Nel dicembre 2025 il senatore Bernie Sanders è stato il primo deputato del congresso statunitense a chiedere una moratoria sulla costruzione dei nuovi data center per l’intelligenza artificiale (ia). I costi delle infrastrutture che alimentano le tecnologie dell’ia generativa come chatbot e generatori d’immagini stavano aumentando vertiginosamente, ma non era chiaro se le persone comuni ne avrebbero tratto qualche beneficio. La sospensione era necessaria, secondo Sanders, per “dare alla democrazia la possibilità di mettersi al passo”.
Sanders avrebbe potuto aggiungere che anche i politici avevano bisogno di rimettersi al passo con l’opinione pubblica. Alcuni sondaggi recenti indicano che più del 70 per cento dei cittadini statunitensi è contrario alla costruzione di data center nei pressi della propria comunità. Non c’è da meravigliarsi: le persone hanno visto i costi delle bollette schizzare alle stelle, cavi ad alta tensione nelle loro proprietà, forniture idriche contaminate e la vita disturbata dal ronzio incessante dei condizionatori usati per mantenere freschi questi edifici. È difficile pensare a un’altra questione che abbia acceso tanto gli animi degli statunitensi di ogni schieramento politico.
L’approccio politico di Sanders all’ia è una risposta alle dichiarazioni esagerate fatte dalle aziende sui loro prodotti
A marzo Sanders, in collaborazione con la deputata Alexandria Ocasio-Cortez, ha lanciato una proposta di legge per una moratoria nazionale sui data center. Alcuni stati e consigli comunali avevano già cominciato a sospendere di propria iniziativa le costruzioni, ma questo disegno di legge federale vieterebbe la realizzazione di nuove strutture “fino a quando non sarà emanata una normativa che tuteli la cittadinanza dai pericoli dell’intelligenza artificiale”, come i danni ambientali e l’aumento delle tariffe dell’elettricità.
Per chiunque sia preoccupato dall’impatto di queste enormi strutture e dal loro fabbisogno energetico, per non parlare della sfrenata accelerazione tecnologica dell’ia, c’è poco da discutere su una proposta del genere. I data center sono un problema materiale per le comunità in tutto il paese, e gli strumenti di ia generativa alimentati da queste infrastrutture stanno creando problemi che la politica non sta affrontando. Purtroppo però, la campagna di Sanders non si è limitata a questo.
Nello stesso mese in cui è stato lanciato il disegno di legge per la moratoria, Sanders ha pubblicato un video che ha fatto scattare alcuni campanelli d’allarme tra gli esperti che conoscono l’ia generativa e che stanno mettendo in discussione le grandiose affermazioni delle aziende della Silicon valley. Nel video si vede Sanders seduto a un tavolo per riunioni di fronte a uno smartphone. Sullo schermo c’è Claude, il chatbot creato dalla Anthropic, una delle maggiori aziende nel panorama dell’ia generativa insieme alla OpenAi e a giganti della tecnologia come Google e la Meta. Per nove minuti Sanders conversa con il chatbot su questioni come la privacy, la democrazia e sull’eventuale sostegno di Claude alla sua proposta di moratoria sui data center. Il bot risponde con la sua tipica informalità, fornendo risposte che confermano l’orientamento delle domande che Sanders gli sta ponendo.
Anche se il senatore ha fatto un lavoro ammirevole accendendo i riflettori sulla questione dei data center, la sua conversazione con Claude ha mostrato che in definitiva non ha una conoscenza soddisfacente dell’ia, e questo incide sul modo in cui affronta il tema.
I veri pericoli dell’ia non sono i rischi esistenziali che ossessionano persone come Dario Amodei della Anthropic. Derivano piuttosto dagli effetti più tangibili sulla vita delle persone
Parte del problema consiste nel fatto che l’approccio politico di Sanders all’ia è una risposta diretta alle dichiarazioni esagerate fatte dalle aziende riguardo ai loro prodotti. Vi sarà probabilmente capitato di sentirne molte: dicono che l’intelligenza artificiale provocherà la scomparsa di molti posti di lavoro, che causerà una trasformazione della società di proporzioni mai viste prima, e che addirittura potrebbe diventare senziente e rivoltarsi contro l’umanità. Questi temi sono centrali nel discorso di Sanders, che in un editoriale pubblicato a giugno sul New York Times ha esordito riprendendo le posizioni delle aziende del settore (Internazionale numero 1669 del 12 giugno 2026). “L’intelligenza artificiale sarà quasi sicuramente la tecnologia più rivoluzionaria nella storia del mondo”, ha scritto. “Avrà un impatto profondo sulla vita di ciascun uomo, donna e bambino nel nostro paese”. Per Sanders il fulcro della questione è fare in modo che i lavoratori non siano sostituiti da questa tecnologia e che la cittadinanza abbia accesso a una quota della ricchezza creata dall’ia, proponendo una tassa straordinaria del 50 per cento sulle azioni delle aziende più grandi.
Ma se non fosse questa la realtà dell’ia generativa? I chatbot e i generatori di immagini non sono la rivoluzione economica e sociale che i miliardari della tecnologia continuano a propagandare. Nel 2024 lo scrittore Ted Chiang li ha definiti “strumenti di completamento automatico all’ennesima potenza” e questa è una buona chiave di lettura. Abbiamo a che fare con modelli di ia addestrati su immense quantità di dati, che usano la loro grande potenza di calcolo per produrre testi e immagini che devono sembrare creati da esseri umani, ma che in realtà attingono semplicemente a un vasto repertorio per rispondere al meglio al prompt con cui vengono sollecitati.
È proprio per questo che non si possono eliminare le “allucinazioni” di questa tecnologia. Come hanno spiegato gli stessi ricercatori della OpenAi, il fenomeno rappresenta una caratteristica intrinseca dell’ia generativa, non un errore. Ed è per questo che dietro la finestra di dialogo di un chatbot non c’è comprensione o pensiero. Il modello cerca solamente tra le parti del suo dataset che rispondono meglio alla richiesta ricevuta.
Ci sono anche prove crescenti del fatto che i presunti vantaggi in termini di produttività promessi dalle aziende non si stanno concretizzando. Le imprese stanno riducendo la loro spesa in strumenti d’intelligenza artificiale perché non vedono un ritorno sugli investimenti, ed è chiaro che in molti casi i datori di lavoro stanno usando la scusa dell’ia per licenziare i lavoratori e tagliare i costi e non perché l’ia sta realmente soppiantando quei posti di lavoro.
I veri pericoli non sono i rischi esistenziali che ossessionano persone come Dario Amodei, amministratore delegato della Anthropic, e che Sanders ha cominciato a riproporre. Derivano piuttosto dagli effetti più tangibili dell’ia sulla vita delle persone comuni: per esempio la dipendenza dai chatbot può incidere sulle capacità cognitive e sul pensiero critico, creare una dipendenza che isola le persone dalle proprie reti umane e addirittura induce all’autolesionismo e al suicidio. Per non parlare di come l’ia ha inquinato l’ambiente dell’informazione, ha reso possibile la creazione di deepfake e sta compromettendo la produzione culturale.
Anche se sulla moratoria per i data center è stata un’alleata di Sanders, Ocasio-Cortez non sembra aver abboccato come lui alle narrazioni ingannevoli delle aziende. A novembre la deputata ha denunciato il pericolo di una psicosi dell’ia e dei danni economici che potrebbero essere provocati dallo scoppio della bolla finanziaria associata a quel settore. Ocasio-Cortez si è anche fatta portavoce del tentativo di dare alle vittime dei deepfake generati con l’ia degli strumenti per perseguire i responsabili.
Dal mio punto di vista Sanders e Ocasio-Cortez mostrano due approcci differenti alle politiche sull’ia, motivati da interpretazioni molto diverse di questa tecnologia. Sanders reagisce alla propaganda delle aziende, che serve a ingigantire le qualità dei prodotti e distrarre dagli effetti materiali che la cittadinanza percepisce nell’immediato. Ocasio-Cortez, d’altra parte, sta prestando attenzione agli esperti che capiscono davvero come funziona questa tecnologia e alle vittime che hanno sperimentato in prima persona i danni che può provocare.
I data center stanno causando problemi in tutti gli Stati Uniti e nel resto del mondo, per questo una moratoria sulla loro costruzione è davvero essenziale. Ma per affrontare l’ia generativa alimentata dai data center è necessario capirne adeguatamente i rischi reali, senza credere alle argomentazioni ingannevoli che ci propinano le aziende del settore. Abbiamo bisogno di politiche basate sulle evidenze, non di propaganda. ◆ fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1675 di Internazionale, a pagina 33. Compra questo numero | Abbonati





