Trecentotrenta stanze, circa ottanta chilometri di scaffali, documenti che contengono 17 milioni di nominativi, centinaia di migliaia di pagamenti e rendiconti molto dettagliati. L’archivio storico del Banco di Napoli si trova in pieno centro e rappresenta un’istituzione unica, ricca di memorie e di storie, un simbolo dello sviluppo della città e di tutta l’Italia meridionale dal diciassettesimo secolo ai giorni nostri. Appena si entra nell’edificio si è colti da un senso di umiltà, come al cospetto di un tesoro precedentemente sconosciuto.

Proprio qui più o meno trent’anni fa Eduardo Nappi, che all’epoca dirigeva l’archivio, fece una scoperta molto importante: il cosiddetto quarto Caravaggio. Esplorando l’archivio s’imbatté in un antico “giornale copiapolizze” (un registro dove venivano annotate alcune operazioni dalla banca) che attestava che un certo Nicolò Radolovich, un mercante croato, commissionò a Michelangelo Merisi, detto Caravaggio, un dipinto per duecento ducati. Data di consegna: dicembre 1606.

Funzionava così: un cliente depositava in banca oggetti di valore e in cambio riceveva un pezzo di carta da usare per fare i pagamenti

Ritrovamento clamoroso

Radolovich aveva le idee molto chiare. Il documento trovato da Nappi descrive nel dettaglio l’aspetto che avrebbe dovuto avere il dipinto: l’opera, “d’altezza palmi 13 e mezzo et larghezza di palmi 8 e mezzo”, avrebbe dovuto raffigurare la Madonna con il bambino circondata da cori d’angeli e quattro santi, Domenico, Francesco, Nicola e Vito.

Caravaggio probabilmente non ebbe altra scelta che accettare l’incarico, perché in quel momento era in fuga – gravemente ferito – da Roma, dove era ricercato per omicidio e aveva bisogno di soldi. Quei duecento ducati gli avrebbero fatto comodo.

Il ritrovamento di Nappi in un archivio così grande era clamoroso: significava che in città c’era un altro Caravaggio. La presenza di tre opere del famoso pittore barocco è uno dei tanti motivi che spinge i turisti a visitare la città ai piedi del Vesuvio. Il dipinto Sette opere di misericordia, conservato presso il Pio Monte della Misericordia, è considerato uno dei lavori centrali di Caravaggio, che certamente era un uomo dedito ad altri piaceri. Ma dov’è questo quarto dipinto?

Evitare i tassi da usura

Nella sala dov’è conservato il documento in cui si cita l’incarico del 1606 aleggia una certa solennità. Il pavimento è coperto da tappeti e l’archivio è illuminato da una luce fioca. La sala è una di quelle accessibili al pubblico. A gestire il museo è un gruppo di storici e archivisti, che cerca di dare ai visitatori un’idea del tesoro e dell’importanza dell’archivio attraverso dei video e un’esposizione moderna. L’archivio oggi appartiene a una fondazione filantropica, la Fondazione Banco di Napoli, mentre la banca non esiste più: cinque anni fa, dopo una serie di travagliate vicende, è confluita in Intesa Sanpaolo, il più grande istituto di credito italiano.

Nella sala accanto sono pronti il buffet e i calici di vino. Andrea Zappulli, lo storico che ci ha fatto da guida in archivio, è un po’ teso per l’arrivo di una delegazione dell’Unesco. Dal maggio 2023 l’archivio fa parte di Memoria del mondo, il programma di censimento dell’organizzazione delle Nazioni Unite per la “salvaguardia del patrimonio documentario dell’umanità”.

Napoli è la città della scaltrezza e l’iperbole fa parte della sua natura. Il tassista, che in una cupa giornata invernale guida tra i vicoli stretti e pieni di buche fino a palazzo Ricca, sede dell’archivio, dichiara: “In questa città è stato inventato tutto, banche comprese”. Napoli ha inventato la pizza, le statuette del presepe, le sfogliatelle, la funicolare, e pare che perfino il primo orologio da polso sia stato indossato proprio qui: un Breguet sfoggiato dalla regina di Napoli. La città brulica di storie, vere o presunte, tutte di questo tenore.

Ma anche il sito ufficiale dell’archivio afferma con sicurezza che “l’Archivio storico del Banco di Napoli rappresenta la più imponente raccolta archivistica di documentazione bancaria al mondo”. Secondo l’enciclopedia Treccani, il Banco di Napoli è il “più antico istituto di credito esistente in Europa”.

Che sia l’ennesima iperbole? È un dato di fatto che il sistema bancario abbia avuto origine in Italia. Ma proprio a Napoli? “Sì, secondo me le banche napoletane hanno dato un contributo enorme alla nascita del sistema bancario moderno”, spiega Andrea Zappulli, “soprattutto diffondendo l’uso dei titoli di credito come strumenti di pagamento non più solo per le classi privilegiate, ma per tutta la popolazione”.

Ecco come funzionava: un cliente depositava in banca oggetti di valore, come monete d’oro o d’argento, e riceveva in cambio un pezzo di carta da usare per i pagamenti. Nella Napoli della prima età moderna il sistema era molto diffuso: lo usavano panettieri, falegnami e mugnai. A testimoniarlo ci sono le migliaia di ricevute conservate negli archivi di palazzo Ricca. Anche Caravaggio veniva pagato in questo modo.

“Era una banca per la gente comune”, conferma Volker Reinhardt, professore emerito di storia moderna a Friburgo, in Germania, e grande esperto di storia culturale ed economica italiana. Nella prima età moderna non esisteva una banca chiamata Banco di Napoli, che nacque solo alla fine del settecento dalla fusione di otto istituti le cui origini risalivano al cinquecento e in alcuni casi al quattrocento. Il più famoso era il Monte di Pietà, fondato nel 1539.

Il nome dice molto: ad animare queste banche erano soprattutto uomini di fede, tra cui nobili e componenti del clero. L’idea era fare qualcosa per il sistema dell’epoca, con i suoi tassi di interesse usurari, e di concedere prestiti senza interessi in cambio di adeguate garanzie.

A muoverli non era solo il puro e semplice altruismo: l’obiettivo era anche soffocare sul nascere le rivoluzioni. Perché, allora come oggi, Napoli era irrequieta: “una città vulcanica”, come la chiama Reinhardt, in cui le rivolte non erano una rarità. Con circa 250mila abitanti, all’inizio del seicento Napoli era anche il centro urbano più grande d’Europa, più di Parigi. Oltre alla povertà dilagante, c’era quello che oggi definiremmo lo stress dovuto all’eccessiva densità della popolazione. In questo quadro il sistema bancario prometteva una relativa calma. “Faceva parte del movimento riformista cattolico dell’epoca”, spiega Reinhardt.

Ma che dire, allora, delle famose banche dell’Italia centrale e settentrionale, a Genova, Firenze e Venezia? Oppure del Monte dei Paschi di Siena, l’istituto bancario senese che si autodefinisce la più antica banca del mondo?

Il Monte dei Paschi, almeno agli inizi, aveva obiettivi simili a quelli delle banche napoletane. “La differenza principale tra gli istituti napoletani e quelli dell’Italia centrale e settentrionale stava nel fatto che i primi non erano una diretta emanazione del potere politico”, racconta lo storico Zappulli, né avevano il compito di gestire il debito pubblico.

L’approvazione della chiesa

Dietro le banche napoletane c’erano però organizzazioni di beneficenza: costituivano la base per la fiducia, presupposto indispensabile nelle attività di prestiti e cambiali. E siccome si trattava di prestiti senza interessi, erano anche conformi alle regole religiose. “Solo così si riuscivano a superare le riserve della chiesa cattolica nei confronti degli istituti di credito”, osserva Zappulli: in questo modo l’accusa di usura era scongiurata.

Il fatto che nello stesso periodo gli ebrei venissero espulsi dal mercato era un effetto collaterale auspicato dalla cerchia di persone che contava di più, aggiunge Reinhardt: “La nascita del sistema creditizio a Napoli aveva chiaramente tratti antisemitici”.

Ma la città era ricca? Era un centro finanziario importante grazie alle sue banche? È un mito che ai napoletani piace coltivare, un ottimo punto di partenza per tante leggende in chiave vittimistica. Ancora oggi si racconta che la città sia stata sfruttata prima dai dominatori spagnoli e poi dagli odiati piemontesi che nel 1861, dopo l’unità d’Italia, sarebbero venuti da Torino per saccheggiare l’oro del regno di Napoli e usarlo per pagare i loro debiti.

Secondo Reinhardt non è così: la città non è mai stata ricca. “Certo, c’erano anche famiglie molto facoltose”, spiega lo storico, “ma Napoli non è mai stata una miniera d’oro”. Il mito del saccheggio è stato inventato anche come spiegazione di comodo per giustificare l’arretratezza economica del Mezzogiorno.

Le ipotesi sulla tela

La storia successiva del Banco di Napoli è costellata di alti e bassi: dopo l’unità d’Italia fece parte del consorzio autorizzato a battere moneta ufficiale e poi, all’inizio del novecento, il governo gli affidò il trasferimento dei risparmi degli emigrati attraverso una rete di agenzie, filiali e corrispondenti nelle Americhe. Della storia della banca fanno parte anche vicende giudiziarie legate alla criminalità organizzata. Un giorno magari i ricercatori troveranno a palazzo Ricca documenti interessanti anche a questo proposito.

Ma che ne è stato del sensazionale ritrovamento dell’ex direttore? Dov’è il quarto Caravaggio? Nessuno lo sa. Forse il maestro non dipinse la tela, limitandosi a incassare il denaro del mercante croato. Un’altra ipotesi è che si trovi in qualche cantina o appeso a una parete da qualche parte a Napoli. Per ora, insomma, dobbiamo accontentarci della descrizione sul “giornale copiapolizze” del 1606 e il quarto Caravaggio possiamo solo immaginarlo. Un’altra bella storia per la città delle iperboli. ◆ sk

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Questo articolo è uscito sul numero 1549 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati