruciata dal sole, dorata e a tratti marrone; macchie verde scuro, tappeti di arbusti così ordinati da sembrare decorazioni sul terreno; le strisce color rame dei sentieri per gli asini, che disegnano delle onde nella savana.

Questa foresta si trova in una comunità rurale scarsamente popolata chiamata Nguékhokh, un nome che nella lingua serer suggerisce che un tempo qui si poteva trovare un rifugio o un nascondiglio. Gli storici ipotizzano che si chiami così perché è stata a lungo un riparo per chi ne aveva bisogno. I generosi baobab offrivano foglie, ombra e frutti. I più grandi hanno cavità che potevano servire per nascondersi, se non si badava troppo agli abitanti abituali dell’albero: i pipistrelli, le scimmie e gli spiriti.

Qui si pensa che gli alberi di baobab siano le dimore degli spiriti per eccellenza, una credenza diffusa in gran parte dell’Africa. Forse devono questa reputazione alla loro presenza costante nelle comunità e al lento invecchiamento, che li fanno sembrare eterni. I baobab sono dei Matusalemme che, in condizioni ottimali, possono vivere più di duemila anni. Immaginate di trascorrere due millenni nello stesso posto. Una generazione corrisponde più o meno a venticinque anni, quindi questi alberi avranno visto passare ottanta generazioni di esseri umani che hanno pianto da neonati, gattonato, vissuto, esplorato, coltivato, costruito, fatto la guerra, amato e sono morte. Per tutto quel tempo, gli alberi sono rimasti là, saldi e radicati. Come si fa a non considerarli degli antenati, dei custodi dei segreti dall’aldilà?

Io posso tornare indietro di cinque o sei generazioni nell’albero genealogico della mia famiglia, fino ad alcuni antenati ridotti in schiavitù di cui abbiamo trovato i documenti. Quelle carte non ci dicono da dove venivano, in che posto, in Africa occidentale o centrale, i loro genitori o nonni o bisnonni avrebbero potuto vivere, amare e morire se le loro vite fossero andate diversamente. Ora che abito in Africa occidentale, ho mai camminato sulle loro orme, sui loro ricordi incisi nella terra, nelle rocce e nelle foreste? Ho mai appoggiato le mani sullo stesso albero che avevano toccato anche loro?

Di recente uno scienziato ha pubblicato un articolo che descrive una nuova specie di acaro del genere Metagynella. È stato trovato in un campione di baobab in decomposizione prelevato in Senegal negli anni settanta e successivamente conservato al museo di storia naturale di Ginevra. Lo scienziato non ha dato il suo nome all’acaro, ma l’ha chiamato Metagynella pangooli, in onore degli spiriti ancestrali e dei santi della tradizione religiosa del popolo serer del Senegal. Il termine pangool si riferisce infatti agli spiriti e ai luoghi fisici in cui abitano: una parte di foresta, una palude, una roccia, un pendio, un albero dall’ampio tronco. Perfino uno scienziato ha capito che il baobab ha qualcosa da spartire con il divino.

Senegal, 2019 (Beth Moon, Salamon Fine Art Gallery)

Quando ho letto la notizia dell’acaro, mi sono chiesta con che frequenza muoiano i baobab. Sono gli alberi della vita, gli immortali. Ma tutti gli esseri viventi, prima o poi, muoiono. E oggi gli alberi di baobab più antichi sembrano morire più spesso che in passato. Secondo alcuni ricercatori che hanno datato con il radiocarbonio l’età dei grandi alberi, nove dei tredici più vecchi baobab africani da loro esaminati dal 2005 sono morti o hanno avuto dei cedimenti del tronco. Tra questi, uno era vecchio duemilacinquecento anni. “La morte della maggior parte dei bao­bab africani più vecchi e più grandi negli ultimi dodici anni è un evento di una portata senza precedenti”, hanno scritto gli autori di uno studio pubblicato sulla rivista Nature Plants. Suggeriscono che la colpa potrebbe essere del clima, in particolare dei cambiamenti del ciclo delle piogge nell’Africa meridionale, dove si trovavano tutti gli alberi inclusi nel loro studio.

Tuttavia, mi chiedo se i titoloni sui cambiamenti climatici che danneggiano i vecchi baobab non ci portino a trascurare quello che succede agli esemplari più giovani. Sappiamo che ciò che è vecchio spesso muore, ma forse il vero problema è che i nuovi baobab faticano a crescere.

In un rapporto dei primi anni duemila si legge che la maggior parte dei baobab della foresta di Nguékhokh aveva in media tra i cinquecento e i mille anni. Gli autori notavano la scarsità di piante giovani. La situazione di Nguékhokh rispecchia quella di buona parte dell’Africa, dalla costa swahili dell’Africa orientale al veld dell’Africa meridionale, fino alle savane settentrionali dell’Africa occidentale. Non è una novità. Già nel 1906 il botanico francese Auguste Chevalier osservava: “Le Adansonia sono in effetti alberi in via d’estinzione; anche nella boscaglia e nelle savane in cui i baobab secolari sono ancora molti, è raro trovare gruppi di piante giovani”.

Una foresta vitale dovrebbe essere sia vecchia sia giovane, ma i baobab di tutto il continente continuano a invecchiare e a volte muoiono, mentre pochi alberelli sono pronti a prendere il loro posto.

Di bambini e di streghe

Un amico senegalese una volta mi ha raccontato che, da bambino, sua madre non lo lasciava giocare in fondo alla strada perché ci viveva una donna anziana che non aveva avuto figli. Posso solo immaginare quali fossero i timori della madre nei confronti di quella casa senza bambini. Forse la mancanza di prole di questa donna, la sua infertilità percepita, poteva attaccarsi come una macchia o diffondersi come una malattia? O era qualcosa di più oscuro? Quella donna senza figli era vista come una strega, un mostro? Pensavano che non avesse eredi per una ragione sovrannaturale? Una punizione? Una maledizione? O forse temevano che mangiasse i bambini come le streghe delle favole? La paura della strega, suppongo, esiste in tutte le culture.

Nianing, Senegal, 2019 (Beth Moon, Salamon Fine Art Gallery)

A lungo ho pensato che non mi riguardasse. Quando ho detto a mia sorella maggiore che io e mio marito cercavamo di avere un bambino, lei si è mostrata comprensiva, ma non poteva capirmi fino in fondo. Lei era rimasta incinta a vent’anni senza averci neanche provato, anzi, cercando di evitarlo. Era stato molto facile per lei, forse troppo, tanti anni fa. Ma io ero all’altra estremità dello spettro dell’età riproduttiva e cercare di concepire da adulta mi ha fatto capire quanto la fortuna fosse coinvolta nel processo.

La scorsa primavera sono rimasta incinta, dopo non troppi tentativi. L’abbiamo scoperto subito e sono andata dal medico per confermare la gravidanza con un’ecografia. Era troppo presto per sentire il battito cardiaco, così ho preso appuntamento per tornare qualche settimana dopo. Il ginecologo ha stampato una foto del piccolo embrione e l’ho mostrata a mio marito. Eravamo entusiasti, facevamo progetti, discutevamo dei nomi. Da brava pianificatrice, ho scaricato sul Kindle almeno quattro libri sulla gravidanza e ho cominciato a cercare una doula (una donna che offre sostegno emotivo e pratico durante la gravidanza e il parto) a Dakar.

Anche mio marito è entrato nella fase di accudimento. A Mbour aveva trovato una femmina di riccio che aveva partorito in giardino e poi era morta. Così ha deciso di allattare i piccoli ricci, tenendoli in un cestino e nutrendoli con albume d’uovo, usando un piccolo contagocce. Ho pensato: “Evidentemente è pronto”.

Alla visita seguente, però, il medico mi ha detto che l’embrione non si era sviluppato. Nelle prime fasi della gravidanza le cellule embrionali si dividono continuamente, con una crescita esponenziale di settimana in settimana. Il mio embrione era delle stesse dimensioni della prima visita. E, cosa fondamentale, non si sentiva il battito. Il resto è prevedibile. Ho preso le pillole che mi ha prescritto il giorno stesso, ho pianto, ho avuto crampi ed emorragie per tutta la notte.

Mio marito era ancora a Mbour il giorno in cui ho scoperto che la nostra felicità era così fragile. E anche se ha fatto ogni sforzo per salvare i ricci, sono morti anche loro, uno dopo l’altro.

Anche dopo aver messo radici, i baobab devono affrontare un lungo periodo da adolescenti immaturi prima di riprodursi

Il baobab si riproduce in natura, ma perché questo avvenga in modo sistematico e si arrivi al ripopolamento, molte cose devono andare per il verso giusto. I pipistrelli che ci vivono dentro svolgono un ruolo chiave. Questi alberi hanno una serie di caratteristiche che li rendono irresistibili per i pipistrelli. I loro fiori bianchi a campana si schiudono solo al crepuscolo, proprio quando i mammiferi volanti notturni si svegliano. I petali si aprono ed espongono gli stami del fiore; il fiore emette un seducente profumo muschiato, in grado di attirare con il suo nettare anche il pipistrello più riluttante.

Gusci resistenti

Nella frenesia di ingurgitare l’ambrosia della pianta, il pipistrello si ricopre di polline ed è poi attirato da un altro inebriante profumo portato del vento: quello del più vicino fiore di baobab. In questo modo, il pipistrello mescola i pollini di alcuni alberi con quelli di altri e facilita la fecondazione. Ciascun fiore è ricettivo per una sola notte, quindi se il pipistrello o un altro impollinatore, come la falena testa di morto, lo mancano è una sfortuna per entrambi. Devono passare cinque mesi prima che il fiore fecondato si trasformi in un frutto maturo e pronto, che resta a penzolare da un ramo per quasi tutta la stagione secca. Quando il frutto stagionato è raccolto da una persona, da una scimmia o da un altro animale, oppure è scosso dal vento e dalla pioggia, comincia la seconda fase della riproduzione.

I semi di baobab hanno un guscio duro che è una benedizione e allo stesso tempo una maledizione. Da un lato, il rivestimento li protegge dagli incendi della savana, che sono molto frequenti; gli permette di attraversare l’apparato digerente di un animale senza essere completamente distrutti; li ripara dall’intensa esposizione al sole nei lunghi mesi prima dell’arrivo delle piogge.

D’altro canto, però, il duro rivestimento è impermeabile e impedisce all’acqua di penetrare nel seme per farlo germogliare. I semi hanno bisogno di molto tempo perché il sole, il calore e la pioggia dissolvano le loro barriere naturali, in modo che possano attecchire e crescere.

Tuttavia, se una persona volesse piantare un baobab, ci sono metodi manuali per “interrompere la dormienza”, come dicono gli scienziati, ovvero per riattivarlo. Si può immergere il seme nell’acido solforico, replicando il sistema digerente di un animale; oppure si può esporlo ad alti livelli di calore; o, modo più semplice, inciderlo, creando un piccolo foro nel guscio o raschiandone una parte. Questi metodi permettono all’acqua di penetrare all’interno e far sì che il seme cominci a crescere.

Una volta che il seme è germogliato, sviluppa una radice a fittone e spinge le foglie verso il sole. Una piantina di baobab cresce con relativa lentezza. Uno studio recente ha dimostrato che nel primo mese, un baobab neonato non ha più di otto foglie; nei primi due anni cresce meno di due metri.

I baobab completamente sviluppati hanno una straordinaria capacità di assorbire e immagazzinare acqua per poter sostenere i lunghi mesi di siccità e dare foglie e frutti. Nell’alternarsi delle stagioni umide e secche, il volume dell’acqua può far oscillare la circonferenza del tronco, che si gonfia e si sgonfia. Le piante giovani sono più vulnerabili di fronte alla siccità e agli incendi, agli animali e agli aratri. In uno studio condotto in Sudafrica, i ricercatori hanno scoperto che il 95 per cento delle piantine di baobab moriva per la scarsità di precipitazioni. Alcune delle sopravvissute alla prima stagione sono state sradicate quando gli agricoltori hanno pulito i campi o mangiate dagli animali.

Anche dopo aver messo radici, i baobab devono affrontare un lungo periodo da adolescenti immaturi prima di potersi riprodurre. Nel migliore dei casi impiegano vent’anni a fiorire e dare frutti che possano generare prole. Ma si è ipotizzato anche che, in ambienti particolarmente aridi, possano aspettare più di duecento anni per la prima fioritura.

La riproduzione del baobab può andare male in tanto modi: se la siccità si protrae a lungo e l’albero non produce frutti; se i semi cadono nel terreno fertile ma non germogliano per mancanza di pioggia; se, anche quando si sviluppa, gli animali mangiano i germogli; se scoppia un incendio che brucia il giovane albero; se gli elefanti assetati danno un morso al tronco ricco d’acqua; se i babbuini, in mancanza di altro cibo, mangiano i frutti acerbi i cui semi non germineranno; se l’albero ci mette duecento anni a fiorire e si ritrova in un paesaggio così diverso che i pipistrelli o le falene se ne sono andate prima che i fiori si schiudano. Se, se, se…

La casa intorno all’albero

Tutti i biologi con cui ho parlato – ricercatori statunitensi, europei e africani – hanno affermato che, com’è ovvio, i cambiamenti climatici causati dagli esseri umani sono una minaccia per il baobab. Ma anche lo sfruttamento intensivo dei pascoli, l’eccessiva raccolta di foglie e frutti, e tutti i modi in cui sfruttiamo la Terra. Queste crisi minacciano sempre più da vicino i baobab.

Foresta di Andombiry, Madagascar, 2019 (Beth Moon, Salamon Fine Art Gallery)

Nella foresta di Nguékhokh mi sono fermata con l’auto sul ciglio della strada per fotografare un enorme albero, che spiccava tra i fratelli: un po’ più panciuto, i rami leggermente più equilibrati, un che di poetico nella sua forma. Avvicinandomi, ho visto un cartello appeso al tronco: terrain à vendre, terreno in vendita. Questa parte di foresta non è un’area protetta. Le persone hanno bisogno di case, scuole e strade, come quella che ha reso possibile il mio viaggio. Questo pittoresco baobab al suo massimo splendore – ha almeno cinquecento anni – potrebbe non vivere ancora a lungo.

Alcuni anni fa, prima che conoscessi mio marito, lui e i suoi fratelli stavano costruendo una casa per la madre in un terreno a un paio d’ore da Dakar. C’era un piccolo baobab in un angolo della proprietà e lui ha lavorato con un amico architetto a un progetto che lo rispettasse e permettesse agli abitanti di entrarci in comunione. Il legame con la casa doveva essere visibile soprattutto al secondo piano, dove una terrazza avrebbe accarezzato la chioma del baobab. “Volevo che fosse lì, poco appariscente ma presente”, mi ha spiegato.

La casa doveva essere costruita in più fasi, come si fa spesso da queste parti. Terminato il primo piano, la famiglia ha pensato di rimandare la costruzione di quello superiore. Non appena la madre si è trasferita e ha cominciato a ricevere visite di amici, parenti e vicini, i progetti sono cambiati.

“Dicevano che non era sicuro vivere vicino a un baobab, perché è un albero infestato dagli spiriti”, mi ha detto mio marito. Sua madre ha cambiato idea e i fratelli hanno fatto fronte comune: il bao­bab doveva sparire. Così hanno scoperto che in Senegal per abbattere un baobab bisogna prima chiamare un saggio. Non esistono leggi scritte che regolano questa procedura, ma la maggior parte delle persone sa che non bisogna saltare questo passaggio. Il saggio non abbatte l’albero di persona, ma si consulta con gli spiriti che da decenni, secoli o millenni vi hanno trovato rifugio. Di cos’hanno bisogno, gli chiede, per trasferirsi da un’altra parte? Quale prezzo, motivazione, carota o bastone può spingerli a lasciare l’albero? Di solito gli spiriti accettano di andarsene con qualche lusinga e un’offerta di vino o latte, un po’ di miglio o perfino un animale. In questo caso il saggio gli ha consigliato di uccidere una capra e versare il sangue ai piedi dell’albero. Mio marito non sa se i suoi fratelli l’abbiano fatto davvero.

Ad abbatterlo ci hanno pensato due operai. Il primo si è ammalato: sono stati forse gli spiriti? Un altro è riuscito a portare a termine il lavoro, prendendosi il tempo necessario per spogliare il tronco un po’ alla volta, per disfare decenni di vita. Ora c’è uno spazio vuoto grande quanto un baobab nella proprietà di mia suocera. Mio marito ricorda l’albero con nostalgia: le sue curve erano un sollievo per la vista, i suoi rami una casa per le creature striscianti, gli uccelli e le api. Un intero mondo è scomparso per sempre.

Una volta superata la crisi, i singoli alberi sono rimasti al loro posto, ma la progenie ha proseguito il viaggio. Erano arche di diversità

Quando un baobab è abbattuto, il suo legno è praticamente inutile: è impossibile accenderci un fuoco o usarlo per costruire mobili o tetti. La corteccia, recisa dalla sua sorgente di vita, s’inzuppa facilmente e, se la si schiaccia, lascia gocciolare l’acqua come una spugna. Il mercato attribuisce scarso valore ai resti del baobab: il suo vero valore, da ogni punto di vista, è la sua capacità di vivere.

Un seme nell’oceano

Ho sempre pensato che, poiché sei delle otto specie sono originarie del Madagascar, le piante del genere Adansonia provenissero dalla grande isola al largo delle coste del continente africano. Sembrava la classica storia della famiglia di alberi felici di vivere ed evolversi insieme, fino a quando uno o due di loro non decidono di spargere i loro semi altrove. Questa è stata a lungo l’opinione prevalente.

Tuttavia, scavando più a fondo, sono emerse altre versioni. I parenti più prossimi del genere Adansonia sono originari del Sudamerica, spiega Nisa Karimi, che sta lavorando a un progetto per mappare le caratteristiche genetiche dei baobab. “Le stime attuali sul momento della divergenza genetica dei baobab dai loro antenati viventi si aggirano intorno ai quaranta milioni di anni fa”, ha detto. “Ovviamente da allora sono successe molte cose”.

Esistono alcune ipotesi su ciò che è successo dopo e tutte hanno a che fare con un seme galleggiante che attraversa gli oceani. Una tesi prevede il passaggio dal Madagascar, dall’Antartide, dall’Australia e dall’oceano Indiano. Secondo un’altra teoria l’antenato si sarebbe spostato attraverso il Nordamerica, l’Europa e l’Africa. Un’altra ancora suggerisce che un seme di uno degli esemplari sudamericani abbia preso un passaggio dalle correnti atlantiche e sia finito da qualche parte in Africa occidentale. Questa è la mia preferita. Secondo questa tesi, l’antenato del genere – il protobaobab – si è evoluto lì circa dieci milioni di anni fa e si è spostato attraverso il continente. Alla fine ha attraversato altri oceani e si è diffuso in Madagascar e in Australia.

A un certo punto, e tutti concordano su questa parte, c’è stata un’anomalia nella replicazione cellulare di un seme in via di sviluppo che ha creato qualcosa di nuovo, un albero con il doppio dei cromosomi rispetto agli altri, quattro invece di due. Questo imprevisto ha portato all’unico tetraploide del genere, l’Adansonia digitata, o baobab africano, che si è differenziato dal suo antenato tra i sei e i dieci milioni di anni fa.

“Secondo una teoria più copie del proprio genoma e di singoli geni ci sono in circolazione più grande sarà la flessibilità, se così si può definire, nell’adattamento”, spiega Karimi. L’autrice ritiene possibile che la natura tetraploide del genere Adansonia sia il motivo per cui ha potuto adattarsi a così tanti ambienti diversi in tutta l’Africa e sviluppare le sue capacità di sopravvivenza dal Senegal al Sudan, dalla Nigeria allo Zimbabwe, schivando solo le regioni più estreme del continente, la foresta pluviale e il deserto.

Questa capacità di adattamento è un buon segno per il futuro, anche se l’avvenire del nostro pianeta è estremamente incerto. In passato, nei periodi in cui il clima cambiava – quando una zona umida si prosciugava, quelle aride si allagavano o la temperatura fluttuava – il baobab sarebbe riuscito a sopravvivere in “isole ambientali”. Secondo gli scienziati le piante si sono concentrate in luoghi adatti, delle specie di rifugi: le pendici rocciose di una montagna dove l’aria era leggermente più fresca; una depressione dove affluivano le piogge itineranti; una penisola dove un microclima favorevole poteva tenere gli alberi al riparo dagli eccessi del clima continentale. Erano posti in cui potevano ripararsi nei momenti difficili, luoghi sicuri.

Una volta superata la crisi, i singoli alberi sono rimasti al loro posto, ma la progenie ha proseguito il cammino, spostandosi fuori dalle isole ambientali. Erano delle arche di diversità, pronte a popolare un mondo cambiato. Disperse dai loro amici animali, dai fiumi o dai torrenti, si sono dirette verso nuove praterie, colline e valli.

Se sapessi dove si trovano i rifugi migliori andrei subito in quei luoghi con un sacchetto di semi di baobab in mano, determinata a contrastare l’apocalisse. Uno di quei semi potrebbe diventare l’albero adattabile, che sopravvive ad altre ottanta generazioni umane e vive per raccontare la storia, scritta nel suo corpo.

Preghiera silenziosa

Poco prima di Natale, io e mio marito siamo andati a trovare sua madre al villaggio. Anche lì c’è un baobab conosciuto da tutti. Secondo la tradizione locale, quel baobab può aiutare una donna a rimanere incinta, se è disposta a compiere un rituale. Volevo andarci, non tanto per il rituale, ma perché avevo sentito dire che è uno dei più grandi della zona.

Siamo andati a vederlo la mattina di Natale, mentre i bambini di casa erano impegnati a giocare con i loro regali. Siamo passati davanti alla chiesa, dove i fedeli in abiti eleganti si erano riuniti per le celebrazioni. Siamo passati davanti alla scuola e al mercato. Abbiamo attraversato un ruscello, la nostra auto è slittata su un sentiero sabbioso reso viscido dall’acqua e abbiamo dovuto evitare, sterzando, un carro trainato da un cavallo. Abbiamo oltrepassato le discariche abusive con sacchetti di plastica e cartacce dappertutto, come coriandoli sparsi sulla sabbia.

Luogo di raccoglimento

In piedi davanti all’albero, mi sono meravigliata della sua circonferenza, anche se, a differenza di Adanson, non ho cercato di misurarlo con le braccia. Ho provato invece ad allontanarmi abbastanza da poterlo cogliere per intero, dalla base alla punta dei rami, ma sono rimasta bloccata. Un tempo l’albero era alla periferia del villaggio, ma la città gli è cresciuta intorno e ora è circondato da case in costru­zione.

L’albero aveva visto giorni migliori: da un lato le termiti stavano invadendo una parte del fusto, formando cumuli di terra sempre più alti; i rami erano distribuiti in modo irregolare, mutilati non molto tempo prima dai pastori in cerca di foraggio per i loro animali. È quello che ci ha raccontato un uomo che aspettava là vicino, ansioso di trovare qualche turista che si era avventurato nel villaggio perdendosi. Ha insistito perché ci arrampicassimo sulle gambe dell’albero e ci insinuassimo nel suo stomaco, una cavità che può ospitare almeno una decina di persone. Dopo che ci ha detto che il baobab e il banano sono strettamente imparentati (non è vero), non l’ho più ascoltato e ho lasciato che la sua voce si allontanasse come un suono lontano nel vento.

I miei occhi si sono adattati all’improvvisa oscurità, ho cercato d’individuare i pipistrelli che sentivo stridere e cantare dall’alto – sì, un coro di pipistrelli – e mi sono accorta che quell’albero sembrava una chiesa. Ero in un santuario a celebrare la mia silenziosa funzione, pregando senza saperlo. La corteccia era una pelle ruvida; l’ho toccata con il palmo della mano per sentirne la freschezza, l’acqua della vita che scorreva nelle sue vene. ◆ svb

Jori Lewis è una giornalista statunitense che vive in Senegal. Si occupa di temi legati all’agricoltura e all’ambiente, in particolare nei paesi in via di sviluppo. Il suo ultimo libro si chiama Slaves for peanuts (The New Press 2022) e parla della coltivazione delle arachidi in Africa occidentale ai tempi della colonizzazione francese.

Questo articolo è uscito sul numero 1471 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati