Si regge con una mano alla sporgenza e inclina il busto all’indietro. I piedi, vicinissimi, poggiano su una sottile trave di alluminio. Sotto di lui, centinaia di persone lo fissano sperando che non cada. Alex Honnold sta scalando il Taipei 101, un grattacielo alto 508 metri nella capitale di Taiwan. E stavolta lo fa senza protezioni.
Il 25 gennaio l’evento è stato trasmesso in diretta su Netflix, ma se ne trova una sintesi anche su YouTube. “Se mi allenassi con costanza per una decina d’anni”, commenta un utente, “forse potrei riuscire a guardare questo video”. Honnold, dal canto suo, sembra tranquillissimo: sorride e saluta la folla con aria quasi infantile. Arrivato in cima, con la maglietta rossa che svolazza al vento, si scatta un selfie.
Lo sport praticato da Honnold è di quelli in cui un errore può costarti la vita. Oltre al free solo, cioè l’arrampicata in solitaria senza protezioni, rientrano tra gli sport estremi anche lo sci ripido e il base jumping, ossia il lancio con il paracadute da strutture fisse come edifici o ponti. Secondo gli scienziati, circa uno su 2.317 di questi salti si rivela fatale.
Chi si sente mancare solo guardando un video si chiederà cosa spinge una persona a sottoporsi a prove come queste. Chi pratica sport estremi non conosce forse la paura? O magari ha un rapporto del tutto peculiare con quest’emozione?
Probabilmente se lo è chiesto anche la neuroscienziata Jane Joseph quando ha fatto una risonanza magnetica a Honnold per analizzarne l’attività cerebrale, con particolare attenzione all’area dell’amigdala. Questa struttura a forma di mandorla si trova in profondità nel cervello e funziona un po’ come un sistema di allarme che si attiva rapidamente quando si percepisce una minaccia, spiega Matthias Sperl, psicoterapeuta specializzato nello studio della paura all’università di Siegen, in Germania. È un meccanismo molto utile dal punto di vista evolutivo: “Davanti a un leone dobbiamo scappare il prima possibile”. Quello della paura, però, è un meccanismo complesso che coinvolge anche parti del lobo frontale, come la corteccia prefrontale ventromediale, che fa da contrappeso all’amigdala: se quest’ultima fa scattare la paura, la corteccia interviene per regolarla.
Joseph ha mostrato a Honnold l’immagine di un cadavere, quella di un water pieno di escrementi e diverse scene di arrampicata. La sua amigdala ha reagito a stento, facendo concludere alla ricercatrice che probabilimente l’arrampicatore non provava alcuna paura. Per Sperl, tuttavia, questa è una spiegazione semplicistica perché l’amigdala si adatta rapidamente agli stimoli che recepisce: se si mostrano a una persona delle fotografie disturbanti, tra la prima e l’ultima immagine ci sarà una progressiva diminuzione dell’attività di questa struttura.
Quello della risonanza magnetica cerebrale, conclude Sperl, è un simpatico aneddoto senza basi scientifiche: mancano i dati sulle soglie statistiche, e per trarre conclusioni affidabli servono campioni più estesi e gruppi di controllo, che ci dicano cosa succede se mostriamo immagini analoghe a persone che non praticano sport estremi.
Stabilità emotiva
Per molto tempo la psicologia ha ritenuto che chi pratica sport estremi non conosce la paura, sostiene Solène Gerwann, ricercatrice che si occupa di sport presso l’università di Heidelberg. Questa idea si inseriva nel concetto di sensation seeking, che indica la ricerca di stimoli sempre nuovi da ottenere anche a costo di correre dei rischi. Questa caratteristica è stata associata anche al consumo di droghe, al gioco d’azzardo o alle corse in auto. È una visione in accordo con l’idea che chi pratica sport estremi sia “drogato di adrenalina”, cioè sia amante del brivido.
Ma da studi più recenti è emerso che le persone che praticano sport estremi sono in realtà piuttosto responsabili e stabili dal punto di vista emotivo. “Tendono a tenere sotto controllo i rischi,” spiega Gerwann: si preparano meticolosamente, verificano le condizioni meteorologiche e si procurano tutta l’attrezzatura necessaria. “E poi”, aggiunge, “non si arrampicano senza corde, così, a caso”.
Chi pratica sport estremi allena il proprio cervello alla paura: “Si comincia con altezze ridotte e poi si progredisce”, spiega Sperl, “finché si arriva a scalare un grattacielo!”. La paura diminuisce a ogni salita e il cervello impara che la temuta catastrofe non si verificherà (si spera). Diversamente da quanto pensavano gli studiosi, eliminare del tutto la paura è impossibile. “Quel che accade, invece, è che si forma una nuova traccia di memoria, in concorrenza con la precedente,” spiega Sperl.
“Ormai sappiamo che anche chi pratica sport estremi prova paura”, conclude Gerwann. Finora, però, non ci sono molti studi che interpellano i diretti interessati. Da alcune prime ricerche sembra che per gli atleti la paura sia una componente fondamentale e inevitabile dello sport: invece di reprimerla cercano di accoglierla e accettarla. Del resto, proprio negli sport estremi, questa emozione è di vitale importanza, perché permette di concentrarsi al massimo e di valutare i rischi.
Uno studio norvegese del 2018 ha esaminato questo aspetto nello sci estremo. A 53 sciatori, sui cui caschi erano state montate delle videocamere, è stato chiesto quali emozioni avessero provato durante una discesa. Ne è emerso che il picco massimo della paura veniva raggiunto nel minuto precedente alla partenza. È logico se si pensa che proprio in quella fase serve la massima concentrazione. Durante la discesa, invece, la paura diminuiva.
Tuttavia i ricercatori non hanno individuato segni di paura sui volti degli sciatori. L’emozione rilevata con maggiore frequenza è stata la gioia: soprattutto durante le brevi soste, gli sciatori sorridevano.
Per Gerwann, quando si parla di sport estremi, spesso non si considerano gli aspetti positivi. Eppure, molti atleti dicono di sperimentare il flow, cioè la sensazione di essere completamente immersi nel presente e di svolgere un’attività per puro piacere. Altri studi rilevano il ruolo importante della natura: l’arrampicata offre panorami mozzafiato, lo sci estremo permette di fluttuare su manti di neve intonsa. C’è anche chi, grazie allo sport estremo, sente di fare un’esperienza trascendentale o prova una particolare sensazione di libertà. “Insomma”, conclude Gerwann, “le motivazioni sono più variegate di quanto si possa pensare”. Brivido, avventura e adrenalina sono solo una piccola parte del quadro. ◆ sk
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Questo articolo è uscito sul numero 1656 di Internazionale, a pagina 108. Compra questo numero | Abbonati