Nei mesi di lockdown dovuti alla pandemia molti di noi hanno passato ore in compagnia dei servizi di strea­ming. Abbiamo consumato senza vergogna la storia di Tiger king e abbiamo guardato Emily cercare la propria strada a Parigi con un crescente desiderio di tornare a una qualche parvenza di normalità. Ma raramente ci siamo fermati a riflettere sui lavoratori che hanno permesso di tenere in piedi queste produzioni. Con la riapertura dei set cinematografici e televisivi, però, quelle persone si sono organizzate per fare in modo che la gente fosse consapevole del loro ruolo e si sono rifiutate di accettare le vecchie condizioni di lavoro. Negli Stati Uniti i lavoratori dei set sono rappresentati dalla International alliance of theatrical stage employees (meglio nota con l’acronimo Iatse), che riunisce truccatori, scenografi, tecnici del montaggio, direttori della fotografia e altri. Il contratto che regola le prestazioni di molti di questi ruoli è scaduto nel 2021 e il sindacato lo stava rinegoziando con la Alliance of motion picture and television producers (Amptp), che rappresenta gli studi più importanti, ma i lavoratori puntavano a un accordo migliore.

Con la chiusura delle produzioni dovuta alla pandemia di covid-19, molti nel settore hanno smesso di avere un impiego. A giudicare dagli scioperi che stanno avvenendo ovunque negli Stati Uniti, a quanto pare i lavoratori hanno riflettuto su quello che sono disposti a tollerare. Tra loro ci sono anche quelli della Iatse, che hanno lanciato un account Instagram in cui raccontare quello che devono subire sul set, dall’impossibilità di assentarsi per importanti motivi familiari agli orari lunghissimi, che spesso sconfinano nel giorno successivo, fino ai colpi di sonno al volante mentre tornano a casa dopo il lavoro.

I servizi di streaming non hanno cambiato solo la vita dei consumatori, ma anche quella dei lavoratori

Anche se i sindacati avevano avanzato richieste ragionevoli, in un primo momento la Amptp non sembrava disposta a cedere, quindi all’inizio di ottobre il 99 per cento dei lavoratori ha votato a favore della convocazione di uno sciopero. A quel punto le case di produzione hanno dato l’impressione di voler fare delle concessioni e il 16 ottobre, a due giorni dall’inizio della mobilitazione, i leader della Iatse hanno annunciato che era stato trovato un accordo. Secondo alcuni però il nuovo contratto non è ancora sufficiente e, se voteranno contro, ci sarà la possibilità di un nuovo sciopero. Anche se l’accordo segna la fine della vertenza degli iscritti alla Iatse, con ogni probabilità la battaglia per i diritti dei lavoratori negli studi cinematografici e televisivi non si fermerà. Nel 2020 la Screen actors guild e la Writers guild of America, i sindacati che rappresentano rispettivamente gli attori e gli sceneggiatori statunitensi, hanno firmato nuovi contratti, ma si temeva che avrebbero indetto uno sciopero. Può darsi che non l’abbiano fatto per colpa della pandemia. I loro contratti scadranno di nuovo nel 2023. Al cuore del conflitto ci sono proprio i servizi di streaming.

Lo streaming sta rimodellando non solo il modo in cui consumiamo i prodotti d’intrattenimento, ma anche le modalità in cui questi prodotti vengono realizzati, e il modello di business su cui si fondano. Amazon e Netflix sono stati i primi a entrare in partita, nel 2006 e nel 2007, ma negli ultimi anni il numero di piattaforme è esploso. Tra le ultime arrivate, le più rilevanti sono Apple Tv e Disney+, lanciate nel 2019, ma altre opzioni sono disponibili nei diversi mercati internazionali. A metà dello scorso decennio si tessevano le lodi dei servizi di streaming, perché davano spazio a produzioni sperimentali che altrimenti avrebbero avuto più difficoltà a finire sul mercato. Ma presto si è capito che si trattava quasi solo di pubblicità, poiché quelle produzioni più sperimentali, spesso realizzate da donne, avevano molte più probabilità di essere cancellate. Gli sconvolgimenti che hanno segnato il settore dal punto di vista economico hanno determinato conseguenze ovvie per i lavoratori. Budget di produzione più alti hanno portato vantaggi ad alcuni dei nomi principali delle case di produzione più note, mentre aziende come Netflix e Amazon cercavano di attirare registi e attori famosi offrendo grossi anticipi. Questo è un aspetto importante della faccenda, perché quando le produzioni sono finalizzate allo streaming è raro che ci siano dei ricavi residuali. In passato un film usciva al cinema e in seguito accumulava ricavi aggiuntivi con la vendita dei diritti e con l’uscita sul mercato dell’home video, da dividere tra le star principali e i lavoratori. Quando però un film o una serie tv sono realizzati per Netflix, restano per sempre nel suo catalogo.

In passato un film usciva al cinema e in seguito accumulava ricavi aggiuntivi con la vendita dei diritti e con il mercato dell’home video, da dividere tra le star e i lavoratori. Con Netflix non è più così

Questo ha un impatto non solo sulle produzioni realizzate dalle aziende tecnologiche proprietarie dei servizi di streaming, ma anche sull’intero settore. Nel 2020, per esempio, ci sono state proteste quando la casa di produzione WarnerMedia ha deciso di distribuire i suoi film contemporaneamente al cinema e in streaming. All’inizio dell’anno l’attrice Scarlett Johansson, protagonista di Black widow, ha fatto causa alla Disney per lo stesso motivo. Nei contratti delle star ci sono spesso delle clausole che legano i compensi ai risultati di botteghino. La distribuzione in streaming lo stesso giorno dell’uscita al cinema fa calare le vendite di biglietti e riduce il loro compenso potenziale. Per ora la Warner e la Disney hanno pagato, ma non è detto che lo rifaranno in futuro.

Chi lavora dietro le macchine da presa, inoltre, non ha lo stesso prestigio di attrici come Johansson, e man mano che il settore cambiava, ha cominciato ad avvertire il pericolo. I nuovi arrivati come Netflix potevano ricorrere a manodopera non sindacalizzata e anche in quei casi le produzioni per i servizi di streaming potevano pagare stipendi più bassi, perché in base ai contratti Iatse del 2009 rientravano nella categoria “nuovi media”. Quando lo streaming non si era ancora affermato come una potenza di primo piano, gli erano stati concessi alcuni privilegi, con l’idea di rivedere le cose nel momento in cui il settore si fosse affermato. Questo passo però non è mai stato compiuto. A luglio del 2021 la Apple, pur essendo una delle aziende più ricche del mondo, poteva ancora sottopagare i suoi lavoratori sul set perché aveva meno di venti milioni di abbonati.

I ricavi residuali non riguardano solo i registi più importanti e le star del cinema, ma contribuiscono ai fondi per l’assistenza sanitaria e le pensioni dei lavoratori Iatse. Senza quei ricavi e con gli stipendi più bassi pagati dalle produzioni per i servizi di streaming si è creato un buco in questi fondi.

Le aziende tecnologiche, che controllando la distribuzione attraverso le loro piattaforme hanno un ruolo sempre più importante nell’industria dell’intrattenimento, sono anche ostili alla sindacalizzazione della forza lavoro. Nei mesi scorsi abbiamo visto che Amazon ha sconfitto un’iniziativa sindacale in un magazzino in Alabama, negli Stati Uniti, la Apple ha licenziato una dei leader del movimento di protesta #AppleToo e Netflix ha allontanato l’organizzatore di uno sciopero indetto per protestare contro il modo in cui l’azienda aveva risposto alle preoccupazioni sulle battute transfobiche del comico Dave Chappelle. Aziende come Netflix e Amazon sono meno vulnerabili alle iniziative sindacali per la loro natura globale: hanno progetti in molti paesi diversi, perciò il flusso di contenuti non s’interrompe anche se alcuni vengono bloccati. Non deve sorprendere che queste compagnie esercitino la stessa pressione sulle loro produzioni cinematografiche o televisive. Ma un settore più consolidato dà anche più potere alle case di produzione tradizionali: negli ultimi anni la Disney ha usato il suo dominio al botteghino per strappare ai cinema condizioni più favorevoli per la distribuzione, e si teme che la dipendenza delle grandi produzioni dagli effetti speciali possa spingere ai margini, per esempio, scenografi e costumisti sindacalizzati per fare posto a tecnici degli effetti speciali non organizzati.

La Iatse fu istituita nel 1890 per rappresentare i lavoratori del teatro. I sindacati di Hollywood sono stati fondamentali per conquistare le forme più basilari di protezione e assicurazione. Ma, se aziende come Uber hanno ridotto i diritti dei lavoratori, c’è da scommettere che le piattaforme di streaming faranno lo stesso nel settore del cinema e della tv. Anche se quest’anno gli iscritti alla Iatse non sciopereranno, la lotta per i diritti dei lavoratori a Holly­wood non è finita. ◆ gim

PARIS MARX è un giornalista e scrittore canadese esperto di tecnologia e urbanistica. Cura il podcast Tech won’t save us e collabora con la Nbc, la Cbc e Jacobin. Questo articolo è uscito sulla rivista socialista britannica Tribune.

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Questo articolo è uscito sul numero 1435 di Internazionale, a pagina 45. Compra questo numero | Abbonati