Seduto sul prato davanti alla Volks­bühne, Luis Eckenburg suona una serenata jazz con il sassofono mentre un centinaio di persone gironzola alle sue spalle. L’occupazione di sei giorni dello storico teatro di Berlino est è stata bruscamente interrotta dalla polizia solo qualche ora prima. “Abbiamo preso un teatro morto e l’abbiamo riportato in vita”, dice Daniel Sekanina, un artista di strada che saltella a torso nudo sul prato facendo enormi bolle di sapone.

Il 22 settembre il collettivo Staub zu glitzer (polvere di glitter) ha occupato la Volks­bühne per riconsegnarla nelle mani del popolo. Tutti gli spazi del teatro sono stati requisiti e usati per una maratona dance di sessanta ore, proiezioni di film, laboratori di scrittura, concerti e dibattiti. Questa pacifica occupazione ha dato alla comunità artistica di Berlino, contraria alla gentrificazione della città, un assaggio di quello che potrebbe essere la Volksbühne.

“Ci faremo sentire, ci faremo sentire per mesi”, aveva detto la portavoce del collettivo Sarah Waterfeld qualche giorno prima dello sgombero. Era molto ottimista ed escludeva la possibilità che la polizia intervenisse. “Quello che sta succedendo qui è bellissimo”, aveva detto Waterfeld, una scrittrice di 36 anni con due figli.

Gli attivisti volevano che il teatro fosse gestito da un collettivo: un consiglio creato appositamente avrebbe avuto due anni di tempo per definirne la struttura. Nel loro primo comunicato avevano criticato la trasformazione di Berlino, dove ormai la scena artistica, un tempo molto vivace, è minacciata dall’aumento degli affitti e dalla chiusura di molti spazi culturali. Inizialmente gli artisti insorti avevano progettato di occupare l’edificio per tre mesi e di mettere in scena spettacoli gratuiti.

L’idea di occupare la Volksbühne è nata nove mesi fa, quando crescevano i timori che, sotto la guida del nuovo direttore artistico Chris Dercon, il mitico teatro si avviasse a un destino commerciale.

Cambio al vertice

Fondata nel 1890 con la missione di rendere l’arte accessibile alla classe operaia, la Volksbühne in piazza Rosa Luxemburg è rimasta abbastanza fedele alla sua estetica socialista. Vive di finanziamenti pubblici e può permettersi un personale molto ridotto. Al precedente direttore artistico, Frank Castorf, è attribuito il merito di aver reso il teatro celebre a livello internazionale grazie alle sue opere sperimentali, molto discusse e prolisse, che in alcuni casi potevano durare anche sette ore.

La nomina nel 2015 di Dercon, che ha relativamente poca esperienza, era stata motivo di polemiche fin dall’inizio. Dercon, che ha assunto la guida del teatro nel 2017, aveva comunicato che avrebbe dato una svolta alla programmazione portando spettacoli più internazionali e multidisciplinari. Il variegato cartellone di quest’anno riflette il suo approccio. La stagione si apre a novembre con un lavoro del drammaturgo siriano Mohammad al Attar. Ci saranno poi una serata di atti unici di Samuel Beckett con performance dell’artista anglotedesco Tino Seghal, che vive a Berlino, oltre al debutto di Women in trouble, dramma a episodi di Susanne Kennedy.

La performance B 61_12, durante l’occupazione del teatro (David Baltzer, Zenit/Laif/Contrasto)

Nel 2015, appena qualche mese dopo la nomina di Dercon, il personale del teatro aveva scritto una lettera aperta opponendosi al cambio di direzione. I dipendenti vedevano il suo arrivo come un “punto di non ritorno” rispetto al passato leggendario del teatro. Dercon ha ricevuto il sostegno di importanti figure del mondo artistico, ma non è riuscito a placare la sfiducia nei suoi confronti. Quando ha ufficialmente preso in consegna il teatro, le polemiche si sono inasprite. Una petizione che ha raccolto più di 40mila firme per riaprire la discussione sul futuro della Volksbühne è stata ignorata.

A un certo punto a Dercon e al suo staff è stato impedito di entrare nell’edificio. Quest’estate, per due settimane mucchi di feci sono stati portati davanti alla porta del suo ufficio. Molti nella comunità artistica berlinese hanno visto l’uscita di scena di Castorf come un’opportunità per prendersi il teatro. Questa convinzione, unita a quella che è apparsa come una mancanza di impegno da parte delle autorità responsabili, ha portato all’occupazione del 22 settembre.

“Ci sono molte questioni di cui non si parla in città, e il teatro dovrebbe essere un luogo in cui i problemi diventano visibili e possono essere affrontati”, ha detto il drammaturgo Dietrich Töllner. Per lui quelli dell’occupazione sono stati “sei giorni pieni d’ispirazione”. Il punto non era tanto mandare via Dercon ma inaugurare un processo di “apertura” del teatro. “Il cuore della questione è il significato che vogliamo dare oggi alla Volksbühne, che significa ‘scena del popolo’ ed è quello che dovrebbe essere, ma non lo è mai stata fino in fondo”.

Un dialogo mancato

Il 26 settembre Dercon ha offerto agli occupanti l’uso del Grüner salon, una delle sale del teatro, e del padiglione esterno in modo che le prove per la nuova stagione potessero cominciare in altri spazi. Ma i dibattiti e le caotiche riunioni plenarie rubano tempo, così l’offerta di Dercon non è mai stata discussa. Altre preoccupazioni, come quelle dei dipendenti del teatro, sono state al centro dell’attenzione. Gli occupanti non si sono resi conto che sarebbe stato più opportuno rispondere a Dercon. “Si è stancato di aspettare”, ha detto Töllner. “Se avessimo reagito più in fretta, forse le cose sarebbero andate diversamente”.

Così il 28 settembre la polizia di Berlino ha inviato duecento agenti per sgomberare l’edificio. La maggior parte dei cinquanta occupanti che erano all’interno quando è arrivata la polizia ha lasciato il teatro volontariamente. Solo 21 sono stati accompagnati fuori. Dercon ha detto che chiedere l’intervento della polizia è stata una decisione difficile. Ma non c’è stato modo di trovare un accordo.

Klaus Lederer, assessore alle politiche culturali della città di Berlino, ha dichiarato di condividere i timori degli attivisti ma ha criticato i loro metodi. “La Volksbühne era ed è un’istituzione culturale pubblica, che appartiene a tutti i berlinesi”, ha detto Lederer. “Può continuare a essere uno spazio per il dialogo pubblico. Ma i dipendenti del teatro non possono essere messi in difficoltà e lo spazio non può essere oggetto di un’occupazione ostile”.

Il giorno dello sgombero, gli attivisti hanno indetto un’assemblea plenaria sul prato davati al teatro. Töllner è ancora convinto che Dercon possa riabilitarsi agli occhi degli attivisti. Del resto pochi anni fa Dercon era nella giuria che ha consegnato al teatro Valle occupato di Roma un premio della European cultural foundation. Chiamare la polizia è stato “un passo falso e Dercon dovrebbe fare qualcosa per ricucire lo strappo”, ha detto Töllner. “Se trova un modo per coinvolgere chi ha occupato nel processo creativo ne uscirà vincente”.

Ma con un comunicato pubblicato il 29 settembre il collettivo di attivisti che ha occupato la Volksbühne ha annunciato di essersi sciolto. ◆ nv

“Torniamo alla clandestinità, alle contraddizioni, ai margini e agli angoli più oscuri della città. Niente polvere di stelle, ma la tristezza della grigia vita quotidiana, niente più teatro”, ha scritto il collettivo in un comunicato stampa

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Questo articolo è uscito sul numero 1226 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati