Ritratti di rabbini, tessitori, mugnai, agricoltori, sportivi e artisti tappezzano le pareti dello spazio Gaston Karila a Nabeul, nella regione del Cap Bon, nel nordest della Tunisia. Questa galleria di volti, intitolata Gli ultimi magnifici, rende omaggio agli abitanti ebrei della città, tra cui la famosa famiglia Karila, che guidò la comunità ai tempi del protettorato francese e fu anche una benefattrice delle sinagoghe di Nabeul.

Albert Chiche, 73 anni, ex direttore di una casa di riposo per anziani ebrei a La Goulette, è il promotore del restauro di questo spazio, che considera più un “luogo della memoria” che un museo. “Là c’è mio padre, che di lavoro produceva e vendeva gelati; qui c’è zio Clément, che si occupava della comunità; lì, il primo vicesindaco di fede ebraica, eletto subito dopo l’indipendenza del paese”, dice, elencando e mostrando le fotografie appese alle pareti.

Prima dell’esodo

Inaugurato a metà agosto nei pressi del suq El Balgha (cioè delle babbucce), nel cuore della medina, lo spazio della memoria ebraica Gaston Karila è una testimonianza del dinamismo e della diversità di questa città che, prima dell’esodo degli anni sessanta e settanta del novecento causato dalle guerre in Medio Oriente e dall’aumento dell’antisemitismo in alcuni paesi arabi, contava quasi 2.500 persone su una popolazione di 12mila abitanti.

Nabeul non è un caso isolato. Se prima dell’indipendenza in Tunisia c’erano centomila ebrei, oggi ce ne sono solo 1.200. Per questo, gran parte del patrimonio ebraico, erede di una storia vecchia di 2.500 anni, è stato abbandonato. Il cimitero confessionale all’uscita della città è mal conservato; la sinagoga, a pochi metri dallo spazio Gaston Karila, è fatiscente. “La realtà è che non è colpa dello stato, e neanche nostra”, dice Chiche. “È solo che se ne sono andati tutti, e quindi c’è meno interesse a conservare questi luoghi”.

Lui stesso ha deciso di restaurare l’edificio, che era una yeshiva (centro per lo studio dei testi religiosi), dopo l’incoraggiamento degli studenti a cui aveva mostrato il luogo. “Era un peccato che un posto del genere fosse rimasto in stato d’abbandono per quarant’anni”.

Grazie a una raccolta online che ha raggiunto più di quanto immaginasse – “molti tunisini della diaspora, non ebrei, hanno fatto una donazione, e questo mi ha commosso molto” – Chiche ha rimesso a posto lo spazio, sistemato i suoi archivi, le foto e gli oggetti. L’iniziativa ha anche dato un nuovo impulso alla promozione del patrimonio ebraico tra la popolazione: per esempio c’è un confronto con le autorità locali per organizzare le visite di alcune scolaresche.

Una ragazza ebrea a Tunisi, nel 1880 circa (adoc-photos/Corbis/Getty)

A cento chilometri da Nabeul anche un’altra città, Susa, sta riscoprendo i tesori nascosti della sua storia. Nel 2018, a tre anni dall’attacco terroristico del gruppo Stato islamico, che aveva ucciso trentanove persone nella zona turistica, il comune ha voluto sottolineare il carattere di tolleranza e multiculturalità del posto. Quattro strade sono state rinominate in onore di personalità ebraiche: l’avvocato Claude Sitbon, il medico Daniel Uzan, l’ostetrica Yvonne Bessis e le famiglie Ghouila-Houri e Ichoua, che hanno molto contribuito allo sviluppo della città.

Per Slaheddine Ben Ahmed, un albergatore della regione molto attivo su questo tema, sono iniziative che dovrebbero essere sostenute di più. “È un modo per ricordare la storia d’interi quartieri di Susa che erano ebraici. Siamo cresciuti insieme a questa comunità”, spiega, “ci sono molti ricordi di fratellanza e tolleranza”.

Ben Ahmed appoggia l’iniziativa della storica Claire Rubinstein, che ha studiato le vicende degli ebrei di Tunisia ed è nipote del rabbino di Susa. Insieme a un architetto tunisino e ad altre persone che fanno parte della comunità, ha elaborato un progetto di restauro della sinagoga, che si trova nella medina.

“Se si pensa che gli ebrei in città oggi sono una trentina, quando un tempo erano seimila, e che ci sono solo due sinagoghe sulle undici che esistevano mezzo secolo fa, si capisce che se non facciamo niente tutta la nostra storia rischia di scomparire”, sottolinea Rubinstein, che vuole trasformare la sinagoga in uno spazio culturale accessibile a tutti. Presenterà il suo progetto a Parigi e cercherà di ottenere fondi per il restauro dell’edificio, che fu costruito in stile ispano-moresco nel 1913, e potrebbe entrare nel circuito turistico della città vecchia.

Senza scontri

Ma questi restauri del patrimonio materiale possono difficilmente far dimenticare una storia dolorosa, ovvero l’esodo degli ebrei tunisini dopo la decolonizzazione e la creazione dello stato d’Israele. “Non ci sono mai stati scontri aperti, ma ci hanno spinto fuori dalla porta”, dice Guy Sitbon, un ebreo di Monastir che vive in Francia, riferendosi alla politica dell’epoca, che invitava a non trattenere gli ebrei che volevano andare in Israele. Sitbon lotta perché l’attuale slancio vada oltre le iniziative locali di restauro materiale, e permetta di fare una riflessione seria sulle ragioni per cui gli ebrei hanno lasciato il paese.

A Monastir, città a circa venti chilometri da Susa, in agosto il municipio ha organizzato, insieme all’università di Manouba, una giornata di studio dedicata alla comunità ebraica locale. In quest’occasione, ricercatori e abitanti hanno condiviso una storia comune e rievocato ricordi. “Ho ancora davanti agli occhi il cinema di Joseph Abitbol, dove tutti i bambini andavano a vedere i film”, dice Mohamed Bergaoui, vicesindaco di Susa con delega alla cultura, che vorrebbe incoraggiare altri eventi simili in città, creando così occasioni d’incontro e istruzione.

Un patrimonio materiale che possa resistere alla prova del tempo non esiste, ma questo legame tra passato e presente può essere garantito dalla ricerca, sottolinea lo storico Habib Kazdaghli, che insegna a Manouba.

Kazdaghli dirige un laboratorio dedicato a “regioni e risorse del patrimonio” e si trova di fronte studenti tunisini che vogliono fare la loro tesi di laurea su questa storia dimenticata. “Solo quest’anno ne abbiamo avute cinque”, dice lo sto­rico. ◆ ff

Questo articolo è uscito sul numero 1477 di Internazionale, a pagina 87. Compra questo numero | Abbonati