Che tutto debba cambiare sembra – da qualche tempo – possibile. Aspetti fondamentali della nostra realtà, o regole e istituzioni che avevamo finito per considerare inevitabili, tra il 2020 e il 2021 hanno dato l’impressione di essere meno imprescindibili di prima. Cose come il costo del sistema sanitario e dei servizi per l’infanzia. Gli uffici, le carceri, la polizia. I combustibili fossili, l’ostruzionismo, Facebook. Il perseguire la felicità lavorando senza tregua. Le rate mensili per rimborsare i prestiti contratti da studenti all’università. L’affitto da pagare ogni mese, finché un giorno non c’è più una scadenza.

Per David Grae­ber era evidente che le cose non dovessero essere com’erano. Grae­ber era un antropologo, cioè per lavoro studiava altri modi di vivere. “M’interessa l’antropologia perché m’interessano le possibilità umane”, diceva. Grae­ber era anche un anarchico. “In un certo senso”, spiegava, “è sempre esistita un’affinità tra antropologia e anarchismo, semplicemente perché gli antropologi sanno che una società senza stato è possibile. Ce ne sono state un sacco”. Un mondo migliore non era garantito, ma era possibile. E comunque, come scriveva in Frammenti di antropologia anarchica (Elèuthera 2006), “visto che non sappiamo se un mondo radicalmente migliore è impossibile, mi chiedo se non tradiamo la fiducia delle persone quando continuiamo a giustificare e riprodurre questo casino che ci ritroviamo tra le mani”.

angelo monne

David Grae­ber è morto all’improvviso il 2 settembre 2020, a 59 anni. Anche se non aveva mai voluto essere un leader, ha lasciato dietro di sé una miriade di persone che lo seguivano e lo ammiravano, nel mondo dell’arte e dell’economia, ma anche tra le forze rivoluzionarie curde. Persone di cui aveva conquistato l’immaginazione come studioso e docente, come intellettuale pubblico del movimento Occupy Wall street e come autore di libri di successo tra cui Debito. I primi 5.000 anni (Il Saggiatore 2012) e Bull­shit jobs (Garzanti 2018), libri che viaggiano attraverso epoche e discipline offrendo provocazioni erudite in un linguaggio accessibile a tutti. Dopo la sua morte, amici e ammiratori da tutto il mondo – dal Brasile al Giappone alla Nuova Zelanda – hanno inviato contributi video per una celebrazione online in suo onore. Un anno dopo la vedova di Grae­ber, l’artista Nika Dubrov­sky, non ha ancora finito di guardare tutto il materiale che ha ricevuto.

Grae­ber ha anche lasciato un colossale progetto, portato a termine tre settimane prima della sua morte, L’alba di tutto: una nuova storia dell’umanità (uscirà il 1 febbraio per Rizzoli). Scritto con l’archeologo David Wengrow e basato su nuove scoperte, il libro sfida l’opinione comune sull’evoluzione della civiltà. Così com’è generalmente presentata, la storia dell’umanità segue un corso lineare attraverso fasi distinte, passando dai gruppi e dalle tribù di cacciatori-raccoglitori all’agricoltura, alle città e ai re. Ma analizzando tracce storiche e archeologiche, Grae­ber e Wengrow si erano imbattuti in molte altre storie, che avevano portato l’umanità su strade diverse e imprevedibili. C’erano, per esempio, società che praticavano l’agricoltura ma non in modo esclusivo, o società dove l’autorità poteva esercitare il potere solo in certi periodi dell’anno. Alcune città si formavano senza un apparente governo centrale. Brutali gerarchie nascevano tra popoli che poi cambiavano rotta. Le settecento pagine del libro pullulano di possibilità. Per gli autori, sono una testimonianza della capacità umana di agire e inventare, quindi di prendere decisioni politiche consapevoli, una capacità ignorata dalla storia convenzionale. “Siamo progetti nati da un’autocreazione collettiva”, hanno scritto Grae­ber e Wengrow. “E se fosse questo il nostro approccio alla storia dell’umanità? E se trattassimo fin dall’inizio le persone come creature intelligenti, creative e giocose, che meritano di essere conside­rate così?”.

Grae­ber aveva quattordici anni quando entrò alla Phillips academy di Andover, un liceo privato del Massachusetts. Figlio di una New York orgogliosamente proletaria, era estraneo al mondo dell’aristocrazia bianca protestante. Sua madre, Ruth Rubinstein, era figlia d’immigrati ebrei e aveva conosciuto Kenneth Grae­ber, originario del Kansas e non ebreo, a un campo estivo comunista. Quando si sposarono, la famiglia di Ruth la ripudiò. Kenneth lavorava come addetto alla lastre di stampa in tipografia, Ruth cuciva reggiseni. Negli anni trenta Kenneth si era unito alle Brigate internazionali e aveva guidato un’ambulanza durante la guerra civile spagnola. Ruth, nel frattempo, si esibiva in un musical finanziato da un sindacato, Pins and needles, che finì a Broadway con il suo cast di operai e operaie dell’industria tessile (dopo quell’esperienza Ruth sarebbe tornata a cucire reggiseni). Il numero principale del musical, il brano Chain store Daisy, parlava di una laureata del Vassar college che vendeva panciere nei grandi magazzini Macy’s. Ruth non era mai andata al college, ma era un’avida lettrice. Anni dopo, è a lei che il figlio avrebbe pensato immaginando il pubblico dei suoi libri.

Ruth e Kenneth avevano più di quarant’anni quando nacque David, il loro secondogenito, e la famiglia aveva raggiunto una certa stabilità economica. Quando lui era ancora piccolo, si trasferirono in un appartamento della cooperativa abitativa Penn South, un complesso di alloggi popolari creato a Manhattan, nel quartiere di Chelsea, con il sostegno del sindacato internazionale dei lavoratori dell’abbigliamento femminile. Avevano anche una casetta dal tetto spiovente a Fire Island, un’isola di fronte a Long Beach, con mensole cariche di tascabili di fantascienza (uno dei primi ricordi “impegnati” di Grae­ber era un corteo antimilitarista in spiaggia, alla fine degli anni sessanta). Dopo aver sviluppato una passione per la traduzione di geroglifici maya, Grae­ber cominciò uno scambio epistolare con un professore di archeologia dell’università di Yale, che lo aiutò a ottenere una borsa per Andover. Quell’improvvisa immersione nel mondo delle scuole private gettò ottime basi per la formazione di un adolescente brillante che sarebbe diventato un antropologo radicale.

L’istruzione di Grae­ber proseguì al Purchase college, sempre nello stato di New York, poi all’università di Chicago, dove conseguì un dottorato in antropologia. Il suo tutor, il celebre studioso Marshall Sahlins, gli aveva suggerito di fare della ricerca sul campo in Madagascar. Grae­ber ci trascorse quasi due anni, lavorando a quella che sarebbe diventata la sua tesi di dottorato e, in seguito, il suo libro Lost people: magic and the legacy of slavery in Madagascar. Nella prefazione, scriveva che l’ambizione dell’etnografia doveva essere quella di “dare accesso a un universo, a un modo di vita totale”.

Nel periodo passato tra i malgasci, Grae­ber si rese conto che la loro vita quotidiana si svolgeva al di fuori del controllo dello stato. Non pagavano tasse, non chiamavano la polizia e, invece di contare su strutture gerarchiche dell’autorità, prendevano le decisioni collettivamente. I malgasci andavano per la loro strada, comportandosi – in sintonia con i princìpi anarchici – come fossero già liberi. Grae­ber si considerava un anarchico da quando era adolescente, ma in Madagascar aveva potuto vedere l’anarchismo all’opera.

Osservato sul campo, quell’anarchismo quotidiano fu un’epifania che in seguito Grae­ber avrebbe cercato di trasmettere a un pubblico più ampio. L’anarchismo consisteva nell’“avere il coraggio di prendere i semplici princìpi di quel senso civile che guida le nostre vite e seguirli fino alle loro logiche conclusioni”, scriveva in un breve saggio intitolato Sei un anarchico? La risposta potrebbe sorprenderti! Spiegava che quando le persone fanno educatamente la fila per salire sull’autobus, senza che nessuno le obblighi, si comportano da anarchiche.

Era una descrizione prudentemente accettabile dell’anarchismo, ma negli anni Grae­ber avrebbe preso le difese di attività anarchiche giudicate molto più preoccupanti da alcuni osservatori, come quelle violente dei black bloc. Grae­ber non cercava di ammorbidire le sue posizioni politiche per essere più popolare. Voleva sfidare delle finte verità date per scontate mostrando quanto si scostassero dalla realtà. Per esempio: “Gli esseri umani sono fondamentalmente egoisti e agiscono di conseguenza”. Accettando senza riflettere un’opinione come questa finiamo per non vedere “almeno metà della nostra attività, che si potrebbe facilmente descrivere come comunista o anarchica”, scriveva Grae­ber. La sua visione politica e quella antropologica erano collegate da un ottimismo di base sull’umanità. Il problema, secondo lui, era che non rendiamo abbastanza merito alle persone.

Quando Grae­ber entrò a Yale nel 1988 come professore associato, non si aspettava di lavorarci a lungo. All’epoca i posti di associato non erano tanto gradini verso un incarico permanente quanto lavori a tempo determinato. Il risultato era un forte senso di divisione tra i professori ordinari e i loro colleghi più giovani e precari. Nei corsi di Grae­ber, però, le questioni di status non contavano molto.

“In un certo senso”, spiegava Graeber , “è sempre esistita un’affinità tra antropologia e anarchismo, perché gli antropologi sanno che una società senza stato è possibile”

“Incontrare David era un po’ come incontrare un altro studente. Non era molto più grande di noi”, ricorda Christina Moon, che all’epoca era una dottoranda in antropologia. Grae­ber si univa alle serate per guardare Buffy l’ammazzavampiri organizzate dagli universitari. Li portava a cena fuori e pagava per tutti. Il suo ufficio era pieno di tappeti, lampade vecchie, ninnoli e pile di libri e articoli.

Un giorno, nel 1999, subito dopo aver fatto lezione in un corso intitolato Potere, classe e cosmologia, Grae­ber fu attirato da un titolo di giornale sugli scontri scoppiati a Seattle durante il vertice dell’Organizzazione mondiale del commercio. Era la messa in atto dei princìpi che difendeva da tempo. Così prese un anno sabbatico per immergersi nel movimento per la giustizia globale, aderendo al Direct action network di New York. Il gruppo faceva parte di una confederazione nazionale di attivisti venuta alla ribalta dopo Seattle. Senza una struttura rigida, agiva secondo princìpi anarchici, prendendo le decisioni a maggioranza e programmando le iniziative attraverso gruppi di affinità. Era proprio come in Madagascar, anche se “molto più formalizzato ed esplicito”, avrebbe scritto Grae­ber in seguito, “dato che in Madagascar tutti agiscono così dal giorno in cui imparano a parlare”.

Come quand’era in Madagascar, Grae­ber prendeva moltissimi appunti sulle abitudini che osservava: in che modo gli attivisti appianavano i conflitti oppure come condividevano le sigarette. Ayça Çubukçu, che oggi insegna sociologia alla London school of econo­mics, conobbe Grae­ber a New York in un centro di quartiere del Lower East Side, attraverso il Direct action network. Fu colpita dal suo lavoro, che nel 2009 sarebbe diventato il libro Direct action: an ethno­graphy. Le scienze sociali tendono a basarsi su “una distinzione tra il soggetto e l’oggetto dell’analisi, e David la fece saltare in aria”, osserva. “Il suo metodo era classico, nel senso che districava le logiche implicite e i mondi simbolici degli attivisti. Ma il motivo per cui ne aveva una comprensione così profonda era che ne faceva parte”. Ben presto Grae­ber si ritrovò a organizzare azioni e a parlare con i giornalisti a nome del Direct action network.

Quando tornò a Yale dopo il suo anno sabbatico, alcuni ordinari, un tempo amichevoli, presero le distanze. Grae­ber era convinto di esserseli messi contro con il suo attivismo. Nel frattempo, con una battaglia sempre più intensa gli studenti stavano cercando di dotarsi di un sindacato. Quando si rivolsero a Grae­ber, quest’ultimo offrì subito il suo sostegno, a differenza di molti suoi colleghi.

Era sempre più evidente che i princìpi al centro del lavoro di Grae­ber mal si adattavano al contesto accademico. Grae­ber non credeva nella gerarchia e si comportava di conseguenza. Ma quali che fossero le sue convinzioni, i colleghi esercitavano comunque un potere su di lui. Il primo rinnovo del suo contratto era stato approvato senza problemi. Al momento del secondo rinnovo, un gruppo di docenti si disse contrario, sostenendo che Grae­ber non aveva partecipato abbastanza ai lavori delle commissioni. La sua scelta di non trasferirsi stabilmente a New Haven, dove c’era la sede dell’università, lo aveva reso ancora più un outsider, ma la famiglia lo teneva legato a New York. Il fratello maggiore stava morendo di cancro; poi, dopo una serie di piccoli ictus, la salute della madre cominciò a deteriorarsi. Grae­ber accettò di contribuire di più alle attività del dipartimento e Yale prese l’insolita decisione di riesaminare il suo contratto dopo un anno.

Poi nel 2005 Grae­ber e Moon, la sua dottoranda, presero parte a una riunione burrascosa. Oltre a essere coinvolta nel progetto del sindacato degli studenti, al centro di molte tensioni, Moon stava lavorando a una tesi che sembrava lasciare perplessi alcuni dei professori ordinari. Voleva studiare le forme di lavoro emergenti nell’industria dell’abbigliamento statunitense. Aveva già colto dei tentativi “passivi-aggressivi” di spingerla a lasciare il dottorato, ma durante la riunione la situazione precipitò. Uno dei professori della facoltà le disse che lei non apparteneva a Yale. Scandalizzato, Grae­ber intervenne in sua difesa. “Tirò fuori il suo taccuino e gli disse: ‘Continui a parlare. Ora comincerò ad annotare ogni parola che dice alla mia studente’”. Moon era scoppiata a piangere, terrorizzata al pensiero che la sua carriera accademica fosse finita. Grae­ber si mise a fare battute e commenti a mezza voce, “sghignazzando per la rabbia” mentre rileggeva quello che dicevano. “Fece uscire dalla stanza tutto il loro potere”, ricorda Moon. Sentiva che Grae­ber la stava incoraggiando. Non aver paura di loro. Sono ridicoli.

Moon rimase a Yale e conseguì il suo dottorato. Oggi insegna all’università New School di New York. Per Grae­ber, invece, quella riunione segnò un punto di non ritorno. “Il mio licenziamento era una conclusione scontata”, avrebbe scritto in seguito. La decisione di Yale di non rinnovargli il contratto suscitò molto scalpore, finendo sul New York Times. In difesa del suo lavoro scrissero antropologi da tutti gli Stati Uniti e dall’estero. Maurice Bloch della London school of economics definì Grae­ber “l’antropologo più influente della sua generazione”.

Visto l’enorme sostegno, Grae­ber era convinto di trovare un altro lavoro facilmente, ma non superò la prima selezione per nessuno dei venti posti per cui aveva fatto domanda. Quando Ruth Grae­ber morì nel 2006, suo figlio era ancora senza lavoro. Quell’anno, invitato a tenere una conferenza alla London school of economics, parlò della schiacciante burocrazia che accompagna il fine vita. La descrisse come una serie di “zone morte” che soffocano l’immaginazione umana, lasciando solo indifferenza e stupidità. Era tornato a vivere a New York, nell’appartamento dov’era cresciuto, un’accogliente esplosione anni cinquanta di arancione, verde, marrone e bordeaux. Alle pareti erano appesi dipinti di amici dei suoi genitori, gli scaffali erano pieni dei loro libri. Quel grande appartamento a Manhattan, con le sue due camere da letto, era una benedizione che Grae­ber condivideva generosamente. Amici con partner e figli ci si trasferivano per mesi o anni senza pagare nulla. Quando Grae­ber cominciò a insegnare all’università di Londra Goldsmiths, la sua diventò una presenza saltuaria.

Grae­ber aveva un’ampia rete di amici da entrambi i lati dell’Atlantico. Era un corrispondente stravagante e inviava email lunghissime. La giornalista e amica Dyan Neary, che per un periodo visse nel suo appartamento, ricorda che Grae­ber andava a trovarla spesso nel periodo in cui sua figlia era ricoverata in un reparto di terapia intensiva neonatale. Le portava gelatine e la distraeva parlandole del nuovo libro al quale stava lavorando: Debito. I primi 5.000 anni.

angelo monne

Secondo un manuale di economia classico, la moneta è stata inventata perché scambiare polli con le vacche del vicino è troppo scomodo. Magari non ti serve una mucca quando il tuo vicino ha bisogno di polli. Magari quello che vorresti è un paio di scarpe. La moneta è una soluzione ai problemi del baratto. Il baratto porta alla moneta, che porta alle banche, che portano al credito. È questo “il mito fondatore del nostro sistema di relazioni economiche”, scriveva Grae­ber in Debito. C’è un unico, grosso problema: “Non c’è una prova che ciò che la storia racconta sia mai successo davvero”. I suoi colleghi antropologi discutevano “da almeno un secolo sul mito del baratto”, eppure quel mito persisteva, anche se “fino a oggi nessuno è riuscito a individuare un posto al mondo dove la modalità comune di transazione economica tra vicini prenda la forma del ‘ti do venti polli per una vacca’”.

E perché dovrebbe? Uno scenario simile presuppone dei vicini piuttosto strani, distaccati da qualunque tipo di esistenza sociale attiva, che si comportano come automi economici. Realisticamente, se tu hai delle vacche e io dei polli, ti darò un pollo e diremo che mi devi un favore (magari la settimana prossima ti chiederò del latte). Le persone hanno sempre tenuto i conti e fatto affidamento sul credito. Non solo, hanno sempre vissuto in una rete di mutua dipendenza e dei suoi obblighi. La vita di tutte le comunità era caratterizzata da debiti di vario tipo. Ma il debito cambia quando si svincola dai rapporti umani reali, quando diventa un bene impersonale da vendere e comprare. E nella nostra recente storia economica, sosteneva Grae­ber, era successo proprio questo. Per molto tempo il debito era servito a rafforzare la gerarchia, ma di recente era anche diventato qualcosa di apparentemente immutabile. Avevamo perso quella che un tempo era considerata la naturale compagna del debito: la possibilità di cancellarlo.

Nei suoi lavori accademici Grae­ber aveva studiato la teoria del valore, interrogandosi sul modo in cui le società determinano cosa è meritevole e desiderabile, due qualità più ampie di quanto gli economisti siano disposti ad ammettere. In Debito, Grae­ber rese questi interrogativi accessibili ai lettori comuni, coinvolgendoli in un problema contemporaneo d’innegabile urgenza.

Il libro uscì nell’estate del 2011: dopo il salvataggio delle banche, dopo la crisi dei mutui subprime, quando gli effetti della grande recessione continuavano a farsi sentire. Quell’estate un gruppo di attivisti cominciò a riunirsi a New York per pianificare un’occupazione nel distretto finanziario. Tra loro c’era Grae­ber. “Abbiamo messo in piedi una struttura davvero orizzontale ed è proprio divertente (almeno per i fanatici come me)”, ammetteva in un’email a un’amica, l’attivista e scrittrice Astra Taylor. In autunno, quando Taylor arrivò nei primi giorni di Occupy Wall street, Grae­ber l’accolse come “un fantastico padrone di casa”.

“Una cosa che mi ha sempre colpita di David”, mi ha detto Taylor, “è quanto gli piacevano le riunioni”. Sotto le luci fluorescenti del seminterrato di una chiesa o a Zuccotti park, Grae­ber era nel suo elemento. Sembrava assaporare “quasi con allegria” lo stare in un gruppo che faceva democrazia diretta. Grazie a Occupy Wall street, il modello di attivismo al quale aveva aderito anni prima (il processo decisionale consensuale, i diversi gruppi di lavoro, un’assemblea generale senza leader) suscitava ora più interesse e spesso, nei mezzi d’informazione tradizionali, anche una certa perplessa condiscendenza. Ma per Grae­ber il punto era proprio quella fluidità, quell’assenza di struttura. “Mostrava una pazienza sconfinata per gli aspetti più frustranti di quel tipo di cultura”, osserva Taylor. “Se ne stava tranquillo, seduto a gambe incrociate, ad ascoltare gli altri esprimersi. Non prevaricava mai. Non faceva mai pesare la sua autorità”.

Nicholas Mirzoeff, docente di scienze della comunicazione alla New York university, conobbe Grae­ber in quel periodo. “Ci sono alcune persone che con la loro generosità tirano fuori il meglio di te”, ricorda. “David ti ascoltava e poi diceva ‘Quello che hai detto è davvero interessante’, per poi riformulare un po’ quella stessa cosa rendendola molto più intelligente”. Il suo atteggiamento sembrava nascere da una genuina curiosità verso il prossimo. “Non mi piace usare il termine empowerment”, mi ha detto Çubukçu, “ma David faceva proprio questo, spronava le persone a dare il meglio”.

Nel suo libro del 2013 Progetto democrazia, Grae­ber sosteneva che Occupy Wall street “aveva funzionato”, e l’esperienza di Zuccotti park non scalfì minimamente il suo entusiasmo per la democrazia diretta. Altri ricordano la realtà quotidiana di quell’esperimento con meno trasporto. “C’è questo modo di dire: ‘la libertà è una riunione senza fine’. E non è un’immagine positiva”, osserva Taylor. “David era la classica persona che vede tutto rosa”. Nonostante i suoi limiti, Occupy fu l’arena dove emersero idee che in seguito si sarebbero diffuse molto più ampiamente. L’artista Thomas Gokey faceva parte di una mailing list di Occupy in cui Grae­ber un giorno mandò un messaggio che “mi sembrò senza senso”, ricorda, qualcosa a proposito di mercati secondari e di acquisti di debiti sanitari da cancellare. “Dopo una settimana l’ho riletto e ho pensato: ‘Non può essere davvero così’”. La cosa interessò abbastanza Gokey da spingerlo a indagare. Scoprì così un “mondo in cui le sofferenze di alcuni diventano opportunità d’investimento per altri”. Con il tempo avrebbe gettato le basi strategiche di quello che è stato chiamato una “moderna festa del debito”.

L’abilità di Grae­ber nel creare collegamenti era una risorsa preziosa: il movimento Strike debt si sviluppò a partire da Occupy Wall street, unendo persone come Gokey, Taylor e altri alleati di Grae­ber. “Era come se avesse messo su una band”, ricorda Taylor. Chi faceva parte del gruppo si rese conto che poteva ricomprare a prezzi stracciati i prestiti ad alto rischio di persone sconosciute. Poi, invece di provare a riscuotere i debiti, come altri investitori avrebbero fatto, li condonava e scriveva ai debitori annunciandogli che erano liberi. In un primo video realizzato dal gruppo, Grae­ber e i suoi amici, con il volto coperto da un passamontagna, ballavano bruciando avvisi di riscossione. Grae­ber aveva scritto il testo che era letto da una voce fuori campo: “Ogni dollaro che sottraiamo a chi specula sui mutui subprime, ogni dollaro che salviamo dall’agenzia di recupero crediti è un piccolo pezzo di vita e di libertà che restituiamo alle nostre comunità”.

Alla fine del 2013 il gruppo aveva raccolto circa quattrocentomila dollari, che avevano permesso di condonare circa quindici milioni di dollari in prestiti. Naturalmente era solo una frazione infinitesimale del problema, ma il loro obiettivo (oltre a fornire tutto l’aiuto che potevano) era cambiare il modo in cui le persone concepivano il debito. In Progetto democrazia, Grae­ber osservava che “sulla scia di una rivoluzione, idee un tempo considerate folli estremismi diventano rapidamente moneta corrente del dibattito”. In questo senso Strike debt, che portò al condono di circa 32 milioni di dollari prima di concentrarsi su un’azione collettiva come sindacato dei debitori, è stato un successo sbalorditivo. “Durante Occupy chiedevamo la cancellazione totale dei debiti degli studenti e il finanziamento completo delle università pubbliche”, spiega Gokey. “Ci presero tutti in giro: mezzi d’informazione, politici, tronfi espertoni di politiche pubbliche”.

Dieci anni dopo, un indiscutibile esponente dell’establishment come Chuck Schumer difendeva la cancellazione dei debiti degli studenti. Nel 2016 il senatore democratico Bernie Sanders portava la questione della gratuità del college al centro del dibattito presidenziale e, nel 2020, i candidati democratici alle presidenziali non discutevano tanto dell’opportunità di cancellare i debiti quanto della portata di un eventuale condono. Joe Biden, il rassicurante centrista che ha vinto le primarie e poi le presidenziali degli Stati Uniti, ha inserito la gratuità del college nel suo programma elettorale. In un recente intervento a favore della cancellazione dei debiti degli studenti, la parlamentare democratica Alexandria Ocasio-Cortez ha parlato ai suoi sostenitori di Debt collective, erede del sindacato dei debitori di Strike debt. Il condono totale non è ancora una realtà politica, ma i termini del dibattito sono cambiati.

angelo monne

Negli anni di Occupy, Grae­ber insegnava a Londra ma continuava a considerarsi di casa a New York. Poi, nel 2014, perse il suo punto d’appoggio in città: l’appartamento di famiglia. Nel 2006, quando sua madre era in fin di vita, avevano provato a intestare il contratto di affitto anche a lui, ma la pratica non era andata in porto. Grae­ber era rimasto per anni nell’appartamento senza che nessuno avesse da ridire, ma dopo Occupy la cooperativa gli chiese di andarsene, circostanza che gli fece sospettare un’interferenza della polizia. “Praticamente chiunque sia stato associato dalla stampa alla nascita di Occupy Wall street è finito nel mirino dell’amministrazione”, scrisse in un tweet. “Sfratti, problemi con i visti, verifiche fiscali… Piccole vessazioni senza fine”.

Anche se forse gli ci volle un po’ per ammetterlo, è a Londra che Grae­ber “diventò la persona che voleva essere”, osserva Moon. Dopo aver insegnato per un po’ alla Goldsmiths, fu assunto come professore ordinario alla London school of economics. Continuava a non sopportare le consuetudini della professione (arrivava tardi alle riunioni, evitava il telefono dell’ufficio), ma trovò una comunità di colleghi pronti ad accoglierlo. Prese un appartamento vicino a Portobello road e cominciò a far conoscenza con i commercianti del quartiere, esplorando il mercato nei week­end.

Prima di mettersi insieme, Grae­ber e Nika Dubrov­sky erano stati per anni amici e corrispondenti. Le email di Grae­ber erano così lunghe che Dubrov­sky era convinta di essere “la sua amica di penna più importante”. Ben presto si rese conto che Grae­ber riusciva a mandare email altrettanto lunghe e meditate a moltissime persone (dormendo circa cinque ore a notte). Un altro corrispondente di Grae­ber era David Wengrow, un archeologo che insegnava allo University college di Londra. Si erano incontrati per motivi di lavoro e avevano legato dopo che Grae­ber aveva impressionato Wengrow con la sua conoscenza dei sigilli cilindrici mesopotamici. Wengrow diede a Grae­ber una copia del suo libro. Grae­ber lo lesse e gli scrisse “un’email incredibile”, piena di idee e commenti, ricorda l’autore: “Pensai: ‘Questo sì che è divertente!’”. Wengrow rispose, le email si allungarono sempre di più e i due avevano “probabilmente già scritto metà libro” quando decisero di lavorare insieme a quello che sarebbe diventato L’alba di tutto. Il loro piano era di farlo “solo per divertirsi”, staccando dai loro impegni di lavoro.

In un certo senso, però, Grae­ber e Wengrow facevano sul serio. Erano decisi a pubblicare degli estratti del libro su riviste specializzate per assicurarsi una legittimità scientifica. Quando inviarono la loro prima proposta al Journal of the Royal Anthropological Institute, ricevettero dei commenti stringati che liquidavano il loro lavoro come insufficientemente “nuovo”. Grae­ber la prese malissimo e si convinse che i revisori anonimi avessero “agito per interesse”. Wengrow riuscì a calmarlo e rispose a nome di entrambi. Con grande cortesia chiese degli esempi di pubblicazioni di lavori simili al loro. La rivista non seppe indicarne nessuno e finì per accettare l’articolo. Grae­ber era sbalordito. “Come ci sei riuscito?”, chiese a Wengrow. “David non sapeva gestire lo stress”, mi ha confermato un altro amico. Uno scambio acceso su Twitter poteva stravolgerlo. Eppure non si tirava mai indietro. Una sua costante fonte di agitazione era l’economista di Berkeley Brad DeLong. Da quando DeLong lo aveva attaccato sul suo blog per una manciata di errori fattuali presenti in Debito, tra i due era cominciata una lunga guerra d’insulti online.

A differenza di DeLong, altri economisti avevano accolto Debito con entusiasmo. Grae­ber diventò un punto di riferimento tra i sostenitori della teoria monetaria moderna. In Bullshit jobs, un best seller, trovò la teoria e le parole giuste per descrivere un altro male diffuso, il lavoro senza senso. Grae­ber aveva raggiunto una stabilità professionale e un pubblico sempre più ampio e vario, ed era consapevole del potere che questa posizione gli conferiva. “Aveva una visione molto pratica della politica”, osserva Taylor. L’obiettivo per lui era migliorare la vita delle persone. “A volta lo fai aprendo la loro immaginazione, cambiando la comprensione che hanno di se stessi. Altre volte riesci a cambiare le politiche vere e proprie, per esempio dando alle persone accesso a una cazzo di assistenza sanitaria”.

Con questo spirito Grae­ber diventò un sostenitore del Partito laburista di Jeremy Corbyn. “I partiti politici non fanno per me”, dichiarò in un’intervista. “La ragione per cui appoggio Corbyn, o sono contento che ci sia, è che è disposto a lavorare con i movimenti”. Grae­ber aveva conosciuto John McDonnell, il ministro ombra per le finanze scelto da Corbyn, attraverso il Parlamento del popolo, un’iniziativa nata per avvicinare i cittadini britannici ai meccanismi di governo. James Schneider, all’epoca direttore della comunicazione di Corbyn, ricorda Grae­ber come qualcuno in grado di “accendere l’immaginazione per ciò che è politicamente possibile”, creando spazio per idee nuove, oltre le posizioni che potevano essere prese dal partito. Era anche un potente alleato nelle battaglie politiche. Quando il Partito laburista fu accusato di antisemitismo, Grae­ber fece un video in difesa di Corbyn.

Durante un incontro alla libreria della London Review of Books, Grae­ber descrisse il cambiare idea come una sorta di “felicità politica”, il piacere di rendersi conto che non dobbiamo per forza continuare a pensare le stesse cose che abbiamo sempre pensato. “Sono sicura che per lui dedicarsi a fondo a una campagna elettorale fu una cosa molto importante”, mi ha detto Taylor. Al tempo stesso, ricorda Schneider, “non era un nostro sostenitore passivo: ci stimolava, ci metteva sotto pressione”.

Una delle questioni su cui Grae­ber premeva era il Rojava e il progetto politico curdo in corso nel nord della Siria. Il leader curdo Abdullah Öcalan, incarcerato dal governo turco, aveva vissuto una conversione politica in seguito alla lettura dei testi dell’anarchico statunitense Murray Bookchin. Se un tempo Öcalan era stato il leader tutto sommato tradizionale di un partito marxista tradizionale, ora esortava i suoi seguaci a guardare oltre quel tipo di struttura. Rojava, che in curdo significa “occidente”, è il nome di una regione autonoma nel nord della Siria dove i curdi hanno avviato un esperimento di governo democratico locale e di economica cooperativa, sulla base di princìpi che comprendono le pari opportunità per le donne e la responsabilità ecologica.

Per Grae­ber, il progetto curdo (e l’indifferenza mostrata nei suoi confronti dal resto del mondo) ricordavano la guerra civile spagnola. La rivoluzione che suo padre aveva voluto difendere aveva prodotto “città intere governate con un sistema di democrazia diretta, fabbriche controllate dagli operai e un radicale rafforzamento dei poteri delle donne”, scrisse sul Guardian. Ma i fascisti avevano sconfitto la Repubblica spagnola, e ora il gruppo terroristico Stato islamico minacciava i curdi. “Sono cresciuto in una famiglia le cui posizioni politiche sono state sotto molti aspetti definite dalla rivoluzione spagnola”, continuava Grae­ber. “Quindi mi sembra un dovere dire: non possiamo lasciare che finisca allo stesso modo”. Da anarchico, non apprezzava molto i ritratti di Öcalan onnipresenti nel Rojava. Ma un leader all’ergastolo gli sembrava un leader tollerabile.

Secondo Elif Sarican, un’antropologa e attivista curda, Grae­ber fu “una delle prime personalità note” a visitare il Rojava. “Era sempre molto chiaro sull’importanza strategica e politica di difendere questa rivoluzione”, ricorda. “David spiegava: ‘Non sto dicendo che è perfetta, neanche gli stessi curdi dicono che è perfetta. Ma è in corso una situazione rivoluzionaria oggettivamente storica e cruciale, e dobbiamo darle tutto il nostro appoggio”.

Partecipando a missioni internazionali di sostegno alla regione, Grae­ber fumò la sua sigaretta annuale (da giovane era stato un fumatore abbastanza accanito) con le combattenti yazide in un campo di addestramento. A volte esasperava i suoi compagni di viaggio, perché aveva l’abitudine di allontanarsi senza avvertire. Mentre visitava dei siti archeologici nel Rojava, mandava a Wengrow esuberanti sms sul loro libro. Il progetto andava avanti da anni, e loro continuavano a divertirsi. Si stavano ancora divertendo quando il libro ormai era sostanzialmente finito. “L’idea di finire ci sembrava deprimente”, ricorda Wengrow. Eppure erano nella fase conclusiva. Nell’agosto 2020 misero il punto finale. Avrebbero continuato in un secondo volume.

Vivere a Londra ai tempi della pandemia era stata una sfida per Grae­ber, ostile di natura alla quarantena. “Per David era dura seguire le regole sull’isolamento, non andare nei bar, non incontrare i vicini”, ricorda Dubrov­sky. Odiava portare la mascherina. All’inizio del 2020 erano stati entrambi male, ma non erano riusciti a fare un tampone. Per fedeltà al servizio sanitario pubblico, Grae­ber aveva rifiutato di vedere un medico privato, nonostante il persistere dei sintomi. Alla fine dell’estate, Çubukçu ha mandato la bozza della sua recensione di un libro a Grae­ber, che le ha risposto subito, dicendole che l’avrebbe letta, che si trovava su un treno per Venezia e che non si sentiva affatto bene. Sperava, un po’ come un infermo in epoca vittoriana, che il viaggio avrebbe giovato alla sua salute. Covava “strani sintomi” da mesi, ricorda Dubrov­sky: dolori, spossatezza, un formicolio alle dita, un sapore di sapone in bocca. È anche vero, osserva Elif Sarican, che “da quando lo conoscevo non era mai stato granché in forma”.

Sarican era tra gli amici che hanno incontrato Dubrov­sky e Grae­ber a Venezia e, il secondo giorno, il gruppo è andato in spiaggia. Grae­ber non vedeva l’ora di nuotare. “Facevamo gli scemi, saltavamo tra le onde”, racconta Sarican. Grae­ber diceva che gli sembrava di essere a Fire Island, anche se lì le onde erano più grandi. “Continuava a parlare della sua infanzia come non l’avevo mai sentito fare”, ricorda Sarican. “Quel giorno ne ha parlato davvero molto”.

Dopo una passeggiata e un gelato, Grae­ber si è ritirato in un bar. Quando Sarican è tornata dalla sua ultima nuotata, ha notato che “sembrava stare molto male”: sudava copiosamente e provava dei dolori. Sarican ha pensato che fosse una reazione a qualcosa che aveva mangiato, ma quando è arrivata l’ambulanza, i soccorritori sembravano più preoccupati.

Mentre lo portavano in ospedale, Dubrov­sky li ha seguiti in taxi, come previsto dalle misure contro il covid-19. Ha aspettato per ore in un corridoio vuoto dell’ospedale Santi Giovanni e Paolo. Ha chiamato la figlia, che parla un po’ d’italiano e che ha fatto del suo meglio per tradurre quello che le veniva detto. Un esame radiologico aveva rivelato un’emorragia interna e i dottori stavano preparando Grae­ber per un intervento quando è andato in arresto cardiaco. “Stava scherzando”, ricorda Dubrov­sky, diceva che non era messo così male, che sarebbe andato tutto bene, “e poi di colpo i dottori hanno detto che era morto”. Dall’autopsia è emerso che la causa del decesso era un’emorragia interna causata da necrosi pancreatica. Più tardi il medico del pronto soccorso che aveva seguito Grae­ber ha detto a Dubrov­sky che la situazione poteva essere stata causata da un virus, forse il covid-19, ma non c’era modo di saperlo.

Grae­ber stava lavorando a un breve articolo sul covid-19, che è stato pubblicato dopo la sua morte. La pandemia era “un confronto con la realtà effettiva della vita umana”, scriveva, “ovvero che siamo un insieme di esseri fragili che si prendono cura l’uno dell’altro, e che quelli che più contribuiscono a questo lavoro di cura che ci tiene in vita sono sovraccarichi, sottopagati e quotidianamente umiliati”. Era chiaramente arrivato il momento di non dare più per scontato questo stato di cose. “Perché non la smettiamo di considerare normale il fatto che più un lavoro porta evidenti benefici agli altri, meno è probabile che qualcuno sia pagato per svolgerlo? O di insistere nel dire che i mercati finanziari sono il modo migliore per dirigere investimenti a lungo termine, anche se ci spingono a distruggere gran parte della vita sulla Terra?”.

Era più o meno quello che Grae­ber scriveva da anni, ma ora un maggior numero di persone sembrava dire la stessa cosa. Il valore, la vulnerabilità, come misuriamo l’uno e l’altra: le nozioni familiari non erano più di nessun aiuto. Le circostanze richiedevano quello che apparentemente era impossibile. ◆ fs

Molly Fischer

è una giornalista statunitense. Questo articolo è uscito sul New York magazine con il titolo David Grae­ber’s possible worlds.

Questo articolo è uscito sul numero 1445 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati