L’Unione europea è riuscita a raggiungere un accordo sull’embargo del petrolio russo solo con grande difficoltà. L’Ungheria si è opposta a lungo, con l’obiettivo di avere una deroga. Così per il momento, insieme alla Slovacchia e alla Repubblica Ceca, potrà continuare a ricevere greggio dal Cremlino attraverso l’oleodotto Družba. Nelle ultime settimane il primo ministro Viktor Orbán aveva definito più volte l’eventuale embargo una bomba atomica sull’economia del suo paese, sostenendo che gli avrebbe inflitto danni enormi.

Ma questo è solo un aspetto della questione. Un altro è che il gruppo petrol­chimico Mol, controllato dallo stato ungherese, sta incassando profitti da favola. La principale azienda energetica del paese compra greggio russo a prezzi bassi e lo rivende con significativi margini di guadagno. Della situazione stanno beneficiando soprattutto le raffinerie. Il margine di guadagno assicurato dai prodotti raffinati è molto aumentato dall’inizio della guerra in Ucraina: a gennaio era negativo, mentre a marzo ha raggiunto i 33,7 dollari al barile. Secondo Tamás Pletser, analista della banca Erste Group, ad aprile era a circa 55 dollari al barile.

Con la materia prima a buon mercato, la Mol può rimpinguare le casse del fisco ungherese. Sono entrate indispensabili per tappare i buchi di bilancio creati in questi mesi dai generosi regali del governo durante la campagna per le elezioni di aprile, tra cui i prezzi calmierati del carburante. Dallo scorso autunno è in vigore nel paese un tetto ai prezzi della benzina e del diesel, che ora si applica solo agli ungheresi. Gli stranieri pagano a prezzi di mercato.

L’Ungheria è un paese senza sbocco sul mare e in campo energetico dipende fortemente dalla Russia: per circa due terzi del petrolio e più di quattro quinti delle forniture di gas. In futuro Budapest vorrebbe garantirsi anche l’accesso all’oleodotto Adria, un collegamento che trasporta petrolio dalla costa della Croazia all’Europa centrale. Secondo il governo ungherese, Zagabria è pronta ad aumentare la capacità dell’Adria per garantire una fornitura all’Ungheria anche in una situazione d’emergenza. In questo modo l’Ungheria e la Slovacchia potrebbero continuare a rifornirsi di greggio, ha dichiarato il ministro degli esteri ungherese Péter Szijjártó.

Riconversione energetica

Per la conversione delle raffinerie a tipi di greggio diversi da quello russo e per l’ampliamento dell’oleodotto Adria, Budapest prevede investimenti di circa 750 milioni di euro nel breve periodo. In precedenza si era parlato addirittura di una riconversione dell’intero sistema energetico, che però sarebbe costata miliardi. Ma, almeno secondo gli esperti del settore citati dal portale nap.hu, la conversione delle raffinerie ungheresi sarebbe meno complicata di quanto racconta Budapest. Sia la raffineria del Danubio a Százhalombatta sia gli impianti di Bratislava, in Slovacchia, e di Rijeka (Fiume), in Croazia, dispongono di tecnologie tra le più avanzate in Europa. Quindi dovrebbero essere in grado di passare rapidamente dal greggio russo ad altri tipi di petrolio. Lo confermano i confronti internazionali su scala globale, per esempio quelli fatti con il Nelson complex­ity index (Nci), un indice che mostra quant’è complessa la produzione di una raffineria di petrolio e a quali costi: più punti ottiene una raffineria più è evoluta. Secondo l’Nci, la raffineria della Mol è tra le migliori in Europa.

Le lamentele di Budapest sembrano quindi eccessive, anche rispetto alla richieste di fondi europei per la riconversione delle infrastrutture, soldi che dovrebbero essere usati per l’oleodotto Adria ma anche per aumentare la capacità di stoccaggio e convertire le raffinerie. Tuttavia Budapest non punta solo a questi fondi. Orbán attende il saldo di diversi miliardi di euro di sovvenzioni che spettano all’Ungheria come aiuti per l’emergenza provocata dalla pandemia di covid-19. Ma Bruxelles sta trattenendo i fondi a causa delle violazioni dello stato di diritto in Ungheria e dello scarso impegno del governo nella lotta alla corruzione. Chissà se quelli per la conversione energetica faranno più in fretta. ◆ nv

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 113. Compra questo numero | Abbonati