La ripresa dei combattimenti nello Yemen aggrava una crisi umanitaria già disperata. È l’allarme lanciato dalle organizzazioni umanitarie mentre gli scontri nel paese costringono decine di migliaia di persone a lasciare le loro case e i tagli ai finanziamenti internazionali rendono più difficili gli interventi. Khanzad Shah, direttore ad interim per lo Yemen dell’ong Islamic relief, afferma: “La crisi nello Yemen è stata in gran parte dimenticata dal mondo. Questo è un grido d’allarme per ricordare che gli yemeniti soffrono ancora”.
Le organizzazioni umanitarie si muovono attraverso linee del fronte che si spostano continuamente, con poca sicurezza. I combattimenti, fermi da quattro anni, sono ripresi il 3 settembre quando gli huthi hanno lanciato un’offensiva per conquistare Mokha, città portuale sul mar Rosso che era sotto il controllo del governo riconosciuto dalle Nazioni Unite. Dopo una settimana di scontri, sono rapidamente avanzati lungo la costa. Nel frattempo i civili sono fuggiti verso Aden, nel sud del paese. “Molti sono stati costretti a scappare solo con il poco che potevano trasportare. Secondo quanto ci è stato riferito, in alcune zone interi villaggi si sono svuotati”, spiega Shah.
Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), sono fuggite circa 130mila persone. Di queste, tremila hanno attraversato il mar Rosso per raggiungere Gibuti. Medici senza frontiere (Msf) teme per l’incolumità degli abitanti di Mokha e della sua squadra all’ospedale della città. La coordinatrice di Msf per lo Yemen, Lou Cormack, afferma che l’avanzata degli huthi ha costretto l’organizzazione a modificare piani e attività. L’obiettivo ora è mantenere in funzione l’ospedale dopo che gli operatori sanitari yemeniti sono fuggiti insieme ai civili. Ne sono rimasti solo trenta, che forniscono i servizi minimi. “Quasi tutte le altre strutture sanitarie della città hanno smesso di funzionare, perché il personale è andato via”, racconta Cormack.
Secondo l’International rescue committee (Irc) il conflitto si è diffuso in tutto il paese. “Nel giro di pochi giorni si sono riaperti diversi fronti in cinque governatorati, alcune strade fondamentali sono state interrotte e molte famiglie sono di nuovo sfollate in zone che hanno poca capacità di accoglierle”, afferma Caroline Sekyewa, direttrice dell’Irc per lo Yemen. Già diciotto milioni di persone nello Yemen soffrivano di malnutrizione acuta prima dell’ultima escalation, aggiunge. Il Norwegian refugee council (Nrc) si è mobilitato per assistere i nuovi sfollati intorno a Taiz, capitale del governatorato in cui si trova Mokha, e oggi parzialmente assediata. “Diverse famiglie che vivevano nei campi profughi nei pressi della linea del fronte sono fuggite nel cuore della notte e hanno camminato quindici chilometri per mettersi al sicuro”, dice Alison Bottomley, consulente per le campagne di sensibilizzazione dell’Nrc, che vive nello Yemen.
Da un momento all’altro
Bottomley ricorda che, nonostante il cessate il fuoco che aveva interrotto gran parte dei combattimenti, nello Yemen la crisi umanitaria è continuata, soprattutto dopo i pesanti tagli ai programmi di aiuti internazionali decisi all’inizio del suo secondo mandato dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump. L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) stima che nel 2025 il contributo dei paesi del Comitato per l’aiuto allo sviluppo è diminuito del 23,1 per cento rispetto ai livelli del 2024, e per il 2026 è previsto un ulteriore calo del 5,8 per cento. Questo riguarda anche il nord dello Yemen, controllato dagli huthi, dove vive il 70 per cento della popolazione.
Secondo l’Unhcr, inoltre, la potenziale chiusura dello stretto di Bab el Mandeb potrebbe compromettere le operazioni umanitarie nello Yemen, in Sudan e nella regione. Anche Oxfam ha dovuto ridimensionare le attività nell’area di Taiz. Fatma Jaffar, responsabile delle campagne di comunicazione dell’ong ad Aden, spiega: “Siamo in una sorta di emergenza, come se dovesse succedere qualcosa da un momento all’altro”. L’organizzazione si coordina con le autorità nel nord e nel sud ma a volte “per ragioni di sicurezza non possiamo intervenire”, afferma Jaffar. E aggiunge: “Da yemenita è molto triste vedere tutte queste persone combattere, e purtroppo le vittime sono i civili intrappolati nel caos”.
Oxfam lavora nello Yemen dal 1982, quando il paese era diviso tra nord e sud. Dallo scoppio della guerra civile nel 2014 si è concentrato sulle attività umanitarie, mentre oggi offre soprattutto sostegno agli sfollati interni nel paese. “Lo Yemen ha già vissuto dieci anni di guerra. Essere trascinati ulteriormente nel conflitto fa aumentare i rischi”, conclude Jaffar. “La mia unica speranza è che la situazione non degeneri e che le parti raggiungano un accordo”. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1684 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati