Il 15 agosto è stato il quinto anniversario del ritorno al governo di Kabul dei taliban, che da allora hanno presentato l’Afghanistan come un paese interamente sotto il loro controllo. Anche se l’opposizione armata nelle regioni del Panjshir, del Badakhshan e nella provincia di Baghlan non è riuscita a metterne davvero in discussione il predominio, la nascita di nuovi movimenti di resistenza in diverse aree del paese ha cominciato a incrinare quell’immagine.
A luglio un nuovo gruppo chiamato Sipahiyan-i-mihan (soldati della patria) ha assunto brevemente il controllo del centro del distretto di Yaftal-e Payeen, nel Badakhshan. Secondo fonti locali, i suoi combattenti sono entrati nella sede amministrativa del distretto, hanno disarmato il personale taliban e issato la propria bandiera. Il gruppo si è ritirato alcune ore dopo, a suo dire volontariamente, mentre secondo i taliban i combattenti sono fuggiti all’arrivo dei rinforzi. Nessuna delle due parti ha però potuto negare che, per la prima volta dall’agosto 2021, il capoluogo di un distretto era sfuggito al controllo delle autorità. Altri nuovi gruppi hanno annunciato operazioni. Il Fronte della repubblica dell’Afghanistan ha appena dichiarato di aver colpito un veicolo su cui viaggiava il capo dell’intelligence taliban del 18º distretto di Kabul, uccidendo lui e la scorta. Fonti locali hanno confermato l’esplosione, ma non è stato possibile verificare il numero e l’identità delle vittime. Anche il Fronte unito dell’Afghanistan, con sede negli Stati Uniti e guidato dall’ex comandante dell’esercito afgano, il generale Sami Sadat, ha annunciato l’operazione Muharib, rivendicando attacchi nelle province di Kandahar, Helmand e Badghis.
Anche se oggi sono in disaccordo, i taliban sono un prodotto pachistano
Tutti gli spazi occupati
Nel frattempo il già consolidato Fronte di resistenza nazionale (Nrf), guidato da Ahmad Massoud, figlio del leggendario comandante antitaliban Ahmad Shah Massoud, e il Fronte per la libertà dell’Afghanistan, guidato dall’ex capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Yasin Zia, hanno intensificato la loro lotta. Da settimane il Fronte per la libertà e i taliban si scontrano nella provincia del Badakhshan. Gli abitanti hanno confermato combattimenti di diversi giorni, l’arrivo di rinforzi taliban, perquisizioni casa per casa e una visita al fronte del capo di stato maggiore dell’esercito taliban Fasihuddin Fitrat. Quando nei giorni scorsi ho raggiunto al telefono alcuni abitanti di Zebak e Yaftal, la loro principale preoccupazione non era sapere chi stesse vincendo, ma le conseguenze della militarizzazione sulle loro vite. “I combattenti taliban sono ovunque, nelle scuole e nelle moschee. Hanno occupato ogni spazio, trasformandoli in loro basi”, mi ha raccontato uno. “Ci chiedono di fornire cibo a quelli di stanza nella moschea del nostro villaggio”, racconta un altro. “Ma come possiamo farlo se riusciamo a malapena a sfamare le nostre famiglie?”. Secondo una stima del Programma per lo sviluppo delle Nazioni Unite pubblicata nel maggio 2026, tre afgani su quattro non riescono a soddisfare i propri bisogni essenziali, mentre oltre l’80 per cento delle famiglie è indebitato.
Il sospetto
Basta dare una rapida occhiata ai social media per rendersi conto che molti afgani contrari ai taliban, sia nel paese sia all’estero, hanno accolto con favore le operazioni condotte da questi gruppi di resistenza. La loro speranza, tuttavia, si accompagna alla diffidenza. Sempre più persone si chiedono se il Pakistan, dopo essere entrato in aperto conflitto con i taliban, suoi ex alleati, non stia cercando di usare questi movimenti come nuovi strumenti d’influenza. Il timore nasce dal ricordo dei decenni in cui il Pakistan ha trattato l’Afghanistan non tanto come un paese sovrano confinante, quanto come un territorio strategico da gestire: ha sostenuto i taliban contro il precedente governo repubblicano e, prima ancora, contro il governo dei mujaheddin negli anni novanta, spinto da valutazioni sulla sicurezza, dalla rivalità con l’India e dal desiderio di esercitare la sua influenza su Kabul. I taliban sono stati il risultato più efficace di questa politica.
Oggi i due governi sono in conflitto a causa del gruppo Tehreek-e-taliban Pakistan (Ttp) che secondo Islamabad è protetto da Kabul, per gli attacchi reciproci lungo la frontiera e l’avvicinamento dei taliban all’India. Ci sono segnali credibili di un’apertura politica del Pakistan verso i gruppi della resistenza afgana, anche se non ci sono prove che ne diriga o ne armi qualcuno. Nel 2025 New Lines Magazine ha riferito, citando fonti anonime, che Islamabad aveva aperto canali di comunicazione con rappresentanti dell’opposizione e che, secondo indiscrezioni, alcuni gruppi avrebbero stabilito una sede in Pakistan. Abdullah Azad Khinjani, responsabile degli affari politici dell’Nrf, ha dichiarato alla rivista che l’organizzazione ha un atteggiamento prudente nei confronti di Islamabad, poiché storicamente la classe dirigente pachistana ha cercato di “gestire e contenere” l’opposizione afgana.
È possibile che oggi voglia esercitare pressioni sui taliban, ma se domani un governo di segno diverso rifiutasse di sottomettersi a Islamabad, cosa impedirebbe al Pakistan di cercare l’appoggio di un’altra fazione per indebolirlo? È questo il circolo vizioso che gli afgani temono nei rapporti con il paese vicino.
Tra i gruppi armati, il Fronte di resistenza nazionale è quello con le idee più chiare in merito ai rapporti con Islamabad. In un’intervista Massoud ha detto che Afghanistan e Pakistan dovrebbero costruire un rapporto strategico sincero e fondato sul rispetto reciproco, precisando però che non accetterebbe pressioni straniere volte a condizionare le decisioni di Kabul. Dopo gli attacchi compiuti dal Pakistan sul territorio afgano nel 2026, Massoud ha attribuito alla protezione accordata dai taliban al Ttp l’instabilità nella regione. Al tempo stesso ha condannato i bombardamenti stranieri e detto che la libertà dell’Afghanistan va conquistata con un’iniziativa nazionale legittima e guidata dagli stessi afgani.
Ho chiesto a un’ex diplomatica, figura di spicco del mondo dell’informazione e sostenitrice della resistenza che ha preferito rimanere anonima, quanto la preoccupi la possibilità che Islamabad approfitti della situazione. La sua risposta è stata netta: “Non sosterrò alcun gruppo della resistenza che si schieri con il Pakistan”. La sua rabbia nasce dalle sofferenze inflitte ai civili dai recenti bombardamenti pachistani. Secondo l’Onu, almeno 28 civili sono stati uccisi nelle operazioni condotte dalle forze pachistane alla fine di giugno, mentre Amnesty international ha chiesto l’apertura di un’inchiesta su un attacco compiuto a marzo contro una struttura per tossicodipendenti a Kabul, con almeno 269 vittime civili e che secondo il Pakistan doveva colpire installazioni militari. L’ex diplomatica, tuttavia, non condivide l’idea che Islamabad e i taliban siano diventati nemici naturali. “Anche se oggi sono in disaccordo, gli uni sono un prodotto dell’altro, che ha investito quasi trent’anni per portarli al potere. Se la resistenza li scacciasse e poi rifiutasse di diventare un suo burattino, Islamabad sosterrebbe un altro gruppo per rovesciarla. Finora è stato così”.
Spezzare il ciclo del potere
In questo quinto anniversario gli afgani non cercano solo qualcuno capace di combattere i taliban: cercano un’alternativa degna di sostituirli. Dopo cinque anni di repressione, con donne e ragazze costrette a vivere in un sistema di apartheid di genere e milioni di persone che ogni giorno faticano a sopravvivere, il desiderio di cambiamento è comprensibile e urgente. Ma per gli afgani è altrettanto importante la lezione impartita dalla storia: sanno che una liberazione ottenuta attraverso le manovre di un’altra potenza può facilmente trasformarsi in una nuova forma di assoggettamento. Stavolta l’alternativa dovrà nascere all’interno del paese.
La resistenza può anche darsi come primo obiettivo la fine dell’oppressione, ma meriterà il nome di liberazione solo se riuscirà a spezzare il ciclo del potere esercitato per procura. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1679 di Internazionale, a pagina 32. Compra questo numero | Abbonati