Quassù non cresce niente. Me l’hanno ripetuto spesso, lungo il percorso che porta a Roshorv: a Rushan, all’ingresso della valle di Bartang, poi di nuovo a metà tragitto, a Siponj, ultimo centro abitato prima che la strada diventi insidiosa. Lì ho preso accordi per proseguire a bordo di un ammaccato furgone cinese, con il bocchettone del carburante nascosto sotto il sedile di guida. Prima di partire, la cognata del mio autista ha insistito affinché portassi con me un sacco di nocciole e pomodori, perché una volta arrivat0 non avrei trovato granché da mangiare.
Da Siponj abbiamo proseguito lentamente per un’altra mezza giornata attraverso guadi dove spuntavano sempre auto abbandonate. Abbiamo superato pendii e affrontato due forature. Lungo la strada ho imparato a conoscere il mio autista grazie al suo vecchio frasario sovietico in tre lingue: puntavamo l’indice sulle parole, cercando di parlare di matrimoni, figli e del modo migliore per rivolgersi alla guardia di sicurezza di un grande magazzino sovietico.
Il furgone ha potuto portarmi solo fino a Yapshorv, mille metri più in basso rispetto a Roshorv, la mia destinazione finale. Gli abitanti di Yapshorv, impegnati nei preparativi per un matrimonio, mi hanno ripetuto lo stesso concetto: a queste altitudini non cresce niente. Un ragazzo di nome Nisor era stato mandato giù da Roshorv per prendere un sacco di mele. Gli invitati al matrimonio, in cambio, gli hanno chiesto di accompagnarmi nell’ultima tappa del mio viaggio: una frustrante salita di diverse ore lungo l’aspro valico montano. Il panorama che alla fine si è aperto davanti ai miei occhi sembrava un miraggio provocato dallo sfinimento e dall’aria rarefatta. Il resto della vallata, come in quasi tutte le montagne del Pamir tagico, è stretto e senza vita, ma in quel punto il paesaggio si schiude in un prato lussureggiante che si estende in tutte le direzioni. Dopo un chilometro o due abbiamo trovato un fiume dall’acqua marrone che scorreva vorticosamente giù dalle vette ghiacciate, dividendo in due la vallata e il villaggio.
La forza del sole
È il mio primo giorno a Roshorv. Sono seduto in un’angusta serra di mattoni d’argilla accanto a Zakhar, un uomo dalla barba sale e pepe, che armeggia con piccoli teli di plastica strappati e posizionati dove un tempo c’era il tetto. Il vento che scende dal ghiacciaio Fedchenko si incunea tra i pezzi di plastica, colpendo le piante di pomodoro e congelandone le estremità. A portarmi qui è stato Tohir, il proprietario della casa in cui ho passato la notte. Si è improvvisato guida turistica e mi ha raccontato che Zakhar era stato il suo professore di geografia. Siamo qui per parlare della guerra civile tagica, ma prima affrontiamo un altro argomento: la frutta.
Zakhar rovista nel groviglio di piante, raccogliendo un cetriolo e un pomodoro in mio onore. Continua ad avanzare nella selva di rampicanti, poi emerge con aria orgogliosa e due ravanelli in mano. Ne morde uno e mi getta l’altro. Mi aggiro per i monti Pamir da quasi un mese, e sono passate settimane dall’ultima volta che ho assaggiato qualcosa di così fresco e saporito. “Questa plastica non va bene”, ammette. “Le raffiche di vento la strappano. Abbiamo bisogno di plastica di buona qualità, non di roba cinese scadente”.
Durante la guerra civile i pamiri e i garmi sono stati vittime di pulizia etnica
Grazie alla traduzione di Tohir, Zakhar mi spiega che la serra è un esperimento unico, costruita con l’aiuto di alcuni ricercatori tedeschi come progetto pilota per un nuovo metodo di coltivazione in altura. Mi mostra i dati sulle temperature meticolosamente raccolti nel corso dell’anno. A gennaio, quando fuori c’erano sei gradi sotto zero, dentro la serra c’erano 29 gradi, grazie a una piccola stufa. “Sembra impossibile, ma il sole ci aiuta”, spiega gesticolando in direzione della vallata sottostante. “In estate abbiamo 14 ore di sole al giorno. In inverno le giornate sono corte, ma abbiamo comunque sette ore di sole. Invece giù, a Yapshorv, d’inverno il sole non c’è, c’è solo ombra gelida”.
Secondo Zakhar, il motivo per cui gli steli crescono troppo in altezza è che i semi messi a disposizione dai ricercatori non sono adatti per la struttura e il clima locale. Anche un visitatore francese ha donato un po’ di semi, da cui sono cresciuti degli scalogni. “Forse il governo, in futuro, potrà aiutare la gente costruendo altre serre come questa”, ipotizza Zakhar. È convinto che il villaggio possa diventare un centro di fornitura per l’intera regione autonoma del Gorno Badakhshan, dove anche ad altitudini inferiori si riescono a coltivare quasi solo grano e patate. A Khorog, unica città della regione, la frutta e la verdura, spesso di scarsa qualità, arrivano da altre zone del paese e dalla Cina. “Se avessimo cento serre potremmo portare i nostri prodotti in città. E rifornire l’intero Badakhshan”, dice Zakhar.
Tohir mi porta in giro per il villaggio, dove la sua famiglia vive da cinque generazioni. Qui il grano si raccoglie a mano. Macchinari non ce ne sono, eppure, dopo aver studiato e lavorato a Khorog, Dushanbe o più lontano ancora, molti ragazzi tornano per aiutare la comunità. Tohir mi racconta che cent’anni fa la maggior parte delle persone viveva più a valle, dove le condizioni per l’agricoltura erano migliori. Poi, però, le inondazioni e le valanghe hanno costretto tutti a spostarsi più in alto, in questa radura dove era facile cacciare l’ibice.
Nel villaggio l’acqua scorre attraverso una serie di canali scavati a mano. La gente ha risolto il problema dell’approvvigionamento idrico incanalando il flusso stagionale prodotto dal ghiacciaio e razionando l’acqua in inverno per dissetare la popolazione e tenere in vita le colture di sussistenza come il grano e la patata. Tohir mi porta alla fonte che alimenta i canali, in cima al centro abitato, vicino all’unico traliccio telefonico. “Scorre notte e giorno”, mi spiega, mostrandomi il sistema di razionamento. “Il sistema funziona così: scegliamo un uomo del villaggio che viene pagato per controllare l’acqua. Va nelle case e dice: ‘Stanotte dalle due alle quattro l’acqua è per te, puoi usarla per irrigare’”.
Tra la fine di maggio e l’inizio di giugno l’acqua comincia a scorrere copiosa e il razionamento non è più necessario. Ma un’unica fonte non basta. Sulle montagne alle spalle del villaggio, l’Aga Khan development network (un’ong guidata dall’Aga Khan, il leader spirituale dell’ismailismo, la corrente dell’islam dominante nella regione) è impegnato da anni nella costruzione di un nuovo canale per rifornire d’acqua le case e i campi. L’ultima volta che l’organizzazione ha provato a costruirne uno, è arrivata una valanga e ha distrutto tutto. Ora stanno lavorando con maggiore pazienza. Gran parte dell’occupazione locale dipende proprio da quest’opera.
Un tempo questa regione era ricoperta di boschi. Ma dopo il crollo dell’Unione Sovietica e l’interruzione della fornitura statale di carburante da parte dello stato, gli abitanti di Roshorv sono rimasti senza risorse per il riscaldamento e l’elettricità. Gli strumenti tradizionali non bastavano a garantire lo stile di vita a cui si erano abituati in epoca sovietica, e i tentativi di generare elettricità grazie al fiume sono falliti. Così la gente non ha potuto far altro che tagliare gli alberi e bruciare la legna. Il risultato è che oggi l’area è quasi interamente disboscata. La nuova scuola – mi spiegano – ha bisogno di più energia di quanta se ne riesca a produrre localmente. Ogni anno, in autunno, la gente del villaggio va a comprare la legna necessaria per l’inverno in una foresta che dista quasi cento chilometri. Ogni famiglia spende circa duemila somoni (200 euro). La foresta, però, si sta riducendo. E il viaggio è diventato sempre più lungo e pericoloso.
Strade e lavoro
Usciamo dalla serra e camminiamo fino alla casa di Zakhar, dove prendiamo il tè adagiati su una coperta all’ombra di un albicocco. Uno dei figli si arrampica sull’albero e comincia a scuoterne un ramo. Intorno a noi cominciano a piovere albicocche. I frutti cadono sul terreno e l’aria sottile di montagna sembra arricchirsi di un profumo dolce. Zakhar indica le vette oltre il villaggio. I seimila metri del Lyap Nazar oscurano la vista dell’Istiqlol (6.490 metri, in passato conosciuto come picco della Rivoluzione). Poi mi racconta il suo sogno. “A Khorog l’orto botanico è a 2.300 metri di altitudine. È il secondo più alto del mondo. Secondo la scienza, dovrebbe essere impossibile coltivare piante sopra i tremila metri. Ma costruiremo un orto botanico proprio qui. E tutto il mondo saprà che anche a tremila metri si può far crescere tutto”.
Mi pulisco le mani dal succo delle albicocche, strofinandole sui pantaloni. “Vuoi creare il giardino impossibile, insomma”, dico a Zakhar. Ridendo mi risponde che è esattamente così.
◆ Documenti Dal 2016 il visto per il Tagikistan si può richiedere online, sul sito evisa.tj.
◆ Arrivare Il prezzo di un volo dall’Italia (Turkish Airlines, S7, Ural Airlines) per Dushanbe, la capitale del Tagikistan, parte da 650 euro a/r. Si fa scalo a Mosca o a Istanbul. Il collegamento aereo tra Dushanbe e Khorog, il capoluogo della regione del Gorno Badakhshan, è stato interrotto nel 2017, ma si possono ancora organizzare dei voli con l’agenzia Pactec. L’alternativa è affittare un fuoristrada o prendere una jeep collettiva. Per il viaggio, in totale seicento chilometri, bisogna prevedere almeno 15 ore.
◆ Leggere Tino Mantarro, Nostalgistan (Ediciclo 2019).
◆ La prossima settimana Viaggio a Murmansk, in Russia. Ci siete stati e avete suggerimenti su tariffe, posti dove mangiare o dormire, libri? Scrivete a
Zakhar, che ha poco più di quarant’anni, mi racconta di “aver vissuto ovunque prima di tornare qui”. Gli studi e il servizio militare lo hanno portato a Dushanbe, capitale del Tagikistan, ma anche in Kirghizistan, in Kazakistan e a Mosca. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica è tornato a Dushanbe, proprio mentre il Tagikistan, appena diventato indipendente, sprofondava in una guerra civile che sarebbe durata cinque anni, dal 1992 al 1997. Durante la guerra i gruppi etnici dei pamiri e dei garmi sono stati vittime di quella che Human rights watch considera una campagna di pulizia etnica. “A Dushanbe c’erano pochissimi pamiri”, ricorda Zakhar. “I tagichi non ci volevano. È stato un periodo duro. Se non avessimo lasciato la capitale, credo che saremmo morti”.
In quel periodo le strade che collegavano Dushanbe alla regione del Badakhshan erano interrotte a causa dei combattimenti e i villaggi erano isolati. Per molti pamiri l’unico modo per tornare a casa era corrompere i leader militari che controllavano i centri abitati lungo il percorso, o sconfinare in Afghanistan e intraprendere un pericoloso viaggio per rientrare nel paese attraversando il fiume Panj, a Khorog. Anche se gran parte dei combattimenti si svolgeva lontano dal Badakhshan, il rischio di morire di fame era concreto. Per risolvere la crisi, l’Aga Khan ha messo in piedi un sistema di approvvigionamento, convincendo le autorità del vicino Kirghizistan a far affluire nel paese beni di prima necessità attraverso la regione di Osh, aggirando così le vie di comunicazione controllate dal governo tagico. Gli aiuti arrivavano da Canada e Stati Uniti. Secondo Zakhar, è per questo che molti tagichi sono emigrati in quei paesi.
Un vecchio furgone sovietico, arrugginito e in pessimo stato, ci supera sferragliando. Qualche ora prima stavo osservando un gruppo di anziani che gli armeggiava intorno. Chinati sul motore, a un certo punto erano riusciti a farlo partire. Mentre alle nostre spalle un asino raglia in direzione di una pecora, parliamo di cosa potrebbe convincere gli adolescenti di Roshorv a restare nel villaggio, oltre alle famiglie che li obbligano a tornare ogni anno. La risposta è le strade. Sempre le strade. Un modo per muoversi e una fonte di lavoro. L’unica strada che attualmente serve la valle è stata aperta nel 1974. Il sentiero che porta a Roshorv è stato costruito a mani nude durante la guerra civile. Naturalmente anche la corrente elettrica sarebbe utile.
Chiedo informazioni sugli altri progetti che ho visto lungo la strada, impianti idroelettrici finanziati dalle ong e dall’Aga Khan development network. Cominceranno a funzionare presto, dice Zakhar. Ma prima bisogna risolvere il problema dell’acqua. Per ora il contributo delle ong si limita a un trattore e una macchina per scavare e tenere puliti i canali. Magari in futuro arriverà qualcos’altro.
“Ma qui siamo felici”, mi spiega Zakhar. “Siamo una comunità unita. Siamo la comunità ismailita e viviamo nel Badakhshan. In altre aree del paese, in Europa e nel mondo gli ismailiti sono immigrati. Qui siamo a casa nostra”. ◆ as
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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 68. Compra questo numero | Abbonati