Quando la mattina del 26 agosto il prete cattolico polacco Wojciech Lemański e un suo collega protestante salgono in macchina a Varsavia, sono sicuri di una cosa sola: la loro destinazione è una piccola tendopoli appena fuori dal villaggio di Usnarz Górny, sul confine polacco-bielorusso, a 25o chilometri di distanza. Non sanno se riusciranno a entrarci, perché il campo si trova nella cosiddetta terra di nessuno, tra i due stati: da un lato ci sono la polizia di frontiera e i soldati polacchi, dall’altro le forze armate bielorusse. Più di trenta profughi afgani sono accampati qui da quasi un mese. Come altre migliaia di persone nei mesi passati, questi migranti sono arrivati a Minsk grazie a una politica di visti molto generosa, e poi sono stati indirizzati verso la Polonia. In questo modo il dittatore bielorusso Aleksandr Lukašenko cerca di fare pressione sui paesi confinanti che fanno parte dell’Unione europea.
Per tutta risposta, la Lituania ha cominciato a costruire una barriera per fermare gli arrivi, mentre la Polonia sta rafforzando la presenza di esercito e polizia al confine. “Lukašenko – il dittatore che nel 2020 ha truccato le elezioni per mantenere il potere, che uccide e imprigiona i suoi oppositori – sta usando i migranti per vendicarsi delle sanzioni imposte dall’Unione europea. Ma noi siamo prima di tutto europei. Non possiamo rimanere a guardare la sofferenza di questi innocenti senza fare nulla. Ecco perché siamo qui: per aiutarli a placare la fame e mostrargli che non siamo indifferenti”, dice Lemański. Poi si avvia verso il confine, sorvegliato da soldati armati, portando con sé buste stracolme di cose da mangiare. Non tutti, però, sono altrettanto solidali. Così il paesino di Usnarz Górny, fino a poco tempo fa del tutto sconosciuto fuori dalla Polonia, è diventato un osservatorio privilegiato per capire come le nostre società reagiscono a una delle nuove manifestazioni della guerra ibrida in corso in Europa: il controllo dei flussi migratori.
Alle otto del mattino, mentre i sacerdoti sono ancora in viaggio, i profughi cominciano a svegliarsi. Fa freddo, la temperatura è scesa a dieci gradi e piove. Nel cielo sale lentamente il fumo del fuoco intorno a cui si scaldano alcuni uomini. Le guardie di frontiera polacche non permettono a nessuno di avvicinarsi. Il vialetto d’accesso alle tende è stato chiuso dai soldati, che fanno allontanare chiunque provi a passare. In condizioni normali sarebbe possibile raggiungere le tende attraversando il prato adiacente, ma anche lì c’è un cordone di agenti armati. Altri sono schierati ai margini della tendopoli e a pochi metri dalla polizia di frontiera: devono impedire che i profughi si allontanino dal campo. Nessuno deve scappare, com’è riuscito a fare a fine agosto un cittadino iracheno, entrato in Polonia attraverso il bosco. Gli attivisti che assistono i rifugiati lo hanno portato in un centro lontano dalla frontiera, dove l’uomo ha chiesto asilo. La procedura sarà lunga e l’esito è incerto.
Gli afgani bloccati al confine, invece, non hanno potuto chiedere asilo, perché la polizia di frontiera li ha fermati prima che potessero entrare in Polonia. E nella terra di nessuno certi diritti non esistono.
Il 10 agosto, quando i profughi sono arrivati a Usnarz Górny, il governo polacco non ne ha dato notizia: era troppo impegnato a capire come gestire la situazione. A quanto raccontano alcuni testimoni, inizialmente i soldati polacchi avevano un atteggiamento molto più accomodante verso i migranti: oltre a portare da mangiare, hanno anche lasciato entrare nel campo i medici e alcuni politici dell’opposizione che erano stati informati dell’arrivo del gruppo. “Ci hanno fatti entrare e ho potuto parlare con alcuni migranti”, ha raccontato Maciej Konieczny, deputato del partito Lewica (La sinistra). “Nel gruppo c’erano anche donne e bambini. Vengono tutti dall’Afghanistan e per il viaggio si sono rivolti a dei trafficanti, ma non hanno precisato quali paesi hanno attraversato. Hanno detto che temevano di essere uccisi dai taliban e che non avevano altra scelta che fuggire”.
Strumenti politici
Alle nove e mezza del mattino tra le tende comincia a esserci un po’ di movimento. Gli attivisti dell’ong polacca Ocalenie (Salvezza) osservano da lontano. La loro traduttrice comunica con i profughi attraverso un megafono: s’informa sulle loro condizioni di salute, sul numero dei malati, chiede quanti siano gli uomini e quante le donne e se abbiano da mangiare. Scandisce lentamente ogni domanda, scrive le risposte e le traduce per i colleghi. “Tredici malati e una donna in gravi condizioni? Ho capito bene?”, chiede. La risposta è affermativa.
Oggi si è anche saputo che i profughi continuano a bere l’acqua del torrente perché non hanno ancora avuto accesso alle bottiglie fatte arrivare nei giorni precedenti. Sembra che durante la notte alcuni soldati bielorussi gli abbiano lanciato delle pagnotte. Sul lato bielorusso del confine c’è la foresta. E i soldati di Lukašenko si scorgono a malapena. Con il binocolo se ne possono identificare cinque, tutti con i mitra puntati sui migranti.
Lukašenko si è servito prima dei migranti iracheni, poi degli afgani. Ha semplificato il regime dei visti, attirando molte persone dall’Iraq e dall’Afghanistan, e ha perfino usato gli aerei della compagnia di bandiera Belavia per portarle a Minsk.
◆ A causa del moltiplicarsi degli arrivi di migranti dalla Bielorussia, il 2 settembre 2021 la Polonia ha dichiarato lo stato d’emergenza in due regioni che confinano con l’ex repubblica sovietica. Non succedeva dai tempi del regime comunista, crollato nel 1989. La misura, che rimarrà in vigore per trenta giorni, è stata confermata con un voto del parlamento il 6 settembre. Servirà a vietare gli assembramenti e a limitare la presenza di persone in una striscia di terra di tre chilometri adiacente al confine. Reuters
La Bielorussia è da mesi in uno stato di totale isolamento. Alla fine di maggio, dopo il dirottamento di un volo Ryanar diretto a Vilnius e l’arresto del giornalista d’opposizione Roman Protasevič, che si trovava a bordo, l’Unione europea ha imposto alle compagnie aeree bielorusse il divieto di sorvolare il suo spazio aereo. Poi ha varato contro Minsk una serie di nuove sanzioni, che si sono aggiunte a quelle decise dopo i brogli alle presidenziali del 9 agosto 2020 e la brutale repressione delle proteste dei cittadini. Lukašenko si sta vendicando.
I migranti che arrivano in aereo a Minsk vengono fatti alloggiare in hotel statali e poi trasportati in autobus, con la scorta dell’esercito, ai confini di Polonia, Lituania e Lettonia. Dall’inizio del 2021 centinaia di persone sono riuscite a entrare in Polonia, ma il paese più colpito da quest’ondata migratoria è la Lituania (dove vive in esilio la leader dell’opposizione bielorussa, Svetlana Tichanovskaja): da luglio gli ingressi sono stati più di 4.100 contro gli 81 dell’intero 2020. La maggior parte dei migranti, tuttavia, viene fermata al confine. Cosa succede alle persone rimandate in Bielorussia non è chiaro. Probabilmente cercano nuovi modi per entrare in Europa.
Mentre in Lituania le strutture di accoglienza sono già sovraffollate, in Polonia c’è ancora posto. Ma Varsavia ha comunque deciso di assumere una posizione intransigente. A metà agosto, quando i profughi di Usnarz Górny hanno cominciato a rivolgersi ai mezzi d’informazione per raccontare la loro storia, il premier Mateusz Morawiecki ha risposto negandogli acqua e cibo e vietando l’accesso al campo a un’ambulanza chiamata dagli attivisti per soccorrere un uomo. Il governo sostiene che i profughi si trovano ancora in territorio bielorusso e afferma di aver chiuso il confine proprio a causa dell’“aggressione migratoria” di Lukašenko.
L’opinione pubblica polacca ha però condannato quello che stava succedendo a Usnarz Górny. Esattamente ciò che Lukašenko desiderava. L’opposizione ha accusato l’esecutivo di insensibilità e ha chiesto che i migranti siano accolti in Polonia, spiegando che un grande paese con 38 milioni di abitanti dev’essere in grado di accogliere poche migliaia di profughi. L’esecutivo sostiene invece che cedere sarebbe un segno di debolezza nella guerra ibrida del regime di Minsk contro l’Europa, e potrebbe spingere Lukašenko a indirizzare verso la Polonia un flusso migratorio ancora più consistente. “So bene che queste persone sono in grande difficoltà”, ha detto Morawiecki. “Ma dev’essere chiaro che non possono essere usate come strumenti politici”.
Finora la Lituania ha adottato una linea simile, anche nei confronti delle persone che sono riuscite a entrare nel paese. Il presidente Gitanas Nausėda ha promulgato una legge che introduce pesanti restrizioni al diritto di asilo, impedendo ai migranti di presentare ricorso se le loro domande di protezione sono bocciate in prima istanza e limitandone la libertà di movimento. “Sotto il profilo dei diritti umani questa non è una legge giusta. Ma oggi sarebbe più pericoloso commettere errori nella gestione dell’immigrazione irregolare”, ha commentato Nausėda.
Una barriera all’orizzonte
Dopo una breve sosta per parlare con gli attivisti dell’organizzazione Ocalenie, Lemański prosegue verso il confine con il suo collega protestante. Ma le guardie di frontiera gli bloccano la strada. “Portiamo da mangiare e vorremmo darlo a quelle persone”, dice Lemański, indicando il campo. Un agente va a cercare il comandante, che arriva dopo pochi minuti e si allontana con i due sacerdoti. I giornalisti non possono seguirli. I tre parlano a lungo, ma alla fine è il militare ad avere la meglio. Li saluta con un inchino e dice: “Dio vi benedica”.
I sacerdoti tornano indietro, con le loro buste piene di banane, wafer e dolci. “Li capisco, devono sorvegliare il confine. Hanno ricevuto un ordine e ubbidiscono. Ma non capisco chi ha dato l’ordine. Sono convinto che con il tempo la luce si farà strada tra queste tenebre”, dice Lemański.
E in effetti la sorte dei profughi afgani potrebbe presto cambiare. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha stabilito che il governo polacco deve permettere la consegna di viveri e le visite dei medici. Si aspetta la reazione del governo di Varsavia. Ma è probabile che Morawiecki non abbandoni la linea dell’intransigenza.
Seguendo l’esempio della Lituania, la Polonia ha deciso di costruire una barriera alta alcuni metri al confine con la Bielorussia. Per ora a delimitare l’area intorno al villaggio di Usnarz Górny c’è una rete di filo spinato tirata su in fretta. Sotto la pioggia e i timidi raggi del sole di mezzogiorno il filo spinato brilla in lontananza, come un nuovo punto di riferimento nel panorama del confine. ◆ _ab _
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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 22. Compra questo numero | Abbonati