Con il suo maestoso groviglio di guglie gotiche e archi rampanti che trasudano forza e prestigio, la Tibune tower domina dall’alto le strade del centro di Chicago. Nel 1922, quando annunciò il piano per la realizzazione dell’edificio, il colonnello Robert R. McCormick, storico proprietario del Chicago Tribune, disse che voleva costruire “il palazzo più bello del mondo” per il suo amato giornale. Chiese ai migliori architetti dell’epoca di presentare dei progetti. Scelse delle citazioni del film Quarto potere per decorare l’ingresso. Prima che l’opera fosse completata, ordinò ai corrispondenti esteri del giornale di raccogliere “frammenti” di vari siti storici – un mattone della Grande muraglia cinese, un emblema della basilica di San Pietro – e di portarli a Chicago, dove sarebbero stati incastonati nella facciata. Il palazzo, completato nel 1925, era uno spettacolo architettonico che non aveva precedenti in città: “una storia d’amore in pietra e acciaio”, lo definì uno scrittore. A un secolo di distanza, la Tribune tower conserva il suo splendore. Peccato che non sia riuscita a conservare il Chicago Tribune.

Per raggiungere la sede attuale del giornale, in un pomeriggio di fine giugno, attraverso la città in taxi e scendo in una zona industriale a ovest del fiume. Dopo aver percorso un lungo corridoio senza finestre, entro in un ascensore che mi lascia vicino a una modesta fila di scrivanie. La scena è ancora più lugubre di come me
l’ero immaginata. Ecco uno dei quotidiani più importanti degli Stati Uniti – il giornale che sostenne la candidatura di Abraham Lincoln alla presidenza e svelò in anteprima i dettagli del trattato di Versailles, che ha fatto tremare leader politici e ha collezionato decine di premi Pulitzer – ridotto a una redazione delle dimensioni di un fast food.

Se si passa un po’ di tempo con i giornalisti traumatizzati del Tribune, si sente ripetere continuamente la stessa domanda: come abbiamo fatto a ridurci così? A prima vista la risposta sembra ovvia:
Craigslist ha ucciso la sezione degli annunci dei giornali, Google e Facebook si sono mangiate il mercato della pubblicità e i vari proprietari che si sono succeduti alla guida del giornale non sono riusciti ad adattarsi al digitale. È una storia che raccontiamo da decenni, quella della morte dei giornali locali. Questa ricostruzione non è sbagliata, ma a Chicago sta succedendo qualcosa di diverso.

A maggio del 2021 il Tribune è stato comprato dalla Alden Global Capital, un misterioso fondo speculativo che in pochissimo tempo, e con incredibile facilità, è diventato uno dei maggiori editori di giornali degli Stati Uniti. I nuovi proprietari non sono volati a Chicago per parlare con la redazione né si sono preoccupati di fare grandi discorsi sulla funzione sociale del giornalismo. Sono arrivati e hanno massacrato il giornale.

Due giorni dopo la chiusura dell’accordo, la Alden ha offerto un piano di buonuscita a una parte dei dipendenti. Così il giornale ha perso il cronista locale che aveva sostenuto la causa dei residenti di uno sfortunato complesso di case popolari, il redattore che aveva creato un archivio indipendente degli omicidi in città, il fotografo che aveva realizzato una serie di bellissimi ritratti degli immigrati senza documenti dell’Illinois, il giornalista d’inchiesta che aveva contribuito a sollevare lo scandalo delle società di comodo offshore del governatore dello stato. In poco tempo è sparito un quarto della redazione. E oggi quel che è rimasto dello staff del Tribune (che era stato sfoltito già prima dell’arrivo della Alden) fa molta fatica a mandare avanti il giornale. Quando un importante parlamentare statale si è dimesso per una storia di tangenti, il Tribune non ha potuto seguire lo scandalo perché non aveva cronisti a Springfield, la capitale dello stato. In estate, quando Chicago è stata colpita da un’ondata di omicidi, al giornale non c’era nessuno che facesse il turno di notte per ascoltare la radio della polizia. Con il passare dei mesi la situazione ha continuato a peggiorare.

Il fondo controlla più di duecento giornali, tra cui testate importanti come il Chicago Tribune, il Baltimore Sun e il New York Daily News

Il morale è a pezzi, molti giornalisti rischiano l’esaurimento nervoso. Il caporedattore si è dimesso senza dare spiegazioni e gli amministratori fanno fatica a gestire i tagli. In tutto questo, i vertici della Alden si rifiutano di rilasciare dichiarazioni e di spiegare i piani per il futuro del quotidiano. I dipendenti storici del Tribune hanno visto passare molti padroni cattivi, ma stavolta c’è qualcosa di più sinistro, come se tutto fosse stato calcolato.

“Il Tribune non è come una pianta che sta appassendo nonostante gli sforzi dei giardinieri”, mi dice Charlie Johnson, ex cronista del giornale. “Lo stanno ammazzando, un trimestre dopo l’altro”. Siamo seduti in una caffetteria di Logan square, e Johnson ancora non riesce a capacitarsi di quello che è successo. Il Tribune era in attivo quando la Alden lo ha rilevato. Il giornale era sopravvissuto a quindici anni di cattiva gestione, ricavi in calo e licenziamenti, e aveva finalmente raggiunto una sorta di stabilità. Ora rischia l’estinzione. “La Alden è considerata un ‘fondo avvoltoio’, ma non è il termine giusto”, dice Johnson. “Un avvoltoio non tiene sott’acqua la testa di un animale ferito”.

Modello semplice

Quando la Alden ha cominciato a comprare giornali, circa dieci anni fa, il mondo dell’informazione ha reagito con cauto ottimismo. L’informazione non se la passava bene, ed era già tanto che qualcuno volesse investire nel settore. Forse, si diceva, questo oscuro hedge fund aveva un piano. Un articolo pubblicato da Poynter, un’organizzazione non profit per la promozione e l’insegnamento del giornalismo, definiva “lusinghiero” il fatto che la Alden si interessasse alla stampa locale. Rileggere questi articoli oggi è come guardare un film dell’orrore: vorresti avvertire la vittima di quello che sta per capitargli.

Naturalmente sarebbe troppo facile idealizzare il giornalismo del passato. Le famiglie che controllavano la maggior parte dei quotidiani locali – i Bonfils di Denver, i Chandler di Los Angeles – erano presuntuose, maldestre e in alcuni casi corrotte. A volte usavano i giornali per rafforzare gerarchie sociali oppressive. Ma spesso avevano un ruolo nelle comunità di riferimento di quei giornali e quindi, se non altro, avevano un interesse a realizzare un prodotto rispettabile.

Dall’inizio del secolo sono usciti di scena molti proprietari storici dei quotidiani, con effetti catastrofici. Negli ultimi quindici anni più di un quarto dei giornali americani sono falliti, e quelli che sono sopravvissuti sono diventati più piccoli, più deboli e più esposti alle acquisizioni. Secondo un’analisi del Financial Times, oggi negli Stati Uniti la metà dei quotidiani è controllata da società finanziarie, e la percentuale è destinata ad aumentare. A minacciare la stampa locale non è solo la rivoluzione digitale o l’avvento di forze di mercato astratte, ma il fatto di essere finita nel mirino di investitori che hanno capito come arricchirsi riducendo all’osso le redazioni. Il loro modello è semplice: fanno tagli al personale, vendono gli immobili, alzano il prezzo degli abbonamenti e spremono la testata finché i lettori non disdicono gli abbonamenti e il giornale fallisce o diventa l’ombra di se stesso.

Riservatezza ossessiva

Gli uomini che hanno ideato questo modello sono Randall Smith e Heath Fre­e­man, i fondatori della Alden Global Capital. Hanno cominciato a comprare giornali circa dieci anni fa, e da allora è difficile trovare proprietari più mercenari o meno interessati alla salute a lungo termine delle proprie testate. Secondo uno studio dell’università della North Carolina, i giornali controllati dalla Alden hanno tagliato il doppio del personale rispetto ai loro concorrenti. Non a caso anche la tiratura è diminuita, spiega Ken Doctor, esperto di mezzi d’informazione che ha studiato i dati di alcune di queste testate.

A prima vista può sembrare una formula perdente, ma il punto è che per fare soldi Smith e Freeman non hanno bisogno di rendere sostenibili i loro giornali. Grazie a un’aggressiva politica di riduzione dei costi, la Alden è in grado di ricavare utili dai giornali per anni, mettendo sul mercato un prodotto sempre peggiore. “È la cattiveria del capitalismo applicata ai giornali”, dice Doctor. Per il momento la Alden si è limitata a chiudere quasi esclusivamente i settimanali, ma secondo l’esperto è solo questione di tempo prima che il fondo cominci a chiudere anche i quotidiani.

Questa strategia d’investimento ha gravi conseguenze sociali. Alcune ricerche hanno dimostrato che quando un quotidiano locale chiude, di solito l’affluenza alle urne diminuisce, la polarizzazione politica aumenta e l’impegno civico crolla. La disinformazione cresce. I bilanci delle città si gonfiano, facendo aumentare corruzione e malgoverno. Le conseguenze possono arrivare a influenzare anche la politica nazionale: secondo un’analisi di Politico, alle elezioni del 2016 Donald Trump è andato meglio nei posti dove l’accesso ai mezzi d’informazione locali era limitato.

Un’edicola a New York, negli anni quaranta (Getty Images)

La Alden oggi controlla più di duecento giornali, tra cui testate importanti come il Chicago Tribune, il Baltimore Sun e il New York Daily News. Il fondo è il secondo maggior editore di giornali per tiratura negli Stati Uniti. Alcuni addetti ai lavori dicono che non ci sarebbe da stupirsi se Smith e Freeman un giorno diventassero i più grandi magnati dell’informazione nella storia degli Stati Uniti. Entrambi si distinguono per una riservatezza quasi ossessiva. Sul sito della Alden compare solo il nome della società, e la lista degli investitori è segreta. Nel 2020, quando alcuni membri del congresso statunitense hanno chiesto dettagli sui finanziatori, l’azienda ha risposto che “potrebbero esserci alcune entità legali e strutture organizzative formate fuori degli Stati Uniti”.

Smith, che ha quasi ottant’anni e vive a Palm Beach, in Florida, non rilascia interviste dagli anni ottanta. Freeman è il suo protetto. Ha 41 anni ed è il presidente del fondo. In molte delle redazioni di cui è proprietario non saprebbero riconoscerlo.

Per capire cosa succede quando la Alden Capital compra un giornale locale, basta andare a Vallejo, una città di 120mila abitanti a nord di San Francisco. Nel 2014, quando John Glidden è entrato al Vallejo Times Herald, la redazione era formata da circa dieci persone tra cronisti, redattori e fotografi. Glidden, all’epoca un mite trentenne, era arrivato tardi al giornalismo e voleva dimostrare il suo valore. Ha cominciato occupandosi di criminalità locale ed eventi di comunità. Lo stipendio era da fame e le storie che gli assegnavano non erano entusiasmanti, ma a lui piaceva quel lavoro. Era nato a Vallejo ed era orgoglioso di lavorare per il giornale della sua città. Lo faceva sentire importante.

Un mese dopo il suo arrivo, un collega se n’è andato e a lui hanno chiesto di occuparsi anche di scuola. Pochi mesi dopo, quando il corrispondente dal consiglio municipale ha lasciato il giornale, gli hanno detto di seguire anche la politica. Appena arrivato aveva sentito alcune voci sui proprietari del giornale, ma non ci aveva fatto troppo caso. Ora cominciava a sentire gli effetti della loro gestione.

L’aspetto cruciale è che gli utili generati dai giornali della Alden Global Capital erano usati per finanziare le altre attività del fondo

Quei misteriosi proprietari – che gestivano un fondo speculativo di New York e soprannominati da Glidden “gli uomini lucertola” – avevano un unico obiettivo: aumentare i margini di profitto del giornale. Anno dopo anno i dirigenti della Alden ordinavano nuovi tagli e Glidden si ritrovava regolarmente con meno colleghi e più lavoro da fare. Alla fine è rimasto da solo in redazione, e doveva occuparsi di polizia, scuola, amministrazione cittadina, processi, sanità ed economia. “Ne ho risentito un po’ a livello psicologico”, racconta . “Sentivo di non essere all’altezza perché non riuscivo a seguire tutto”. È ingrassato di 45 chili e ha cominciato a digrignare i denti la notte. Pagava di tasca sua per consultare le carte processuali e non andava mai in vacanza.

A quel punto la Alden, non avendo più nessuno da licenziare, ha cercato nuove soluzioni creative per tagliare i costi. La tipografia è stata spostata in un impianto a più di 150 chilometri dalla città, con il risultato che spesso gli abbonati si trovavano davanti alla porta di casa il giornale del giorno prima. La “redazione” è stata trasferita in una stanza singola presa in affitto dalla camera di commercio locale. L’impaginazione del giornale è stata esternalizzata nelle Filippine. Frustrato ed esausto, nella primavera del 2021 Glidden è crollato. Una giornalista del
Washington Post, che stava scrivendo un articolo sul nuovo impero editoriale della Alden, gli ha chiesto come si sentiva ad essere l’ultimo cronista in città. “È triste vedere il giornale così. Vallejo merita di più”, ha risposto. Poche settimane dopo l’uscita dell’articolo, Glidden è stato licenziato. Il direttore ha motivato la decisione dicendo che Glidden aveva violato il codice deontologico. Ma lui era sicuro di conoscere il vero motivo: la Alden se ne voleva liberare.

La storia della Alden Capital è cominciata sul set di Dream house, un gioco a premi televisivo degli anni sessanta. Randall Duncan Smith – Randy per gli amici – era in piedi vicino alla moglie Kathryn e rispondeva a una raffica di domande di fronte al pubblico in studio. In ogni puntata del programma due coppie si affrontavano per vincere una casa. Gli Smith vinsero, ma decisero di rinunciare alla casa e di incassare un premio in denaro, ventimila dollari che Randall avrebbe usato per fondare una piccola società di compravendite finanziarie, la R.D. Smith & Company. Randall era laureato alla Cornell university, aveva un master in amministrazione d’impresa e stava per diventare socio alla Bear Stearns, dove avrebbe potuto fare fortuna semplicemente scalando la gerarchia aziendale. Ma ebbe una grande idea: era convinto che si potesse guadagnare molto comprando aziende in crisi, portandole al fallimento e poi rivendendole a pezzi. L’espressione vulture capitalism (capitalismo avvoltoio) non era ancora stata inventata, ma lui sarebbe diventato un pioniere del settore. Il primo affare lo fece comprando un’azienda aerospaziale vicina al fallimento, poi ne comprò una di Dallas che si occupava di trivellazioni.

Un grande dito medio

Negli anni ottanta Randall era ricchissimo – vacanze in Costa Azzurra, una tenuta di famiglia vicino a New York – e cominciò a istruire i figli sulle meraviglie del capitalismo. Insegnava a Caleb, otto anni, a fare operazioni di trading su un computer Quotron. Spiegava alla famiglia il concetto di gratificazione ritardata rimandando il Natale perché a dicembre il prezzo dei titoli era più basso e lui investiva tutto il denaro a disposizione. Caleb, in un’intervista a D Magazine, ha raccontato che una volta chiese al padre perché lavorasse sempre:

“È un gioco”, gli rispose.

“E chi vince?”, chiese Caleb.

“Quello che muore con più soldi”.

Maria Toutoudaki, Getty Images

Negli anni novanta Randall cominciò a preoccuparsi della sua privacy. Non voleva più parlare con la stampa, vietava a chiunque di fotografarlo e si faceva vedere raramente in pubblico. Un suo conoscente ha detto al Village Voice che Smith “è il tipo di persona che ogni due anni si libera di tutto” per evitare di finire sulla lista degli uomini più ricchi del mondo. Molti dei suoi investimenti erano guidati da un freddo pragmatismo, ma Smith aveva un particolare interesse per i mezzi d’informazione. Aiutò il fratello Russ a lanciare il New York Press, un settimanale gratuito distribuito a Manhattan. Russ Smith è un libertario irriverente, e il suo giornale non faceva niente per nascondere il disprezzo verso la categoria dei giornalisti. “Sono disgustato dal mondo incestuoso del giornalismo newyorchese”, disse al New York magazine. Nella sua rubrica intitolata “Mugger” (rapinatore) faceva a pezzi i giornalisti della città.

Randall non aveva un ruolo editoriale nel New York Press, e il suo investimento nel progetto (che aveva scarse possibilità di garantire i ritorni a cui era abituato) potrebbe essere spiegato semplicemente come un atto di lealtà nei confronti del fratello. Ma anni dopo, quando Smith si è trasferito a Palm Beach ed è diventato uno dei principali finanziatori della campagna presidenziale di Donald Trump, si è capito meglio il senso di quell’operazione: un gigantesco dito medio verso l’establishment dell’informazione.

Non è chiaro perché Randall Smith abbia scelto Heath Freeman come suo protetto. Parlando con gli ex dipendenti della Alden, ho sentito ripetere spesso che il loro rapporto va oltre gli affari. “Sembravano padre e figlio. Erano molto vicini”, mi ha detto uno di loro. Freeman non è mai sceso nei particolari del suo legame con Smith, limitandosi a dire che prima di entrare in affari insieme erano amici di famiglia. Chi lo conosce descrive Freeman come il classico agente di Wall street, con i ricci impomatati, la barbetta curatissima e un ghigno costante sul viso.

All’inizio, quando la Alden è entrata nel mondo dell’informazione, Freeman sembrava disposto a modernizzare e a rafforzare le redazioni. Per un breve momento i giornali del fondo sono diventati i beniamini di chi si occupa di informazione. Ma nel 2014 i suoi dirigenti hanno capito che in quel modo sarebbe stato difficile ottenere profitti a breve termine. Reinventare i giornali avrebbe richiesto anni di false partenze e sperimentazioni. Soprattutto, avrebbe rinviato i guadagni per gli investitori. Così Freeman ha cambiato idea. Ha chiuso i progetti pensati per rinnovare l’offerta informativa e ha messo all’asta tutti i giornali della Alden. E quando si è reso conto che le offerte non erano abbastanza alte, ha dedicato tutte le sue energie a spremerli il più possibile. Il calcolo della Alden era semplice: anche se il settore era in declino, i giornali continuavano a generare centinaia di milioni di dollari di ricavi ogni anno. Molte testate facevano utili. Per guadagnare, Freeman e i suoi investitori non dovevano preoccuparsi troppo della salute a lungo termine delle loro proprietà: bastava massimizzare i profitti il più velocemente possibile. Secondo un’analisi del sindacato News­Guild, dal 2015 al 2017 Freeman ha tagliato del 36 per cento il personale delle redazioni. Nel frattempo ha aumentato i prezzi degli abbonamenti. Di solito gli abbonati – spesso lettori fedelissimi non troppo attenti a quanto spendevano – ci mettevano un po’ prima di accorgersi che stavano pagando di più per un prodotto peggiore. Alla fine le persone disdicevano gli abbonamenti e i giornali fallivano. Ma finché la Alden recuperava l’investimento l’operazione era un successo (un portavoce della società ha smentito questa ricostruzione).

Nel suo momento di massimo splendore, il Baltimore Sun aveva più di quattrocento giornalisti, con inviati a Londra, a Tokyo e a Gerusalemme

L’aspetto cruciale è che gli utili generati dai giornali della Alden non erano usati per ricostruire le redazioni ma per finanziare le altre attività del fondo. In alcuni documenti legali, la Alden ha ammesso di aver spostato centinaia di milioni di dollari dalle sue testate a una serie di rischiosi investimenti su immobili commerciali e titoli di stato greci. Per gli esperti del settore, questo modello separa la Alden anche da editori come la Gannett, famosa per i tagli drastici al personale.

Strana telefonata

Freeman raramente si fa vedere nelle redazioni dei giornali che compra, e quando lo fa mostra un disinteressato disprezzo per i giornalisti. Secondo diversi testimoni, è capitato che entrasse in ufficio e chiedesse ad alta voce: “Cos’è che fanno tutte queste persone?”. Un ex dirigente della Alden ricorda che una volta, durante una riunione, Freeman ha proposto di sbarazzarsi di tutti i giornalisti a tempo pieno e di affidarsi solo a collaboratori freelance (Freeman ha smentito attraverso un portavoce). Nelle tante conversazioni che ho avuto con persone che hanno lavorato con lui, nessuno ricorda di averlo mai visto leggere un giornale.

A prescindere dai comportamenti personali, l’ordine di scuderia era sempre lo stesso: tagliare e poi ancora tagliare. “Era chiaro che non gli importava niente della sostenibilità a lungo termine dell’azienda. Contavano solo i margini di profitto del trimestre successivo”, dice Matt DeRienzo, che ha lavorato come editore per i giornali della Alden in Connecticut prima di dare le dimissioni. Un altro ex editore spiega che per Freeman i giornali locali devono essere trattati come una qualsiasi materia prima in un settore estrattivo. “Per lui è come con il petrolio. Spera che il pozzo non si prosciughi mai, ma finché non finisce lui continua a pompare. E lo sanno tutti che finirà”.

Poco dopo l’acquisizione della Tribune Publishing da parte della Alden Capital, ho provato a parlare con Randall Smith e Heath Freeman. La mia richiesta di un’intervista con il primo è stata respinta dal suo portavoce prima ancora che finissi di formulare la domanda. Freeman si è rivelato un po’ più accessibile. Ha rifiutato di incontrarmi di persona e di farsi vedere su Zoom. Ma dopo settimane di trattative ha accettato di parlarmi al telefono, a condizione che parti della conversazione fossero tenute “in background” (in altre parole potevo usare genericamente le informazioni ma non attribuirle a lui). Il pomeriggio dell’appuntamento ho composto il numero fornito dal suo portavoce e mi sono ritrovato a parlare con l’uomo più temuto dai giornali statunitensi.

Quando gli ho chiesto cosa non va secondo lui nel mondo dei giornali, Freeman si è lanciato in un monologo pieno di espressioni gergali ma povero di spunti. “Molti operatori guardavano ai giornali come a una fonte di ricavi pubblicitari”, dice, “e secondo noi non era una prospettiva giusta. Questo è un business che si regge sugli abbonamenti”. Freeman si è animato un po’ quando abbiamo parlato della possibilità che i giornali chiedano soldi alle aziende della Silicon valley. “Dobbiamo pretendere che i colossi tecnologici come Google, Apple e Facebook paghino un equo compenso per i nostri contenuti informativi originali”, mi ha detto. Non è la prima volta che Freeman fa questa proposta, ed è facile capire il perché. Sull’onda dei procedimenti legali in corso in Australia e in Europa, negli ultimi tempi il mondo dell’informazione sta coltivando la speranza che Google e Face­book siano obbligati a condividere i ricavi pubblicitari con le testate locali che gli forniscono contenuti. Secondo alcuni, è l’ultima possibilità di salvare il mercato dell’informazione locale statunitense. Ma i soldi dovrebbero andare alle redazioni in sofferenza, non finire nelle tasche degli investitori della Alden.

Prima dell’intervista avevo contattato diversi giornalisti della Alden per farmi dire cosa avrebbero chiesto al loro capo se ne avessero avuto la possibilità. Molti mi avevano risposto più o meno la stessa cosa: quali articoli dei suoi giornali ha particolarmente apprezzato negli ultimi tempi? Ho girato la domanda a Freeman, che però ha preferito non rispondere.

Freeman è consapevole della sua fama di uomo spietato, ma sembra considerare l’impegno della Alden a tagliare i costi come una specie di medaglia d’onore, che lo distingue dall’insipienza e dalla vigliaccheria dei proprietari di giornali della vecchia generazione. “Prima dell’acquisizione della Tribune Company, praticamente tutti i giornali che compravamo erano o falliti o vicini alla liquidazione”, mi ha detto. “In molti casi venivano lasciati morire da famiglie che non erano disposte a prendere decisioni difficili ma necessarie per riportarli su una strada sostenibile. Questi giornali sarebbero falliti se non fossimo intervenuti noi”.

È vero che la Alden è entrata nel mercato comprando giornali in difficoltà, ma non tutti erano destinati al fallimento. Al contrario, la Tribune Publishing, che oggi rappresenta una porzione sostanziale delle testate della Alden, era in attivo.

Richard Coombs, EyeEm/Getty Images

Non ci sono molti motivi per pensare che la Alden abbia a cuore la “sostenibilità” dei giornali. I suoi manager potrebbero dichiarare, come fanno molti economisti, che i fondi avvoltoio svolgono un ruolo utile nella “distruzione creativa”, smantellando le aziende superate per fare spazio a realtà più innovative. Ma nel caso dell’informazione locale non c’è niente in grado di sostituire i giornali che scompaiono. Alcune pubblicazioni, come il Minneapolis Star Tribune, hanno sviluppato modelli di successo e duraturi che i giornali della Alden potrebbero provare ad adottare. Ma questo richiederebbe un lavoro lento e meticoloso, e ci sono modi più facili per fare soldi.

La versione di Simon

Un mese dopo che il Baltimore Sun è stato rilevato dalla Alden, un giornalista anziano del quotidiano ha accettato di rispondere su Zoom alle domande di un gruppo di colleghi preoccupati. I nuovi proprietari avevano annunciato degli accordi sulla buonuscita, alcuni dipendenti storici se ne stavano andando e quelli rimasti volevano chiarimenti sul futuro. Quando gli hanno chiesto se il loro lavoro era ancora apprezzato, il giornalista anziano è apparso demoralizzato. Ha risposto che lui apprezzava ancora il lavoro del giornale, ma che non poteva parlare per i suoi capi. “Non si fanno sentire… Sono come individui senza nome, senza volto”.

Nei mesi successivi, al Sun non ci sono stati tagli drastici al personale simili a quelli fatti in altre testate. I redattori hanno continuato a fare il loro lavoro, e il sindacato ha continuato a cercare il modo di fare pressione sulla Alden. Ma su tutto aleggia un senso di fatalismo. “È come se stessimo lottando contro il capitalismo”, mi ha detto Lillian Reed, la giornalista che ha lanciato la campagna “Save our Sun”. “Quante possibilità ho di vincere contro il capitalismo in America? Forse nessuna”.

Per David Simon, ex giornalista di cronaca nera del Baltimore Sun che ha creato la serie tv The wire, la triste fine del giornale è un epilogo inevitabile ma allo stesso tempo frustrante. Il quotidiano, dice, era in difficoltà da anni per colpa di proprietari incapaci, ed era solo questione di tempo prima che un’azienda senza scrupoli come la Alden mettesse fine alle sue sofferenze. Come molti reduci del Sun, Simon conosce alla perfezione la storia della testata. È in grado di citare articoli usciti decenni prima e di elencare tutte le persone che il giornale ha fatto arrabbiare. Cita H. L. Mencken, editorialista del quotidiano per buona parte del novecento, sulle gioie del giornalismo: “È davvero una vita da re”. Nel suo momento di massimo splendore, il Sun aveva più di quattrocento giornalisti, con inviati a Londra, Tokyo e Gerusalemme. Durante la seconda guerra mondiale i suoi corrispondenti di guerra diedero ai lettori statunitensi notizie di prima mano sui campi di concentramento nazisti. La sua pagina delle opinioni era capace di creare o distruggere le carriere dei politici del Maryland.

Ma per Simon quel giornale ormai esiste solo nel passato. Da quando la Alden ne ha preso il controllo, dice, il Sun è come “un prigioniero” con poche possibilità di evadere. La cosa che lo preoccupa di più è come la città riuscirà ad andare avanti senza un quotidiano forte che tiene sotto controllo chi comanda. “Quando l’informazion muore succede quello che è successo a noi: aumentano la corruzione e il malgoverno”.

Da sapere
Tagli al personale
Giornalisti nelle redazioni negli Stati Uniti, migliaia (Fonte: Pew research center)

Simon mi parla al telefono dal set della sua nuova miniserie, We own this city, che racconta la storia vera di un gruppo di poliziotti di Baltimora che per anni hanno gestito un giro di droga. Quando l’Fbi li ha scoperti, nel 2017, la loro operazione illecita aveva provocato la morte di un civile e una serie di condanne e arresti ingiustificati. La serie è tratta da un libro scritto da un cronista del Sun, e Simon ci tiene a sottolineare che il giornale ha ancora ottimi giornalisti che scrivono di vicende importanti. Ma è convinto che lo scandalo sarebbe venuto alla luce molto prima se il Sun avesse lavorato a pieno regime.

Baltimora ha sempre avuto i suoi problemi, continua Simon: “Ma quando qualcuno cominciava a fare cazzate in modo eclatante e aggressivo, se cominciava a rubare, a imbrogliare e a mentire, arrivava un giornalista che gli diceva: ‘Stai imbrogliando e stai mentendo’”. Poi conclude: “Le cose vanno male da talmente tanto tempo che ormai le istituzioni sono quasi irrecuperabili”.

Erede spirituale

Cosa succederà ora? A meno che le sorti del Tribune non cambino, presto Chicago potrebbe diventare un triste caso di studio. Se Baltimora vuole evitare di fare la stessa fine, dice Simon, deve spuntare all’orizzonte qualcosa di nuovo, un erede spirituale del Sun: “Un giornale è fatto dai suoi contenuti e dalle persone che ci lavorano. Non è un nome o una bandiera”.

Forse verrà accontentato. Stewart Bainum, un imprenditore che all’inizio di quest’anno ha provato a comprare il Baltimore Sun dalla Alden, sta lavorando sottotraccia a un nuovo progetto. Convinto che il Sun non sarà in grado di garantire la copertura giornalistica di cui la città ha bisogno, ha deciso di creare da zero una nuova testata. Vuole costruire una redazione importante che si occupi non solo di politica locale, ma anche di sport, scuola, ristoranti e arte. “Ci vogliono molti soldi veri per fare la differenza”, dice. “Altrimenti è come pisciare nell’oceano”.

L’anno prossimo Bainum lancerà il Baltimore Banner, una testata online. Partirà con un budget annuale di 15 milioni di dollari, una cifra senza precedenti per un giornale di questo tipo. All’inizio il Banner si affiderà alle donazioni, ma l’obiettivo è vendere abbastanza abbonamenti da diventare autosufficiente entro cinque anni. Bainum è consapevole dei rischi ma è convinto che valga la pena di provare a sviluppare un modello di successo che possa essere replicato in altri mercati. “Non mi viene in mente un settore più importante dell’informazione locale per garantire il funzionamento della democrazia”, dice. Il Banner comincerà con cinquanta giornalisti – più o meno come il Sun – e una missione ambiziosa. Uno degli slogan a cui Bainum sta pensando è “Maryland’s best newsroom”, la “migliore redazione del Maryland”. Quando gli chiedo se pensa di assumere giornalisti del Sun, risponde sorridendo: “Be’, hanno dei giornalisti molto bravi”. ◆ fas

McKay Coppins è un giornalista statunitense. Si occupa di politica, religione e mezzi d’informazione per l’Atlantic.

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Questo articolo è uscito sul numero 1435 di Internazionale, a pagina 50. Compra questo numero | Abbonati