Dopo i Panama papers, la stessa cerchia giornalistica riunita nella poco trasparente sigla International consortium of investigative journalists (Icij) è tornata con i Paradise papers. Il messaggio trasmesso con queste nuove rivelazioni è molto chiaro: le operazioni offshore sono una cosa sporca che serve al riciclaggio di denaro, alla corruzione e all’evasione fiscale.
Per evitare ogni fraintendimento è bene chiarire che le operazioni offshore possono essere usate effettivamente per il riciclaggio del denaro e la corruzione. Se il fondo sovrano di un paese africano è gestito in Svizzera in modo da avvantaggiare l’élite politica di quello stato, è giusto sollevare dubbi sulla legalità di certe operazioni. Ma è bene tener presente una cosa: operazioni che tradizionalmente appartengono al campo dei segreti aziendali possono diventare accidentalmente di pubblico dominio ed essere considerate illegittime dall’opinione pubblica anche se sono perfettamente legali. Per questo chi realizza operazioni offshore fa bene a sottoporsi al “test dei giornalisti”: in caso di necessità sarei in grado di spiegare in modo comprensibile il senso di un’operazione a un giornalista e difenderla? Dal momento che la maggior parte delle aziende si pone questa domanda e teme rischi per la sua immagine, l’uso delle operazioni offshore è diminuito drasticamente negli ultimi dieci anni. In realtà, il fatto che certi strumenti siano impiegati per scopi illegali non vuol dire che siano in sé una cosa cattiva. I giornalisti che scrivono di alcuni casi sospetti finiscono per demonizzare pubblicamente tutte le operazioni offshore, anche se queste trovano la loro giustificazione in un mondo sempre più globalizzato e spesso sono perfino obbligatorie. Dei milioni di documenti pubblicati in questi anni, finora pochissimi hanno portato all’accertamento di un’operazione criminale o anche solo di un abuso illegittimo. Nella maggior parte dei casi le operazioni offshore sono la semplice espressione della natura internazionale di un affare o la conseguenza di alcuni problemi nei paesi coinvolti. Per esempio, dato che in Svizzera le regole attuali rendono poco conveniente e complicato concedere prestiti a investitori internazionali, i gruppi svizzeri si rivolgono altrove. Oppure: visto che dovrebbero pagare tasse molto alte sugli utili, le aziende statunitensi non riportano nel loro paese i profitti. O ancora: se diversi partner internazionali che collaborano a un progetto hanno dei dubbi sullo stato di diritto di un paese, le operazioni fatte attraverso un territorio soggetto al diritto britannico possono essere una saggia misura precauzionale. Infine, nei posti in cui ci sono spesso estorsioni la protezione della sfera privata è un interesse legittimo, che può essere limitato solo se diventa uno strumento per commettere dei reati.
Comportamenti sbagliati
Il furto di milioni di dati riguardanti affari privati e segreti aziendali, e il loro uso da parte dei giornalisti, non è affatto una situazione ideale. In un mondo globalizzato le operazioni offshore sono a volte necessarie e altre volte la conseguenza di comportamenti sbagliati, ma quasi mai sono la causa di questi comportamenti. Perciò è sbagliato demonizzare a priori chi cerca protezione dall’arbitrio delle autorità, dalla burocrazia invadente, da una tassazione eccessiva o semplicemente vuole difendere la sfera privata. È sbagliato criminalizzare i posti che cercano di attirare investitori attraverso agevolazioni fiscali, appigliandosi solo ad alcuni esempi di evidente abuso. Non bisogna farsi ingannare dagli autonominati difensori della trasparenza, che sostengono argomenti nel migliore di casi ingenui. Nel mondo c’è ancora bisogno di una concorrenza basata sul fisco, della protezione della sfera privata e, sì, anche delle operazioni offshore. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 106. Compra questo numero | Abbonati